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Editoriali

Io boomer, nostalgico della prima palla

Scuole calcio ormai svuotate di ogni senso pratico, colpa di una Federcalcio che ragiona solo a tavolino

Io, boomer nostalgico della prima palla

Il segreto? Giocare sempre e dare spazio alla fantasia dei ragazzi

The repetition is the mother of skills, continua a sostenere Gianluigi Cavallo (in arte Cabo, ex frontman dei Litfiba), e nostro docente in digital strategist. La ripetizione è la madre delle abilità. E quale miglior metodo non si dovrebbe applicare alla Scuola calcio? In fondo se l'Italia è diventata una potenza calcistica vincendo quattro titoli mondiali, in epoche per altro diverse, non sarà mica stato per caso. Se i nostri club (se lo ricorderanno quando al massimo si potevano schierare tre stranieri) hanno vinto coppe dei Campioni, coppe Intercontinetali, coppe Uefa, coppe delle Coppe praticamente con soli italiani in campo, non può essere anche questo un caso. E allora, e anche qui Cabo torna d'attualità, non dobbiamo fermarci alle sensazioni, dobbiamo analizzare i freddi numeri.

E partire dalle origini. Recentemente, alla presentazione del suo libro presso il Nichelino Hesperia, Chicco Evani ha svelato un piccolo segreto passato tuttavia sotto traccia che però, per chi come noi ha i capelli bianchi, ha bene chiaro in mente. «Giocavamo sei ore al giorno, tutti i giorni - ha spiegato Evani - si iniziava nel primo pomeriggio, si finiva la sera». Era così per tutti. La seconda palla non era ancora entrata nel nostro vocabolario perché la palla era solo una. E chi la portava era titolare inamovibile nonché primo capitano. Bim bum bam e via a formare le squadre. E si giocava fino allo sfinimento oppure fino a quando il "padrone" della palla veniva criticato in maniera troppo aspra.

Non c'erano allenatori, istruttori e soprattutto non c'erano i parrucconi della Federazione che per giustificare la loro presenza (e i lori lauti stipendi) si inventavano i giochini, il risultato dei tempi e menate varie. Il risultato era quello che era. Eravamo tutti capaci a correre, eravamo tutti sostanzialmente coordinati. E non è poco. Provate a chiedere ad un vecchio istruttore di calcio come il maestro Giuseppe Trucchi (papà di Luca Trucchi attualmente preparatore atletico dell'Atalanta) e vi dirà che saper correre con efficacia e coordinazione è metà calciatore.

Certo poi viene la tecnicca, le doti individuali, imparare a calciare. Tutte cose che i nostri "allenatori" dell'epoca ti aiutavano a migliorare con metodologie spartane ma efficaci. E noi lo si faceva. Destro, sinistro, destro, sinistro, per ore contro il muro. Si imparava così. Perché la ripetizione è la madre delle abilità. Poi arrivarono le forche, e all'inizio eravamo tutti diffidenti. Ma per imparare a colpire al volo erano fondamentali, e lo stesso dicasi per palleggiare. Ore, ore, ore.

Questo mondo non esiste più. Le società hanno spazi contingentati. Intanto perché per poter sopravvivere devono affittarli sti benedetti spazi, per cui nella scuola calcio si fanno due allenamenti alla settimana di un'ora e mezza cadauna. Non ci portavamo nemmeno le scarpe se sapevamo di stare così poco. Ma l'apoteosi si raggiunge nella partita. Se sei il numero uno della squadra giochi trenta minuti alla settimana. Trenta minuti? Ma non avremmo nemmeno iniziato, non ne valeva la pena, ci davamo appuntamento al giorno dopo.

Ovviamente qui stiamo parlando dei Dilettanti perché nei professionisti non è così. Giocano tutti i giorni. Perché solo così possiamo crescere. Ma i numeri dei professionisti non sono sufficienti a far crescere un movimento. Certo sfornano i Barella, ma i Lentini, che fino ai Giovanissimi giocava nella seconda squadra del Barcanova, oggi non diventerebbe una stella a livello mondiale. E di questi esempi ne possiamo sfornare uno dietro l'altro. Il colmo è che noi oggi abbiamo tecnici più preparati e meno materia prima che oltre tutto gioca un decimo di quello che gli servirebbe per migliorarsi.

Come ne usciamo? Non ne usciamo. Perché qui non dobbiamo rifondare il calcio, qui dobbiamo rifondare una nazione. Quanto servirebbero le ore di educazione fisica a scuola per imparare almeno la coordinazione? Tantissimo. Sono state tolte. Quello che non riusciamo a comprendere è che lo sport non è tirare due calci al pallone. Lo sport è impresa, lo sport è salute, lo sport è business. Sì è business, perché la Nazionale che non va ai Mondiali è un danno enorme per l'intera economia. Anche per quelle società che fanno fatica a mettere a disposizione i calciatori stessi alla Nazionale. E come possiamo crescere come nazione se al governo ci vanno persone che con leggi mirate (vedi Spadafora) va a penalizzare le società che invece andrebbero sostenute?

Ben venga la seconda palla, solo se non perdiamo la prima e questo Paese l'ha smarrita da un pezzo. Su quello che poi avviene nella seconda fase, procuratori, stranieri, amici, amici degli amici, serve un capitolo a parte, ma non è l'unico motivo per cui l'Italia non va ai Mondiali.

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