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Bonola Esordienti 2008, Sergio Guarrata e la sua missione: «La nostra società svolge un lavoro sociale, oltre che sportivo»

Bonola Esordienti 2008
Grande Direttore Sportivo ed allenatore professionista, Sergio Guarrata è membro della società Bonola già da qualche tempo. Pratica entrambe le attività, dopo aver vissuto una lunga carriera sempre all’insegna del calcio. Ad oggi si è voluto proprio specializzare ed ha ottenuto addirittura il Patentino UEFA B, ma il suo amore per i bambini e per il suo quartiere ha fatto sì che rimanesse fedele alla società in cui lavora attualmente. Senza pretendere stipendio, si dedica con dedizione al mondo degli atleti più grandi ma soprattutto a quello dei più piccoli. Ha avuto una lunga carriera sportiva, ce la racconti un po’… «Ho iniziato a giocare a calcio praticamente da piccolissimo, nel mio quartiere, Bonola, in cui sono nato e cresciuto, ed in cui vivo ancora oggi. Ho continuato a praticare questo sport fino da adulto, fino a quando sono nati i miei figli. Poi, però, ho scelto la famiglia e ho lasciato il calcio giocato, ma nel 2006 ho cominciato ad allenare: il richiamo del campo d’erba era troppo forte. Posso dire con orgoglio di aver avuto una buona carriera, alla fine. Mi sono dedicato, successivamente, sia ai ragazzi più grandi che ai bambini. Ora che però sono diventato Direttore Sportivo ho deciso di dedicare il mio tempo solo alla pre-agonistica perché è meno stressante: in quelle categorie non c’è l’ansia di dover vincere per forza ogni partita, di rimanere sempre nei primi posti in classifica». Quindi è sempre rimasto nella stessa zona e nella stessa società? «Sì, assolutamente fedelissimo al quartiere Bonola, che praticamente è grande quasi come una cittadina. Non ho mai cambiato: conosco bene quei bambini e ho visto crescere tante di quelle generazioni da che ero allenatore ad ora che sono salito di grado». Organizzate qualche evento rilevante o particolare? «La Scuola Calcio è nata sull’onda della scomparsa di un ragazzo che ha iniziato a giocare con noi, Nicolò Mancini, che ho allenato io stesso. Purtroppo è venuto a mancare troppo presto e soprattutto all’improvviso per un brutto incidente in vacanza. Da allora la parte non agonistica è dedicata a lui, e ne prende il nome. Abbiamo, all’entrata, uno striscione enorme che riproduce il suo nome e ci denomina come sezione. Ogni anniversario della sua morte facciamo una specie di festa in cui giocano i ragazzi che erano in squadra con lui, quelli rimasti, ovviamente, e si organizza un grande torneo. Quel ragazzo aveva incominciato a giocare da piccolo: l’ho conosciuto quando aveva sei anni e ha continuato fino a quasi i diciotto, un evento abbastanza raro al giorno d'oggi. Ha lasciato un vuoto incredibile sia nei ragazzi, che nei cuori di noi adulti. E vogliamo ricordarlo così: facendo ciò che lui amava fare, giocare a calcio». Qual è la filosofia che portate avanti? «Preparare i ragazzi a giocare a pallone educandoli alla loro futura vita. Insegnare ad aiutare sempre gli altri, anche, e soprattutto, in squadra. Insegnando questo sport, vogliamo insegnare a vivere, a stare al mondo. Questo è un quartiere difficile: ci sono molte famiglie povere e molti immigrati senza lavoro. A queste persone offriamo spesso iscrizioni gratuite o se un ragazzo non ha le scarpette da calcio è probabile che uno di noi lo porti in negozio e gliele compri. Noi facciamo un lavoro sociale, soprattutto». Quindi il vostro intento è aiutare i bambini e le famiglie meno abbienti, oltre che far giocare i loro figli? «Ma noi prendiamo questa cosa proprio come una missione. Insegniamo il calcio e così li teniamo al sicuro, lontani dalla strada. Non è proprio un quartiere roseo il nostro e, quindi, qui il calcio diventa quasi secondario: non ci importa solamente il risultato, ma lo sport deve andare di pari passo con il sociale. Io sono nato in questo quartiere e lo vivo per davvero e quello che posso fare, lo faccio: per questo, se un giorno dovessi vedere che in società non accettiamo un bambino perché non ha i soldi per la quota d’iscrizione, sarei il primo ad andare via. Perché andrebbe a cadere proprio il senso del nostro obiettivo. Nessuno di noi è pagato: con i soldi delle famiglie paghiamo le spese e creiamo sempre una cassa comune che serve proprio per queste emergenze, per aiutare, cioè, le famiglie che non possono e non sono in grado di pagare. Bonola è una zona con molte problematiche, ma in questi anni abbiamo tolto molti ragazzi dalla strada. Noi siamo nati come una società che ha nel suo stesso statuto l’intento di non avere alcuno scopo di lucro». I prossimi obiettivi quali saranno? «Per ora il nostro secondo passo da attuare è alzare il livello tecnico. Con la nuova gestione societaria, subentrata nel 2019, il nostro lavoro è diventato una missione. In questi giorni, ad esempio, i bambini potranno tornare in campo per gli allenamenti individuali, mentre nel periodo in cui Milano era zona rossa, per i ragazzi più grandi, i loro allenatori hanno creato una serie di allenamenti da fare a distanza. Sicuramente li tiene più attivi e li stacca un po’ dai videogiochi. Questa generazione la vedo male: secondo me, si stanno venendo a creare molti disagi psicologici, che difficilmente verranno sanati. Per loro è un periodo davvero brutto, che non riescono a comprendere appieno». Per lei che significato ha “giocare a pallone”? «È proprio una filosofia di vita, un modo di pensare. Quello che i ragazzi imparano sul campo, poi lo metteranno in pratica nella vita vera. Per questo la figura dell’adulto è importante: deve sempre indicare la giusta strada da seguire». La sua famiglia cosa ne pensa di questo suo impegno? «Mia moglie la vedo pochissimo, lo ammetto. Ma lo sa che per me è fondamentale ciò che faccio. Io esco da lavoro e corro in società e ci resto fino a sera mentre il weekend è dedicato solamente alle partite. Ho anche due figli: il maschio ha 22 anni e gioca nel Bonola. La mia famiglia mi supporta e mi sostiene, come è giusto che sia. Il mio è un amore e continuerò a lavorare per esso».
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