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Ritorno in campo difficile per chi si ammala di Covid: slalom tra regole poco trasparenti e visite mediche da rifare

marco bologna
La situazione per gli atleti che devono tornare in campo dopo essere risultati positivi al Covid non è assolutamente semplice: dalla normativa emessa a gennaio di quest’anno, i ragazzi devono fare una serie di controlli come la ripetizione dell’ elettrocardiogramma a riposo, durante e dopo il test, un’ ecocardiogramma color-Doppler e l’esame spirometrico. Come raccontato dal Dottor Marco Bologna, Responsabile dell’Area Medica del Settore Giovanile e Scolastico della Lombardia, essa, però, evidenzia degli enormi buchi normativi. Il primo è che mentre i ragazzi al di sopra dei dodici anni fanno controlli periodici per poter ottenere l’accertamento all’idoneità sportiva e, di conseguenza, il certificato medico agonistico, lo stesso non si può intendere per quelli più piccoli, a cui tutti questi controlli non sono sottoposti e per cui, ad oggi, non c’è alcuna normativa vigente. Questo significa che, oltre ad essere i soggetti più a rischio per le complicanze che il virus può portare al cuore, causando aritmie, in questo momento, i pediatri e i medici di base, sono poco informati sul da farsi (portandoli a fare i controlli a loro discrezione, talvolta non chiedendo alle famiglie di far fare al bambino almeno il test sotto sforzo, che evidenzierebbe eventuali problemi). Questo fatto provoca ancora più confusione anche in genitori e società, che nel concreto non sanno come comportarsi. « Il primo protocollo era irrealizzabile», racconta il Dottor Bologna «Ora è stato modificato e richiede, oltre ad un tampone negativo, l'ecocardiogramma, il test da sforzo e la spirometria. La maggior parte dei centri a cui si rivolgono le famiglie, però, non sono in grado di fare il primo esame, quindi questo viene a carico del ragazzo che deve rifare la visita. In più, la Regione Lombardia non rimborsa la spesa perché questa viene considerata una seconda visita (solo il primo controllo, infatti, è a carico della Regione). Un ulteriore problema sussiste nella mancanza di uniformità tra i centri di medicina dello sport: alcuni chiedono solo di ripetere a parte l’ECG e al resto ci pensano loro, altri invece fanno fare tutte le visite singolarmente; in questo modo i costi per una famiglia lievitano. Noi sappiamo di localizzazioni non polmonari che possono sviluppare miocardite e di conseguenza aritmie. Per questo, la Federazione Medico Sportiva Italiana ha ritenuto di chiedere almeno un elettrocardiogramma, ma non c’è nessuna normativa per i non agonisti: essi devono tornare dal pediatra o medico di base, che ripetono gli esami a loro discrezione. Alcuni firmano il return to play senza fare nulla, convinti che bastino i controlli che hanno in mano i genitori: questo crea un grande caos, che andrebbe normato. E la Regione Lombardia, da questo punto di vista, non si è ancora mossa e non ha cercato di risolvere il dilemma: basterebbe iniziare a cercare di rimediare alla spiacevole situazione con i centri che convenziona e cercare di creare una linea comune da fare rispettare, in modo che nessuno se ne approfitti. Tornando al problema dei controlli, c’è da dire che rispetto alla normativa che è rimasta in vigore fino a dicembre, c’è stato sicuramente un salto di qualità: prima la malattia non veniva classificata a seconda della gravità, ma indipendentemente dal fatto che ti fossi dovuto ricoverare o avessi avuto solo febbre o sintomi, dovevi ripetere gli stessi esami: questo aveva un enorme peso sulle tasche delle famiglie, che arrivavano a spendere anche cinquecento euro, situazione assurda visto che il 99% dei bambini ed adolescenti che ho avuto modo di visitare, sono da classificare nella fascia A, quella della malattia lieve. Alcuni hanno scoperto di essere stati contagiati solo dopo aver fatto il tampone a seguito di un contatto con un positivo. Adesso, per quanto sussistano comunque problemi, le cose sono migliorate». La pandemia, però, come abbiamo modo di notare da un anno a questa parte, sta facendo venire a galla delle grane medico-sanitarie irrisolte: «Sono evidenti delle problematiche che sono sempre state sorvolate. Come c’è da dire che questo virus sta creando delle discriminazioni e sta evidenziando un problema sociale tra chi ha disponibilità economiche e chi non le ha e non può permettersi di tornare dal medico per far fare a suo figlio tutti quei controlli. Bisogna anche evidenziare che la Regione prevede un’esenzione, la D97, per chi ha contratto il virus, ma questa non comprende questi esami specifici come la spirometria o l’elettrocardiogramma», l’ennesima beffa per queste famiglie, che non possono usufruire di questa possibilità. «Un altro problema che sta sorgendo è quello dell’informazione che coinvolge famiglie e società: molti si sono lamentati, convinti che siano i club a volere tutti questi controlli, non sapendo che in realtà vengono chiesti da una normativa e che le società non hanno alcun tipo di colpa». Ma entrando nel vivo dell’argomento, cosa deve fare un atleta della pre agonistica per poter tornare in campo? «Le società, aldilà del Covid, devono avere un certificato medico non agonistico, a cui devono provvedere i medici di base o i pediatri - queste due figure solo per i propri assistiti - o i medici sportivi (ordinari o aggregati, vale a dire coloro che non hanno una specializzazione, ma che sono comunque tesserati e, quindi, riconoscibili). Come ben sappiamo, ormai, i certificati di sana e robusta costituzione o altre addizioni, non valgono più. Seconda cosa deve essere fatto un return to play: se il pediatra non sa cosa fare, questi possono rivolgersi a chi sappia qual è la normativa e quella che è stata la gravità della malattia nel bambino. Specifico, perché credo sia fondamentale dirlo, che nel momento in cui sorgessero dei problemi, la società non avrebbe alcuna responsabilità. Questa è solo di chi ha firmato il certificato medico. Questo, però, non esime nessuno dal fare le cose in modo serio». E per quanto riguarda le previsioni per i prossimi mesi, Bologna commenta: « Se ci sarà un intervento della Regione si potrà risolvere con norme comprensibili e avremo più possibilità di chiarezza. In questo momento, c’è un boom di richieste da parte dei ragazzi che vogliono fare i controlli per poter ottenere l’idoneità e rientrare in campo, ma non mi è chiaro in quanti stiano facendo le cose in modo corretto. So che sono giunte delle segnalazioni alla Federazione, in quanto alcuni centri sportivi, con la scusa degli allenamenti fatti a porte chiuse, non richiedono il certificato agli atleti che rientrano dopo essersi ammalati. Dall’altra parte ci sono famiglie che si sono lamentate dei costi elevati e che non vogliono far ripetere gli esami ai propri figli».
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