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Schiaffino Esordienti 2009, Vincenzo Carbone: «Lo spirito che si porta in campo è fondamentale per allenare al meglio»

schiaffino esordienti 2009
Quest'anno lo Schiaffino può contare su un nuovo allenatore in campo per dirigere i suoi Esordienti: parliamo della figura di Vincenzo Carbone. L'allenatore, anche se è una new entry in questa società, può vantare una lunga esperienza calcistica sia come calciatore che come Responsabile. Durante l'intervista racconta di come non abbia fatto in tempo a conoscere molto bene il suo staff, per ora, e del rapporto che ha instaurato con i suoi atleti. Quando è entrato in contatto con il mondo del calcio? «Io ho iniziato a giocare a 6 anni. Poi da adulto sono stato, fino agli ultimi 6 anni, Direttore Sportivo e Tecnico per il Molinello e per la Lentatese. Poi mi sono preso un anno sabbatico e in seguito ho voluto riprendere l'attività, ma ripartendo come allenatore. Questo ruolo mi ha sempre dato molte soddisfazioni e soprattutto è meno impegnativo. Mi permette di stare in campo con gli atleti senza avere tutte le responsabilità amministrative. Dopo un anno di assenza dal campo non sono riuscito a stare lontano. Volevo rientrare nel calcio giovanile con un ruolo più tranquillo di quello da responsabile». Vede mutato di molto il mondo del calcio da quando era lei un bambino? «A livello di gioco è uguale, ma cambia molto l'idea che di questo sport ci si è fatta, come la commercializzazione delle società e soprattutto l'intromissione delle famiglie in quello che è l'allenamento del bambino. Una volta era un mondo un po' più diverso: ha ancora dei lati positivi, però ci sono molti genitori molto invasivi. Cercano di spingere il bambino a fare questo sport senza che il figlio sia portato. Questo non significa che lui sia uno stupido, ma magari è semplicemente più portato per altri sport. Quando poi esprimiamo il nostro giudizio, lo vivono più negativamente i genitori che i bambini stessi». Quindi anche le società sono cambiate molto nel tempo? «Il guaio è che purtroppo ci sono persone pagate proprio per reclutare bambini, anche piccoli, per portarli in altre società così che queste possano contare più iscritti. Spesso in questa ragnatela di soldi che girano a cascarci sono i genitori. Nella mia carriera ho parlato spesso con famiglie che ci hanno lasciato perché spinte dal nome famoso della società, ma li ho sempre avvisati che da noi i loro figli sono qualcuno, lì sarebbero stati sempre dei numeri. Infatti accade che queste società abbiano più squadre all'interno, per esempio la A la B e la C. Nelle prime tengono i più bravi e nell'ultima gli altri, che servono solo a fare numero e a ricevere soldi». Quindi, secondo lei, quale sarebbe la filosofia più adatta ad allenare questi piccoli giocatori? «Innanzitutto credo che finché siano piccoli le cose vadano prese con maggior leggerezza. Poi quando il ragazzo entra nell'agonistica allora si può parlare più di risultati e altro. Ma finché il bambino ha 6 o 7 anni l'importante per me è che imparino piano piano la tecnica senza avere troppe pressioni. Ci sono davvero allenatori esagerati che insegnano ai bambini cose assurde e che in quelle categorie non servono a nulla. Io, ad esempio, credo che sia la persona a fare la differenza: ci sono individui che si dicono professionisti solo perché hanno il patentino, ma poi nel rapporto con i più piccoli valgono meno degli altri. È lo spirito che porti in campo ed il trattamento che riservi ai giocatori quello che serve per allenare. Io ho avuto modo di preparare sia i più grandi che i più piccoli e sono dell'opinione che gli input bisogna darli lentamente, con un crescendo che va di pari passo alla loro età. Ogni anno, ogni stagione, inserisci qualcosa in più. Solo così puoi far diventare bravo un bambino che per ora non ha l'età per pensare al futuro. Sono più i familiari che cercano di spronarli a diventare i futuri campioni; se vedono i figli in panchina magari fanno pure delle scenate. Io, da responsabile, consigliavo sempre agli allenatori di divincolarsi da queste faccende e di staccarsi dai genitori. Il confronto va bene, ma se esageravano dicevo di mandarli da me. Non è compito di chi allena i figli e sta in campo con loro, riempirsi la testa con queste problematiche. È anche per questo che ho voluto tornare ad allenare invece che continuare nel mio ruolo di responsabile». Quindi il bambino è quello che ne risente maggiormente? Cosa proporrebbe lei per facilitare la pratica di questo sport soprattutto ai più piccoli? «Prima cosa far capire alle famiglie che quello che conta non è giocare in una società con un nome importante, ma come viene valorizzato il bambino in tutto l'anno. Per me loro non sono dei numeri, sono importanti ognuno a proprio modo. Molte famiglie che sono cascate nel tranello poi sono tornate perché si sono rese conto da sé che le cose andavano diversamente da quanto promesso. Per questo mi sono sempre battuto anche in passato: per tenermi gli atleti e non farmeli portare via. Ne ho persi molti così, ma molti poi mi hanno dato ragione. Bisogna lasciare il bambino dove si trova bene e farlo allenare serenamente. Poi quando crescerà allora saranno anche più importanti i risultati». Come società avete organizzato eventi o iniziative particolari? «Ho potuto godere ben poco di quello che è la parte più ludica della società Schiaffino, essendo entrato proprio in un periodo sfortunato e solamente da settembre. Quindi ho avuto anche poche occasioni di sperimentare e conoscere lo staff. Però, appena sono arrivato, abbiamo organizzato un bel torneo con i miei ragazzi e le altre annate delle pre agonistica. Hanno avuto modo di confrontarsi con altre squadre e giocare delle belle amichevoli. E poi, in queste settimane siamo tornati in campo: ovviamente siamo in due ad allenare e abbiamo sette bambini a testa e non c'è contatto tra loro. Li alleniamo più sulla parte fisica e tecnica con vari esercizi da fare individualmente, anche se non è la stessa cosa». Lei ha figli? Ha trasmesso loro questo amore per il calcio? «Sì, ne ho tre, ma solo uno è maschio, quindi solo lui ha praticato questo sport. Mi ha sempre seguito: ora è grande e gioca ancora. Quando lo allenavo, lo trattavo sempre alla pari degli altri. Anzi, delle volte altri genitori mi dicevano "Ma come, è tuo figlio e lo lasci in panchina?". Ma se in quel periodo non meritava di entrare in campo, si beccava la panchina come gli altri. Sono stato forse più severo con lui rispetto che con i suoi compagni di squadra. Ora, infatti, continua a gioca ancora perché ha capito il vero spirito di squadra, quello che ho sempre voluto trasmettere a tutti i miei calciatori».
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