Cerca

CALCIO ESTERO

Pietro Resta, un fiorentino a La Havana

Dalla serie D ai Caraibi, alla scoperta del calcio cubano

Il Ciudad de La Habana (2014)

Pietro Resta (il terzo in basso) e i suoi compagni del Ciudad de La Habana

Guardando il feed Instagram ufficiale della Fiorentina può esservi capitato di imbattervi in alcuni video particolari su Firenze e il club di viale Manfredo Fanti, tra gli ultimi uno in cui un ragazzo, per i 95 anni della Fiorentina, racconta della disputa del giorno esatto della fusione tra la Palestra Ginnastica Fiorentina Libertas e il Club Sportivo Firenze che dava vita all’allora AC Fiorentina. Quel ragazzo si chiama Pietro Resta, in arte WikiPedro, ed è un prodotto delle giovanili viola dei tempi di Babacar. 

«Ho cominciato con i video nel 2018, iniziai perché dovevo affittare un appartamento ai turisti su Airbnb, poi la cosa si è sviluppata in modo diverso». Sono in molti negli ultimi anni i ragazzi che provano a sfondare nel mondo del web attraverso i video, ma per Pietro la questione è diversa: «L’idea è di partire con un contenuto a cui dare valore, poi se arriva il successo può essere una bella conseguenza».

Ma arriviamo alla ciccia, il vero motivo di questa intervista. Andiamo indietro nel tempo, quando Pietro aveva 22 anni e faceva ancora il calciatore: «Giocavo poco o niente in Serie D, e mio padre, che si era trasferito a La Havana per lavoro e aveva conosciuto l’allenatore della squadra locale, mi disse che avrei potuto venire a fare un’esperienza lì. Cuba è un paese molto particolare con una bellissima storia, andavo a giocare in una nazione unica nel mondo che aveva appena reintrodotto il professionismo».


Com’è giocare a Cuba?

«È molto diverso, si vive il calcio in maniera molto più serena, è più visto come un divertimento con uno spirito molto sudamericano. Il livello poi è abbastanza discreto, ora tutti i miei ex compagni di squadra del Ciudad de La Habana sono emigrati degli stati uniti quindi giocano nei campionati americani. Di aneddoti ce ne sarebbero tanti, si pensa che il livello sia molto basso, ma in realtà così non era perché effettivamente i giocatori erano validi, è che c’era zero preparazione fisica e zero preparazione tattica, zero strutture, per esempio non esistevano gli spogliatoi, ci spogliavamo sempre a bordocampo. Sono comunque tutte cose che alla fine incidono. Però le qualità dei giocatori c’erano sicuramente». 


Com’è stato il primo impatto con la realtà cubana?

«Arrivai il primo giorno di allenamento, presi la borsa pensando di andare a chissacchè, il babbo rideva e io “che cavolo ridi?” Mi prendeva in giro, arrivai lì e vedevo tutti i ragazzi che si spogliavano sui sassi, appoggiandosi ai muri, mi chiesi “dove cavolo sono finito?” Arrivai al campo di allenamento e mi ricordo che non c’erano le reti alle porte, mi dissi “e mo come cavolo famo?” Pensai che ogni volta che facevamo gol o tiravamo fuori toccava andare a riprendere la palla, e invece arrivava l’allenatore che tutte le volte metteva le reti alla porta e a fine allenamento le toglieva. Questo perché altrimenti se le rubavano».


Com’era il tifo?

«Non c’era un tifo vero e proprio, c’erano un po’ di ragazzi che venivano a vedere le partite perché comunque qua il calcio è seguito, non è lo sport nazionale perché quello è il baseball, però è seguito molto il calcio spagnolo. C’è molta passione per il Real Madrid e il Barcellona, soprattutto per il Real. I ragazzini giocavano molto per strada, era un momento in cui il calcio stava prendendo molto piede, quindi a vedere le nostre partite un po’ di persone c’erano. Si parla di 3-4.000 persone e non di più, però comunque c’erano. È ganzo il calcio cubano, il fatto che è del tutto sconosciuto aumenta ancora di più il fascino». 

Com’è il campionato cubano?

«Le squadre più forti sono il La Ciudad de La Havana, ovvero la mia, e il Villa Clara. Quest’ultima è la squadra di Santa Clara, e quando queste due si affrontano loro lo chiamano “El Clasico Cubano”, è un po’ come un Real-Barcellona, poi le squadre sono solo 10. Facevamo le trasferte in pullman in ogni parte dell’isola, era praticamente come fare Milano-Palermo in pullman, quindi una cosa veramente tremenda. Un grande controsenso del calcio cubano poi è che nonostante tutta la povertà noi tutte le settimane andavamo in ritiro. Quindi dici, cavolo, non avevate le reti alle porte e andavate in ritiro? Sì. In albergo avevamo ognuno la propria camera privata. La mattina invece di fare risveglio muscolare loro mettevano la musica e ballavamo, quindi il riscaldamento pre-partita era mezz’ora di ballo». 


Un aneddoto?

«Noi prima della partita siamo abituati a mangare pasta in bianco, prosciutto, formaggio, roba leggera insomma. Loro invece carne di maiale, fagioli, pollo, quindi alla seconda giornata di campionato a fine primo tempo ebbi problemi di stomaco. Quindi dissi al mister che dovevo andare in bagno, dopo un quarto d’ora tornai che mi aveva sostituito. Stavo giocando anche bene, ma tornai e il mister mi disse “t’ho tolto” e io “come so tolto?”, “eh non arrivavi e t’ho tolto”. Ci rimasi abbastanza male».


Come hai vissuto la situazione politico-sociale del paese essendo un unicum a livello mondiale?

«In realtà vivendo lì da straniero non ti accorgi di certe situazioni politiche e sociali, chi ha veramente delle limitazioni sono loro, i cubani hanno il cibo razionato, hanno una loro moneta, non possono uscire dal paese... Io alla fine da straniero, non voglio dire che potevo fare tutto quel che volevo, ma sicuramente non soffrivo di tutti i paletti che metteva il regime. Io poi ho vissuto una vita abbastanza agiata lì, avevo un bell’appartamento vicino al mare, facevo il bagno la mattina prima di andare all’allenamento... Ho vissuto la realtà cubana ma fino a un certo punto. Poi sono stato talmente poco, sei mesi, che non ti posso dire se il regime si sente durante le giornate».Pietro Resta in allenamento a La Havana

Commenta scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su Sprint e Sport

Caratteri rimanenti: 400