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Serenissima Esordienti 2009, intervista doppia ai tecnici di Cinisello Luca Balestra e Salvatore Musella: «Qui è come stare in famiglia»

serenissima Esordienti 2009
La Serenissima è una società che accoglie tutti i giovani atleti fino ai 15 anni. La realtà è quella oratoriale, quindi nello staff lavorano poche persone, tutta gente che si conosce e che ha la passione comune per il calcio. Ovviamente, il loro interesse è incentrato soprattutto sui bambini, in quanto non esistono le categorie superiori e la Scuola Calcio va avanti con i suoi obiettivi in nome del grande Gaetano Scirea, che lì ha iniziato a tirare i suoi primi calci al pallone. A far parte di questa grande “famiglia ampliata” ci sono anche Luca Balestra e Salvatore Musella, i due allenatori della categoria degli Esordienti 2009. Infatti, si sono divisi la squadra, in quanto troppo numerosa per formarne una sola, e allenano insieme e con lo stesso spirito che da sempre spinge la società e i piccoli atleti che ne fanno parte. Com’è avvenuto il vostro primo incontro con l’ambiente calcistico? Musella: «Io ho iniziato a giocare a calcio fin da quando ero un bambino. Le mie prime esperienze si sono formate in oratorio a Milano, vicino a dove abitavo. In seguito ho giocato nella squadra del Niguarda, poi successivamente ho iniziato a studiare e ad inserirmi nel mondo del lavoro e ho mollato la mia professione di giocatore professionista. Ma in realtà non ho mai del tutto abbandonato il calcio perché mi sono sempre incontrato con gli amici per organizzare le nostre partite di pallone magari nei palazzetti o affittando campi da calcio. Sei anni fa mi sono ritrovato allenatore presso la Serenissima e da allora non ho ancora mollato». Balestra: « Da sempre conosco il calcio diciamo. Da bambino ho fatto il mio primo esordio proprio nella Serenissima. Poi ho proseguito il mio percorso andando via via in categorie superiori ed ho cambiato alcune società fino a tornare di nuovo alle origini. Infatti, da quando sono diventato padre di due figli maschi, sono tornato in società e ho iscritto i miei figli. Io, anche per seguirli meglio, sono poi diventato allenatore. Ora il grande ha preso la sua strada e gioca alla Pro Sesto, mentre il piccolo è ancora con me ed io alleno, ad oggi, gli atleti del 2009, insieme al mio collega Salvatore Musella. Lavoriamo insieme, inseguendo lo stesso unico obiettivo, ma nei weekend, quando ci sono da giocare le partite dividiamo in due la squadra. Infatti facciamo parte di due gironi diversi, proprio perché sarebbe impossibile fare giocare più di trenta bambini insieme». [caption id="attachment_254437" align="aligncenter" width="500"] Luca Balestra insieme a parte della squadra degli Esordienti 2009[/caption] Qual è lo spirito del calcio che cercate di trasmettere ai vostri piccoli atleti? Musella: «Il bambino è sempre al centro di tutto. Il nostro obiettivo, oltre che puramente calcistico, rimane quello di aiutarli a crescere e a migliorare sempre come persone, oltre che come giocatori. Ci tengo a trasmettere lo spirito di squadra, a farli giocare sempre insieme, allenandoli e condividendo l’esperienza come un gruppo unito. Da noi si sta come in famiglia e ci conosciamo tutti, da tanto. Tra lo staff c’è amicizia e questo serve per poter gestire in modo più sereno possibile i bambini e ad accompagnarli nella crescita e nel passare le varie annate e le varie categorie senza traumi e senza stress. Vogliamo che il bambino percepisca il calcio come un divertimento, soprattutto a quest’età. Non ha senso stare loro addosso e rimproverarli se una partita l’hanno giocata male o addirittura hanno perso. Noi trattiamo i bambini tutti nello stesso modo. Pensi che io ho due figlie femmine: una di loro voleva, un anno, giocare a calcio, ma per paura di creare gelosie, perché sarebbe entrata nella mia categoria, non ho voluto. Questo è un po’ un mio rimpianto, però fa capire come da noi non vogliamo assolutamente creare diversità tra i giocatori». Balestra: «Il nostro è uno spirito oratoriale e familiare ed è anche per questo che ci teniamo a curare quella che è l’educazione del bambino. Non abbiamo le categorie più grandi quindi ci possiamo dedicare a loro a 360 gradi. Quello che insegniamo è la cultura dello sport. Infatti, proprio per i nostri bambini organizziamo tante cose divertenti. Per esempio, in questi giorni ha fatto una videochiamata con noi il vincitore del freestyle, che ci ha promesso di venire in campo a presentarsi. Ai bambini queste cose piacciono un sacco e si sentono importanti e coccolati». Come vedete l'intromissione dei genitori all'interno della vita calcistica dei loro bambini? Musella: «Partendo dalla triste riflessione che si è abbassata di molto l'età in cui un giocatore se ne va dall'ambiente del calcio, devo dire che alcune famiglie ci mettono del loro per provocare questo abbandono prematuro. Alcuni sono proprio esagerati ed è difficile trattare e spiegare le cose. Spingono così tanto il figlio già da quando è in età giovane che appena può molla tutto perché non ne può più. Non vede il calcio come un divertimento, come, invece, dovrebbe essere, ma come un'imposizione. Si vede sempre sotto torchio, deve sempre faticare e sentirsi pure i rimproveri perché il genitore riflette sul proprio figlio il sogno di una vita che per lui è andato in fumo. I padri, soprattutto, continuano a far cambiare società a questi bambini che vorrebbero solo stare con i loro compagni e divertirsi, credendo così di portarli al successo, lo stesso che magari speravano per loro in passato e che poi non si è realizzato. Così il bambino si porta dietro il peso dei sogni infranti del padre e si sente caricato sempre di più di un'incombenza che a quell'età non gli compete. Fare sport deve servire alla crescita, migliorarla, non portare il ragazzo allo sfinimento, così da mollare lo sport prima del tempo e buttarsi magari in qualcosa di meno salutare. Al bambino non importa nulla di diventare il fenomeno del momento, vuole solo giocare. Per questo motivo noi non facciamo alcuna selezione spietata in società. Da noi giocano tutti, non c'è differenza tra quello più bravo e quello meno portato o più indietro a livello tecnico. Noi diamo loro un'opportunità: poi sarà il bambino che da adulto deciderà cosa fare e se e come continuare. Noi non ci sentiamo nessuno per poter dire "tu vali e tu no"». Balestra: «Esistono realtà familiari in cui è il papà che spinge il figlio a praticare questo sport sia perché lo faceva lui da bambino, sia perché ha lui stesso questa passione. Anch'io ho due figli e ho trasmesso ad entrambi questo mio amore per lo sport. Ma la nostra non è una di quelle società che opprimono i bambini per farli diventare sempre più capaci e li stressano per fare sempre meglio. Da noi non è importante che il bambino diventi il futuro calciatore famoso. È troppo presto. Noi abbiamo atleti che si allenano fino ai 15 anni e prima di quell'età non ha proprio senso spingere la mano, calcando troppo sul risultato e sulla presenza tecnica. Quindi devo dire che da noi anche le famiglie premono poco, anche se qualche episodio di intromissione lo abbiamo visto, ma la nostra è una realtà familiare, da oratorio. Questo non significa che non ci interessi vincere ed allenare bene i nostri atleti. Anzi, noi portiamo avanti con cura le nostre idee ed i nostri obiettivi, ma spieghiamo subito alle famiglie che i loro figli sono ancora piccoli per poterli mettere sotto pressione a livello agonistico. Cerchiamo comunque di mantenere alto il livello, anche perché da noi è nato un campione storico come Gaetano Scirea, quindi non possiamo non essere degni del suo trionfo». [caption id="attachment_254423" align="aligncenter" width="500"] Memorial Gaetano Scirea, il torneo che la Serenissima organizza ogni anno in onore del calciatore scomparso[/caption] Come vede cambiato il mondo del calcio da quando lei era bambino? Musella: «Direi che è tutta un'altra cosa. Per esempio, noi giocavamo davvero con le buche a terra; quando pioveva e si formava il fango eravamo contentissimi di poter scivolarci dentro e sporcarci. Adesso abbiamo campi perfetti, tutto pulito e ordinato, e se a terra è un po' sporco è il bambino stesso che dice "che schifo!". Io sto con loro in campo sempre: con la pioggia, con il freddo, sotto il sole atroce. Non mi lamento perché è una cosa che ho sempre amato fare. Il ragazzo d'oggi ha così tanti vizi, tanti svaghi, che il calcio diventa meno importante nella sua vita rispetto a quando noi eravamo piccoli. Io ho un lavoro normale, che svolgo tutti i giorni, ma comunque la sera corro in campo e sto con loro. I weekend non ne parliamo: quelli sono dedicati alle partite da sempre. Anche se è difficile conciliare tutto, lo faccio lo stesso e con amore». Balestra: «Non vorrei dare una risposta fin troppo scontata, ma è la verità. Le rispondo come rispondo sempre a questa domanda: il calcio ora è tutta un'altra storia, purtroppo. Lasciando stare il fatto che c'è più mercificazione e anche il bambino diviene una pedina di questi intrighi economici. Le racconto un episodio: abbiamo organizzato in società un piccolo torneo di PlayStation per i nostri giocatori, così da farli svagare un po'. Sembra una cosa stupida, ma a loro è piaciuto un sacco e si sono divertiti da matti. Ecco: pensi invece che noi i videogiochi ce li sognavamo. Eravamo già contenti di avere in mano un pallone e di riunirci tutti in un parchetto; bastava giocare a calcio, ovunque. Per questo spingo sempre le famiglie a non lasciare i loro figli chiusi in casa per troppe ore, a farli uscire e giocare all'aria aperta, a dimezzare i minuti che passano davanti ai videogiochi. Questa è un'era in cui hanno troppe cose, troppa tecnologia, e rischiano di stare attaccati ad uno schermo per ore senza avere lo stimolo di correre all'aria aperta». Organizzate eventi o tornei importanti in società? Balestra e Musella: «Due tornei che sono quelli di cui andiamo più fieri. Sono organizzati entrambi in onore di Gaetano Scirea, grande campione che ha esordito da bambino qui da noi in Serenissima. La nostra, infatti, si chiama Scuola Calcio Gaetano Scirea. Il primo torneo è solamente per le categorie dei piccolissimi e si chiama "Mini Scirea": questo lo organizziamo a maggio, come molte altre società. L'altro, invece, è proprio il "Torneo Gaetano Scirea", quello "ufficiale", che si svolge a settembre ed apre le porte alla nuova stagione. Per ora siamo fermi da un po' per via di questa situazione. Il nostro obiettivo adesso è tenere comunque unito il gruppo e far capire che noi ci siamo sempre. Infatti organizziamo videochiamate frequenti con tutta la squadra. Speriamo solamente di poter tornare ad allenarci dopo le feste natalizie. Sicuramente dovremo rispettare le nuove normative e chiudere le docce, tenere le distanze, ma almeno ci si augura di poter tornare presto a rivederci tutti insieme».    
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