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Spareggio Eccellenza, Marco Rossi e il Lumezzane: vite parallele tra le stelle e le stalle

Marco-Rossi

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Le chiamano coincidenze, concomitanze, casualità, oppure a volte i fatalisti le etichettano semplicemente con la parola sanscrita karma, nell’accezione buddista del termine. Fatto sta che nel giorno clou del calcio lombardo, quello dello spareggio fra Leon e Lumezzane in scena a Ponte San Pietro, proprio una di queste “circostanze” si è andata paradossalmente avverando. Da una parte il Lumezzane, sbranato sotto gli incisivi di una leonina Leon, famelica dall’inizio alla fine, dall’altra Marco Rossi, tecnico di una stoica Ungheria, capace agli Europei di stoppare i Champion du monde transalpini a Budapest sull’1-1 e ad incrinare le certezze dei Galletti prima della gara decisiva col Portogallo. Cosa accomuna Rossi e il Lume? Semplice: il primo allenò i valgobbini nel biennio 2004-2006, in terza serie, quindici anni fa, venendo esonerato a metà stagione dai rossoblù ma toccando sabato il punto più alto della carriera proprio con la formazione magiara, quando nel medesimo istante i bresciani percorrevano invece il loro incubo peggiore, la loro via crucis. È il bello del calcio, Beppe. Mille e una notte. «Un palcoscenico così l’ho visto solo in tv, a 56 anni mi pare di essere un bambino al Luna Park» la gioia incontenibile del tecnico piemontese dopo il pareggio contro la Francia di Antoine Griezmann e Kylian Mbappé, al termine della serata più importante della sua vita e di quella di tutto il calcio ungherese del XXI secolo. E pensare che Rossi, ex Brescia e altro allenatore italiano all’Europeo oltre a Roberto Mancini, col quale peraltro ha vissuto gli epigoni della Sampd’Oro tra il 93’ e il ’95, è arrivato sulla panchina della Nazionale tricolore a seguito di un percorso rocambolesco, cominciato all’ Honved dopo anni di gavetta tra Lumezzane, Pro Patria, Spezia, Scafatese e Cavese. A Scafati lavorava gratis e stava per diventare commercialista quando un ristoratore italiano di Budapest lo ha convinto a proporsi in Ungheria. Nove anni dopo avrebbe allenato la Nazionale e avrebbe ricevuto le chiamate del premier Viktor Orbán, sempre molto attento alla selezione del suo paese. E l’Ungheria, in una Puskas Arena gremita all’inverosimile per l’occasione in barba ad ogni contingentamento sanitario, bloccava la Francia con una mentalità operaia, disposta al sacrificio, umile, sempre propensa a difendere e lottare. Cosa, viceversa, non vista fare dal Lume, tra l’altro contro una squadra disposta benissimo in campo dal proprio allenatore. E così come a Budapest, anche il branco di Alberto Motta è stato sospinto al “Matteo Legler” da un nutrito gruppo di sostenitori (il cosiddetto 12° uomo), i quali con cori e fumogeni hanno trascinato alla vittoria gli arancionerogrigi fino al 95° e oltre. Benvenuti nelle retrovie del professionismo, Leoni, questo è il vostro Nirvana. La grande amarezza. E mentre Rossi esultava e l’Equipe riassumeva: «Quando gioca così, la Francia non ha chance di vincere», eccolo nel frattempo il Lume tornare a brandelli fra le conifere della sua vallata per la notte più dura, quella dove non bastano 35 gradi d’umidità per percepire calore. Perché dopo il fallimento del 2018, il viatico in Promozione, il ripescaggio in Eccellenza e il campionato dell’anno scorso sfuggito sul più bello… in tanti, a Lumezzane, pensavano di avere un grosso credito con la fortuna. A maggior ragione dopo 24 anni consecutivi di professionismo tra la terza e la quarta serie (ex C1 e C2), e dopo un campionato quasi sfuggito contro la Zingonia alla quartultima giornata ma ripreso proprio grazie alla stessa rivale alla penultima, vincente a Vimercate sulla capolista. Umiltà. Altra parola chiave dopo karma. Quella che è mancata all’opulente corazzata di Marius Stankevicius e che invece Rossi ha infuso nei suoi, perché si sa che nel calcio la grinta conta più del curriculum. Certo - direte - in un campionato “normale” sarebbe stata un’altra storia. Può essere, senz’altro, ma questa era una finale, e le finali sono sempre un’altra storia. Plutocrazia. Un atteggiamento troppo altezzoso e un filo arrogante andato un po’ oltre ai comprensibili timori iniziali, perché una squadra che annovera gente come Caracciolo e Pesce (il primo best scorer all time del Brescia, terzo di sempre in B, già decisivo nel playoff contro il Torino il 13 giugno 2010 quando portò le Rondinelle in A, il secondo ad Ascoli e Novara nella massima serie), Minotti e Franchi (l'uno con l'Atalanta in A e col Virtus Lanciano in B, l'altro col Mantova in C), per non parlare della “riserva” Agliardi, non può permettersi certe dabbenaggini, certa “supponenza”. «La pressione della finale… arrivavamo in ritardo sui palloni mentre la Leon correva molto riuscendo a schiacciarci» è il mea culpa del lituano nel dopogara, in uno dei giorni più cupi della carriera. Ma qualcosa andava fatto subito, fin dai primi minuti, quando la trequarti non funzionava e Dadson (a proposito, col Lumezzane in C anche lui) era sempre tagliato fuori dalle verticalizzazioni brianzole, esponendo di fatto la giovane difesa bresciana orfana di Pinton a troppa pressione e responsabilità. Gli esterni non spingevano mai, il centrocampo non filtrava (ad eccezione di Pesce, stagione straordinaria la sua), davanti l’horror vacui, almeno nella prima parte: questa la diagnosi di una sconfitta già preannunciata alla mezz’ora del primo tempo, quando solo il timore reverenziale - in questo caso sì! - dei rivali risparmiava ai rossoblù l’onta di andare al riposo sotto di 3 reti. Oblio. «Nel calcio d’altronde è così: solo una squadra può vincere» tanto per citare ancora Stankevicius, e forse è così anche nella vita. Per Marco Rossi ora è il momento del tripudio, del giubilo, il day after che rimarrà indelebilmente scolpito nella mente di un’intera nazione. Mentre viceversa per Caracciolo, Pesce e compagni rimangono solo tanti rimpianti per quello che doveva essere e non è stato, per le speranze tradite di un paese che stava vivendo il suo "Europeo" e che già assaporava il ritorno ai fasti del passato dei propri anni '90, o dei primi anni 2000, quando laggiù si sfiorava la cadetteria e la pandemia era nozione confinata ai soli libri di storia. Questo grande rimpianto andrà affogato nell’oblio al più presto, chiuso come tutta la serata di sabato in un cassetto da sospingere nel dimenticatoio, e - possibilmente - dovrà spronare i valgobbini a riprovarci ancora una volta, per l'ennesima, già dal prossimo anno.
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