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L'INTERVISTA

Marco Borri, con un professionista dentro il ruolo dell'osservatore calcistico

Tra i primi abilitati ufficialmente dalla FIGC, diverse pubblicazioni all'attivo in materia per un esperto del settore

Marco Borri

Marco Borri (www.3borri.it)

Innanzitutto, chi è Marco Borri da Bresso?
«Un osservatore calcistico abilitato FIGC, un "uomo di campo" che ha arricchito la sua figura con altro: libri, rubriche e articoli per riviste specializzate che esemplificano la passione che ho per il calcio e questo lavoro. Mi piace scrivere e la didattica: sono difatti relatore/docente a corsi, convegni, in scuole e università. Sono un creativo, "un venditore di idee"».
Cos'è che ti ha reso precursore?
«Nel 2015 sono stato uno dei primi 42 osservatori abilitati della storia del calcio dalla FIGC. Nel 2014 ho pubblicato il primo libro per osservatori: “L'osservatore calcistico a 360°”. Sinceramente è stato gratificante vedere, agli esami di ammissione a Coverciano, alcuni colleghi osservatori con questo testo in mano. Non so se sono stato un precursore, ma sicuramente ho contribuito a sviluppare gli aspetti culturali e formativi del ruolo».
Raccontaci il percorso da calciatore ad osservatore
«Ho giocato a livello provinciale, regionale e nazionale, assaporando a 17 anni la Serie D. Non sono stato un calciatore professionista. Sin da giovanissimi non basta solo "il talento", ma è necessario anche saper fare rinunce e sacrifici: anche questo in fondo è talento. Appese le scarpe al chiodo, dopo due anni sabbatici, mi sono accorto che mi affascinavano più i ruoli "commerciali-dirigenziali": ho partecipato perciò a corsi privati per osservatori, gli unici al tempo disponibili, per poi iniziare a collaborare con l'Aldini. Sono passato successivamente al Varese, all'Albinoleffe dove ho lavorato anche per la Prima Squadra sull’osservazione dei prestiti (Lega Pro): i seriani mi scelsero grazie al curriculum inviato alla mail societaria. Successivamente sono tornato a Varese (Serie D), dove mi occupavo oltre che di scouting giovanile anche dell'aspetto formativo interno. Dal 2020 lavoro come osservatore per il Settore Giovanile del Milan. Da Marzo 2021 sono consulente di AIOC - Associazione Italiana Osservatori Calcistici».
È un mestiere nuovo per questo sport?
«È un mestiere che esiste praticamente da sempre, riconosciuto ufficialmente dalla Federazione nel 2015. Si tratta di un'attività complessa che richiede varie competenze e sensibilità. In particolare nell'osservazione di un giovane dico sempre di non sottovalutare mai colui che a livello emotivo lascia qualche cosa. La radice del lavoro è sempre quella degli osservatori di un tempo, come Crippa di Cusano Milanino, che andava per parchi e oratori alla ricerca dei campioni di domani; tra le sue scoperte: Trapattoni, i fratelli Maldera, Collovati, Giunta e Oriali».
Un modello di osservatore?
«Ce ne sono diversi, ma Mino Favini è considerato il maestro. Al centro della sua filosofia: la tecnica. Parlava sempre di attitudine naturale che il bambino deve avere nel contatto piede-palla, coscia-palla, petto-palla e testa-palla. In una recente conversazione che avevo avuto con lui aggiunse anche che, oltre alla tecnica, il calciatore moderno deve disporre di caratteristiche mentali, fisiche e atletiche. È importante fare caso al primo controllo, lo stop orientato per esempio fa guadagnare un tempo di gioco, consente di saltare l'avversario, le linee. Quest'ultimo è un segnale importante per l'osservatore perché, ancor prima che tecnico, è un "gesto" cognitivo. Il talento infatti è anzitutto un fenomeno cognitivo-coordinativo».
Che cosa fa l'osservatore?
«Semplificando: deve scovare l'atleta di talento, quello che rispetto ai coetanei ha capacità sopra la media. In un calciatore oltre al talento serve anche capacità di apprendimento. Ogni realtà ha la sua "filosofia scouting" pertanto lo scout deve sapersi calare e adattare al contesto per cui lavora. Il calciatore osservato è "Bravo" per chi? Per che cosa? Queste sono alcune delle domande che l’osservatore deve porsi. I giocatori che per esempio ricercavo per il Varese erano diversi da quelli per l'AlbinoLeffe. In un'azienda classica lo scouting verrebbe collocato nel ramo di ricerca e sviluppo: si ricerca la materia prima (calciatore) per essere migliorata e lavorata (allenamento) per il raggiungimento di un prodotto finito (successo sportivo-miglioramento atleti) che genera ricavi (vittorie–plusvalenze calciatori) da reinvestire infine in azienda».
Qual è il tuo approccio al lavoro e cosa reputi fondamentale?
«Il confronto è la base di tutto, sia che si parli con un addetto ai lavori di Serie A che con uno di Terza Categoria. Uso un approccio scientifico, simile a quello che si apprende a Scienze Motorie, respirato grazie ai miei fratelli Daniele e Fabrizio (www.3borri.it). Nelle mie pubblicazioni quindi ho sempre cercato di motivare il mio pensiero con uno studio. Sono curioso per indole, ho un'esperienza nel settore commerciale e questo mi aiuta nelle relazioni e nell'ottenere informazioni sui calciatori. Ho poi la fortuna di operare nel milanese dove il livello calcistico è buono e ci sono due università di Scienze Motorie che contribuiscono a formare addetti ai lavori preparati, oltre alle strutture. Quando poco più di dieci anni fa ho smesso di giocare c'erano ancora campi in ghiaia che oggi sono sostituiti da ottimi sintetici, che però hanno eliminato il tipico "rimbalzo a coniglio" della palla che salta su una zolla, come me lo definì una volta Massola. Allenatori e formatori devono ricreare quindi attraverso situazioni e attrezzi le anomalie del terreno che una volta contribuivano a creare l'imprevisto di gioco, imponendo ai calciatori di affinare destrezza e velocità di adattamento».
C'è un numero perfetto di osservazioni?
«Da manualistica si può dire siano 3 o 4, ma per anticipare la concorrenza vanno possibilmente ridotte. Potrebbe bastarne anche solo una ma per farlo, oltre che alla qualità dell'osservato, servono metodo e linguaggio comuni dello staff. Il vero scouting si fa sui giovani nei dilettanti, dove il talento è più grezzo e "meno in vetrina". La "cartina di tornasole" dell'osservatore sul calciatore in linea generale è la partita e non l'allenamento».
Aver giocato ad alto livello aiuta a svolgere questo lavoro?
«Chi ha giocato in Serie A ha dalla sua esperienza, sensibilità e conoscenza delle dinamiche del settore: questo aiuta. Dall'altra chi arriva da esperienze aziendali e di calcio minore, sa bene cosa significhi lavorare in azienda e può comunque portare il suo valore. Oggi i club di alto livello sono vere e proprie aziende, alcune quotate in borsa. Ognuno deve esaltare le sue qualità, cercando di colmare con il lavoro le lacune».
Quale errore non va commesso?
«Non bisogna essere rigidi nel proprio giudizio sui calciatori. È giusto essere convinti della propria valutazione, ma è necessario conservare elasticità mentale. Siccome è cruciale confrontarsi, si deve avere la capacità di ricredersi: un'area scouting efficace deve essere coesa, ci si deve stimare e fidare tra colleghi perché si lavora tutti per lo stesso club e obiettivo»
Ci sono ragazzi che invece di dire farò il calciatore dicono farò l'osservatore?
«Quando ho iniziato questo accadeva poco. Oggi, grazie al corso Federale, all'attenzione che i media danno al ruolo, ad AIOC, alle recenti pubblicazioni e al conseguente maggiore interesse degli appassionati, tutto questo inizia a verificarsi. Ci sono più persone che si avvicinano al mestiere e in questo vi intravedono un percorso professionale. Credo però che prima di sognare di diventare osservatori sia naturale sognare di diventare calciatori».
Quale sarà la tua prossima avventura?
«Sono in procinto di pubblicare il mio quarto libro (gli altri sono "L'osservatore calcistico a 360°", il "Manuale del talent scout nel calcio" e "Vivere da osservatori calcistici–Esperienze e consigli", tutti con la Calzetti&Mariucci Editori). Vorrei dare qualche risposta alla domanda su come si fa a diventare osservatori, una specie di ABC nel merito. La mia stella polare sarà sempre il campo: farsi apprezzare per competenza, professionalità, passione, sensibilità, insomma portando la mia persona in tutto ciò che faccio»

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