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Editorialisti

Desenzano Calvina e Atletico Castegnato: il caso fair play tiene ancora banco, ecco quando bisogna fermare il gioco con l'avversario a terra

Scandalo e polemiche sulla mancata sportività in campo, nella massima serie come nei campionati dilettanti: è giusto esecrare il comportamento degli atleti?

Sergio Ramos Salah

Liverpool-Real Madrid: il momento in cui Sergio Ramos discute con l'arbitro Mažić per l'intervento su Salah, costato al giocatore egiziano l'infortunio alla spalla durante la finale di Champions 2018

Fermarsi o non fermarsi con l’uomo a terra? Questo il problema. Gli sportivi di ogni età da sempre si interrogano su questo dilemma, su questo arcano amletico tipicamente calcistico e filosofico al contempo. Quando bisogna fermarsi d’innanzi all’avversario caduto «come corpo morto cade»? Quando rispettare il cosiddetto fair play? Domande perennemente attuali. Il termine inglese stesso, traducibile in italiano con «gioco corretto», si presta già di per sé ad una miriade di domande. «Corretto» rispetto a chi, rispetto a cosa? Rispetto alle norme di gioco della partita? Rispetto agli avversari? Rispetto nei confronti dell’arbitro o del pubblico? Oppure - come sostenuto da tanti moralisti - la parola assume una valenza addirittura etica, deontologica, comportamentale in senso lato, indica cioè cosa è bene e cosa è male? Ogni anno, ogni stagione, da sempre, fioccano episodi di questo genere fin dal calcio dei pionieri, e pertanto urgono risposte - se vogliamo anche di comodo - a questa annosa questione. Per farlo, a distanza di pochi giorni uno dall’altro, prenderemo ad esempio tre episodi di questa tipica casistica: la partita di Serie D Castellanzese-Desenzano Calvina, giocata nel turno infrasettimanale, la partita Atletico Castegnato-Virtus Rondinelle, categoria Under 19 Provinciali, giocata nel weekend, e Lazio-Inter: sì, esatto, c’è anche quella.

Serie D. Correva il minuto 91, gara sull’1-1, un risultato che avrebbe senz’altro arriso ai locali invischiati nella lotta salvezza piuttosto che ai gardesani, viceversa ammaliati dal sogno Serie C. Dunque - non a gioco fermo - il varesino Mandelli stramazzava al suolo all’improvviso, da solo e per crampi. Castellanzese tutta ferma in attesa del fair play, un fair play puntualmente non osservato. Perché il Dese non si fermava e con Grasjan Aliù metteva dentro il gol della vittoria. A maggio potrebbero essere i 2 punti della promozione o quelli della condanna. Apriti cielo, proteste a più non posso, «il gioco andava fermato per uomo a terra», ovviamente secondo i neroverdi. Scoppia lo scandalo e l’indignazione.

Under 19. Quinto turno del campionato provinciale, l’Atletico Castegnato sta faticando contro la Virtus Rondinelle: ma nella ripresa conduceva comunque in vantaggio 3-2. Durante gli sviluppi di un’azione, un ragazzo della Virtus accusava un problema e si fermava, subito imitato da entrambe le squadre tranne che dagli attaccanti dell’Atletico i quali invece partivano fulminei con Delpanno palla-al-piede in contropiede, non accorgendosi delle richieste di interruzione bipartisan. Cazzoletti sovrapponeva e 4 a 2, ecco la rete della tranquillità: game over. Apriti cielo. Ennesime proteste, ennesimo parapiglia, ennesimo accenno di rissa, tensione: in sostanza, il solito mancato fair play. Ironia della sorte, anche in questo caso Castegnato ai vertici e Virtus in zona playout, stessa situazione di Calvina e Castellanzese. Fatto sta che il tecnico viola Daniele Nardelli stavolta non avvallava la decisione dei suoi, e chiedeva alla squadra di restituire il gol. Alla ripresa del gioco, tra gli applausi del pubblico e degli stessi giocatori del Castegnato, immobili e accondiscendenti, la Virtus ripristinava la sola distanza di svantaggio: 4-3. «Non è da noi - ha spiegato Daniele Nardelli - segnare con l’avversario a terra, tant’è che anche i miei giocatori erano d’accordo con la restituzione del gol. Come dico sempre ai ragazzi dobbiamo dare l’esempio, anche se so che il nostro gesto non l’avrebbe fatto chiunque. A maggior ragione siamo contenti di averlo fatto perché poi la partita è continuata in modo disteso e le tensioni precedenti si sono stemperate. Credo che queste siano le lezioni che fanno crescere, non solo le vittorie».

Elogi. Premessa d’obbligo: ad avercene di persone così, come Nardelli, che antepongono la correttezza al risultato. O, tra gli esempi famosi, la sportività di Paolo Di Canio che nel dicembre 2000, con la maglia del West Ham, fermò il pallone con le mani dopo aver visto il portiere avversario a terra, infortunato, proprio quando avrebbe potuto calciarlo in porta. Tutte persone che meritano fiumi d’inchiostro ed elogi sperticati. Quelle del tecnico franciacortino sono infatti belle, bellissime parole, sicuramente in un mondo ideale. A stento invece ci barcameniamo nel migliore dei mondi possibili e vogliamo vederci chiaro, ricerchiamo cioè una risposta risolutiva e largamente condivisa sulla questione, per quanto il tentativo possa risultare sommario o presuntuoso. Quale comportamento il più corretto? Il più sportivo? Quello di Florindo o quello di Nardelli? Suonerà molto democristiano, ma forse la ragione sta ancora una volta nel mezzo: chi per una scelta chi per l’altra, diventa difficile in effetti confutare entrambe le posizioni.

Interpretazioni. Nardelli allena una Under 19, una squadra di ragazzi, con maggiorenni pienamente in possesso dei propri diritti politici e d'agire, dove però l’attenuante della giovane età rimane senz’altro molto marcata. Qui, il ruolo dell’allenatore/educatore ha sicuramente ancora un valore didascalico importante, non però preponderante come nel settore giovanile e scolastico. Diciamo che il risultato può ancora essere subordinato ai valori più autentici che lo sport incarna ed emana, ecco perché crediamo a Nardelli quando malevolmente chiediamo se avrebbe ordinato la stessa cosa anche in momenti più decisivi della stagione o addirittura in uno sconto diretto. Risposta: «L’avrei fatto ugualmente anche contro la prima in classifica e sull’1-1 al 90’». Encomiabile il Nardelli pensiero quindi, la cui rettitudine trabocca dai confini prettamente richiesti dal suo incarico e denota senz’ombra di dubbio la sua grande statura d’animo, oltre a quella dei suoi ragazzi.

Disillusione. Florindo, viceversa, appartiene al calcio dei grandi, un calcio che ha già perso l’innocenza da molto tempo, ammesso l’abbia mai avuta con buona pace di quelli del best before. Da più di un secolo gli ideali decoubertiniani «dell’importante partecipare» vengono calpestati a favore del profitto, del risultato immediato, dell’importante non è vincere ma «vincere è l’unica cosa che conta». Tutti gli scandali del movimento dalle origini ad oggi stanno lì a testimoniarlo. In questi tempi di politically correct non ci crede più nessuno alla buona fede del prossimo, come avessimo imparato a diffidare dei moralisti: avvallare certe vacuità demagogiche sarebbe imperdonabile, quasi come abbandonarsi all’ipocrisia, al falso buonismo. Qualcuno crede ancora al fair play finanziario per caso? Quello di PSG o City tanto per intenderci? Oppure c’è qualcuno che conosce i primi della classifica UEFA Fair Play redatta dal ’94 al 2015? Magari c’è anche la tua squadra del cuore, avresti dovuto fare caroselli per le piazze. Tranquilli, la vostra squadra non c’è. La classifica è stata «predata» da squadre nordiche, per lo più scandinave: eppure dava accesso alle competizioni europee e mica alla Coppa Lombardia, tanto per alludere a Josè Mourinho. Guardate Lazio-Inter com’è andata. Tale e quale alla nostra gara di quarta serie. Conclusione di Lautaro intercettata dalla Lazio, contropiede sulla corsia destra con annesso calpestio di passi a fianco dell’atterrato Dimarco, tap-in di Felipe Anderson dopo incerta respinta di Handanovic su tiro di Immobile. Manco a farlo apposta, biancocelesti sul 2-1. Solito putiferio; solita rissa da saloon; solito mancato fair play.

Antisportivo. Ma in questo caso, dov’è l’antisportività? Difficile se non impossibile a questi livelli stabilire dove fosse la buona e la mala fede del giocatore rimasto a terra. Come si fa a capire quando si passa «dal fallo tattico al fallo da svenimento»? Tanto per citare Fabio Capello che di questa tematica ne ha fatto una battaglia personale. Ed è proprio questo il punto: inutile lasciare libero arbitrio ai giocatori su fattispecie del genere, troppa responsabilità graverebbe sulle spalle di chi, in deficit d’ossigeno o in transagonistica, non avrebbe più lucidità per disquisire di cosa sia giusto o sbagliato in un determinato, cruciale, frangente della gara: allenatori compresi. In più, nel caso specifico di Castellanzese-Desenzano, il fatto è arrivato in pieno recupero: e non siamo nel basket dove il cronometro si ferma ad ogni interruzione, nel calcio i minuti di rado sono tutti pienamente recuperati (a tal proposito vedasi il tempo effettivo di gioco medio di una partita, solitamente intorno al 55%, pari a 52-53 minuti a gara). Ecco perché se Daniele Nardelli ha fatto benissimo ad adottare il fair play per insegnare ai suoi lo «spirito sportivo» in un campionato giovanile, altrettanto bene ha fatto Michele Florindo a lasciar correre in un campionato alle porte del professionismo. Ma allora la domanda sorge spontanea: se c’è un uomo a terra come ci si comporta?

Ritorno alle origini. La risposta è inerente alla complessità delle semplici cose. Basta infatti appellarsi alla storia stessa del movimento calcistico delle origini e dei padri fondatori, addentrandosi nella notte dei tempi per ricercarne i postulati primitivi, gli assiomi primigeni. Inghilterra, anno 1841: a Rochdale si svolgeva una delle prime partite di football, uno sport - questo - ancora lontano dall’essere codificato. In campo solo compagini cittadine improvvisate o poco più. Dunque Body-Guard Club e Fear-noughts Club si sfidarono, e stavolta in palio non venne semplicemente assegnata la sola vittoria ma qualcosa di più. Qualcuno infatti stabilì che al team vincente sarebbe spettato un premio in denaro accompagnato da un barile di gin. Apparve chiaro a tutti che in quell’occasione non sarebbero bastati i migliori propositi cavallereschi, fino a quel momento in voga, per dirimere le questioni regolamentari sorte sul campo fra quegli stimati gentleman aristocratici in giacca, cravatta e scarponcini chiodati. Sarebbero dunque state necessarie figure esterne al gioco, il cui parere doveva risultare decisivo e finale. E forse fu proprio in quell’occasione, in quella partita disputata nella Contea di Greater Manchester, che nasceva la figura dell’arbitro di calcio.

Terzietà. Non per nulla in campo oggi come allora c’è o ci sono giudici deputati a dirimere questo genere di controversie, ad interpretare il regolamento: sono uomini vestiti di nero che non rappresentano nessuna Chiesa se non forse quella maradoniana, e piuttosto stanno al calcio come gli sceriffi stavano al Far West. Sono loro, gli arbitri, ad avere il potere - oltre al dovere - di far rispettare la legge, soprattutto in un paese pallonaro di eccessi ed esagerazioni come il nostro dove ormai troppi attori di bassa lega e dalla doppia morale agiscono costantemente nella zona grigia, anche sul rettangolo verde. In definitiva, Florindo e Nardelli non sono altro che due facce della stessa medaglia, l’arbitro invece il depositario ultimo della liceità del gioco. Insegnare ai giocatori di ogni categoria il rispetto delle decisioni arbitrali significa anche rispettare le norme civili della società. Solo il direttore può interrompere o far continuare il gioco, così come le sentenze dei giudici vanno sempre rispettate. Il resto non conta. Altrimenti potremmo tranquillamente autogestirci o dare spazio all’anarchia. Gli organi terzi ed imparziali esistono per questo, quando anch’essi - ovviamente - non abusano del loro ufficio… 

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