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Accademia Inveruno, viaggio alla scoperta di Ambrogio Gibillini, lo "Special One": dagli anni ricchi di successi in panchina alla nuova esperienza da direttore sportivo

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Abbiamo imparato a conoscerlo meglio, in Italia, quando il suo nome fu accostato per la prima volta alla panchina del Milan: i rossoneri erano alla ricerca di una soluzione in grado di dare una svolta sia in ambito economico che, ovviamente, in termini di risultati. Un compito non semplice perché si sa, racchiudere in una singola persona tutte queste competenze è un arduo compito. Ralf Rangnick, noto per essere stato l'uomo chiave del gruppo Red Bull, fu il nome individuato da Ivan Gazidis. Ex calciatore, a 30 anni lasciò il calcio giocato per intraprendere la carriera da allenatore e dirigente sportivo con esiti eccellenti, diventando uno dei più influenti manager nel panorama europeo. Poi la storia prese un altro corso, con le vittorie convincenti del Milan di Pioli e il primato ottenuto grazie al carisma di Zlatan Ibrahimovic, ma questo non può bastare per dubitare delle qualità del tedesco. Qualità che non possono essere circoscritte solo alle capacità tecnico-tattiche, ma che sfociano in abilità nello studio, nell'organizzazione e nella ricerca. Per comprendere al meglio il personaggio, occorre citare Ralf Kropf, ex collega di Rangnick: «Anche se eravamo dilettanti, lui ci trattava da professionisti: tagliava l'erba al campo, gonfiava i palloni, ritirava sigarette e birre». E' proprio da questa serietà, da questa capacità di svolgere i compiti per bene quando nessuno ci osserva e da questi numerosi punti di contatto, che Ambrogio Gibillini, oggi ds dell'Accademia Inveruno dopo anni di successi in panchina, si può considerare un personaggio molto simile al tedesco: «Prima o poi nella mia vita avrei fatto il dirigente, ne ero certo, aspettavo solo la proposta giusta. Il focus è sempre stato sul progetto e sulla serietà. Il calcio è semplice ma bisogna saperlo fare. Puoi perdere un campionato per campo non sistemato o per i palloni sgonfi». Un incarico, quello di direttore sportivo, che Gibillini ha scelto di svolgere a Inveruno, la società "più professionale" in cui è stato: «E' arrivata una chiamata dal Presidente, mi ha detto che non mi conosceva personalmente ma aveva sentito parlare bene di me, avevo allenato lì gli Allievi 91-92 dal 2006 al 2008. Dopodiché ci siamo incontrati, tra persone per bene ci si intende, e abbiamo ufficializzato l'incarico. Non potevo rifiutare l'Accademia Inveruno. C'era bisogno di ricostruire e abbiamo gettato buone basi. Il parco allenatori, per esempio, è di assoluto livello: la società può vantare istruttori come Bilardo, La Greca, Piroli e il mio Dani, storico vice con cui lavoro da ben 15 anni, a cui ho affidato i 2005. Le rose sono tutte composte da giocatori forti, in particolare il gruppo dei 2004 e dei 2007, che a mio modo di vedere può puntare al titolo. Non sono un direttore che sta in ufficio: arrivo in sede alle 18 e sto lì per qualche ora a sistemare i documenti, poi vado sul campo a vedere il lavoro dei mister e la crescita dei miei ragazzi. Non è una presenza ingombrante la mia, i tecnici hanno risposto bene al mio arrivo e ai miei stimoli, questo mi rende orgoglioso». La nuova carriera è al momento in stand-by, anche se Gibillini non demorde « Un uomo di campo come me fa fatica, si sente un leone in gabbia. Ma quando non puoi nuotare a larghe bracciate, bisogna saper galleggiare senza affondare». Quando si parla delle imprese e delle gesta del milanese dunque, il riferimento riguarda ancora gli anni in panchina, aspettando nuovi successi dietro la scrivania. Nella sua lunga, gloriosa e memorabile carriera da allenatore, sono tante le rose che il tecnico ha avuto tra le mani: Magenta, Albairate, Inveruno, Bareggio, Cisliano, Sedriano, Pontevecchio. Il cuore, al quale come sappiamo bene non si comanda, non può che orientarlo verso la squadra della sua cittadina: «Abito vicino allo stadio, ho allenato con ottimi risultati nella società della mia città e ancora oggi nel Bareggio Club vedo la mia foto appena entro. Parlo con tutti e mi sento a casa. E' bello quando tutti ti apprezzano, senti di aver regalato momenti di felicità e spensieratezza ai tuoi concittadini. Non mi sento l'idolo della piazza, ma sicuramente qualcuno che ha fatto qualcosa di bello per tutti loro. Non ho tatuaggi, ma posso dire con franchezza che ho lo stemma del Bareggio tatuato sulla pelle, nonostante le tante avventure positive». Chissà quante sono poi le partite che hanno riempito di gioia il cuore del tecnico. Quante che siano, è difficile non piazzare nelle prime posizioni uno storico Bareggio-Rhodense: «Era una partita nel campionato Under 19, la Rhodense era prima e noi terzultimi. Ero appena subentrato e l'obiettivo era centrare la salvezza. Gli Allievi, nel frattempo, erano primi in classifica. Con coraggio li convocai e li feci giocare, vincemmo 4-1 e i quattro marcatori (Bollini, Losa, Trezzi ed Epoli) erano tutti ragazzi del 96. Ovviamente a fine anno ci salvammo, grazie al coraggio di quelle scelte». Ci sono però anche momenti neri e partite (poche) che invece non hanno fatto chiudere occhio al tecnico durante la notte: la semifinale playoff tra Bareggio e Assago, persa di misura per 1-0 dopo un dominio netto, per esempio. Oppure ammirare la propria bacheca e non trovare la Coppa Lombardia, trofeo ambito come una Champions League ma mai alzata al cielo. Ma se, come cantava De Gregori, non è da un rigore che si giudica un calciatore, si può dire con franchezza che non è dalle sconfitte che si può giudicare un mister. Anzi, paragonando il lavoro ad un incontro di boxe, è proprio dal modo in cui si incassano i colpi e si reagisce che è possibile capire di che pasta sia fatto l'uomo. In questo senso Gibillini potrebbe tranquillamente considerarsi un campione della nobile arte. Vittorie ed emozioni che restano impresse nel cuore e nella mente, tutte collegate da un unico filo conduttore: il rapporto umano splendido con i propri atleti, spiegato bene da una storiella brillante raccontata dallo stesso allenatore: «Se io ora chiamassi tutti i ragazzi che ho avuto in rosa, chiedendo loro di venire al centro di allenamento per giocare, stai pur certo che 9 su 10 si presentano. Soprattutto quelli che ho fatto giocare di meno, perché è proprio con loro che devi essere serio, schietto, credibile, instaurando un rapporto basato sulla fiducia. Li ho tutti nel cuore». Tornando al paragone iniziale, anche Gibillini, proprio come Rangnick, indossò le scarpette coi tacchetti senza innamorarsene troppo: il giovane Ambrogio, che sul rettangolo verde ricordava gli stopper inglesi d'altri tempi, con grinta da vendere, è cresciuto nel settore giovanile del Bareggio, ritirandosi appena ventenne in Juniores. Lì, fu un incontro a cambiargli la vita sportiva, ma non un incontro sportivo, bensì personale: la conoscenza di Stefano Milanesi, all'epoca allenatore in Eccellenza, gli permise di accendere la fiamma. Dopo 4 stagioni da vice, il giovane Ambrogio cominciò la sua scalata in solitaria partendo dai piccolini del Magenta. Così come è stato per Milanesi, anche Gibillini ha trovato un erede per il futuro: «Non posso non pensare a Luca De Vivo, attualmente a Vighignolo con i 2005. L'ho allenato a Bareggio in Under 19. Ricordo che si fermava sempre dopo l'allenamento a fare lunghe chiacchierate con me e tuttora ci sentiamo spesso per ricercare un confronto. Attenzione, non è che non sa e quindi chiede a me, ricerca semplicemente un parere per accrescere le proprie conoscenze e il proprio punto di vista. E' un segno di grandissima intelligenza, sia per un allenatore che per un uomo». Endorsment non di poco conto, da parte di uno degli allenatori più interessanti e vincenti visti all'opera negli ultimi anni.
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