Champions League
20 Febbraio 2026
Jens Petter Hauge
C’è un istante, a Bodo, in cui l’aria taglia i polmoni e il rumore del vento artico fischia sopra i seggiolini gialli dell’Aspmyra Stadion. È la minuto 61 di una partita che pesa come un playoff di Champions League, e un ragazzo nato a due passi da qui, Jens Petter Hauge, si apre il destro e incolla il pallone sotto l’incrocio. Il pubblico esplode, lui salta e colpisce la bandierina: un gesto semplice, energico, quasi infantile. Quel gesto, però, porta con sé una biografia: l’etichetta di “meteora al Milan” staccata di dosso con un colpo secco, la rivincita contro l’Inter, l’ennesimo capitolo di una favola del Nord che sta ridisegnando la geografia emotiva della Champions League. In Bodo/Glimt–Inter 3-1 dell’andata dei playoff, il suo gol del momentaneo 2-1 ha il timbro delle notti che restano.
L’Aspmyra, casa di circa 8.000 spettatori al confine con il Circolo Polare Artico, è un contesto fuori scala per il calcio dei grandi budget: freddo tagliente, terreno sintetico, logistica estrema. Anche la vigilia è stata un dentro-fuori di neve e spalatori, quasi un prologo fisico alla tempesta tattica del match. Per l’Inter, capolista in Serie A, l’impatto è duro: dopo l’1-0 del 20’ firmato Sondre Brunstad Fet, il pari di Francesco Pio Esposito al 30’ illude i nerazzurri. Poi, nella ripresa, il Glimt accelera e trova due stoccate: prima Hauge al 61’, poi Kasper Hogh al 64’. Un uno-due da squadra leggera e letale, costruito con velocità, linee interne, coraggio. Martedì prossimo la resa dei conti a San Siro.

Il colpo all’Inter non è un’eccezione: è la conferma di un percorso. Nella nuova formula della Champions, il Bodo/Glimt ha già lasciato segni profondi contro avversari di altissimo profilo. Hauge è arrivato all’appuntamento dei playoff avendo già timbrato contro il Tottenham (doppietta), il Manchester City e l’Atletico Madrid. La rete ai nerazzurri porta il suo conto personale a 5 gol in questa edizione, tra League Phase e fase a eliminazione diretta.
La sequenza che porta al 2-1 è un bignami del calcio di Kjetil Knutsen: uscita palla rapida, pulizia tecnica, occupazione degli half-spaces. Kasper Hogh gioca “a muro” con un tocco orizzontale calibrato; Hauge legge il varco, guida il pallone sul piede forte e spara nel sette. È la sintesi di tre concetti chiave che hanno permesso al Bodo/Glimt di ribaltare gerarchie consolidate. Velocità di esecuzione: ridurre ogni transizione a due-tre gesti tecnici. Ampiezza elastica: l’ala sinistra si accentra solo quando l’attaccante fissa i centrali, liberando il corridoio. Fiducia nel tiro dalla media: soluzione coltivata in allenamento, sfruttando il rimbalzo “pulito” del sintetico. Contro un’Inter costruita per dominare gli spazi alti, quella combinazione ha spezzato il ritmo e acceso il pubblico. Dettagli, certo; ma i dettagli in Europa sono tutto.
Per capire il presente bisogna tornare alla stagione 2020/21. Hauge arriva al Milan dopo averlo stregato nel preliminare di Europa League del 24 settembre 2020 con un gol e un assist. In rossonero colleziona 24 presenze, 5 gol e 1 assist complessivo tra Serie A ed Europa League: lampi, spunti e quella sensazione di incompiuto che spesso accompagna i tempi di adattamento dei giovani in una big. Eppure, alcune notti restano: Milan–Celtic 4-2 con gol e assist e il premio MVP, oppure lo slalom vincente a Praga contro lo Sparta. La cessione all’Eintracht Frankfurt porterà una plusvalenza e un nuovo capitolo, fino al ritorno a Bodo. Oggi quei numeri – allora solo segnali – compongono un mosaico più nitido.

La sconfitta per 3-1 in Norvegia segnala alcune crepe sulla partita secca: gestione della prima uscita sotto pressione; letture preventive sui tagli interni delle ali del Bodo/Glimt; coperture sulla seconda palla dopo respinte “corte” su campo sintetico. Gli episodi non bastano a spiegare il tutto. Il legno colpito due volte e un paio di guizzi mancati di Lautaro e compagni certificano che i margini di rimonta ci sono, ma la sensazione è che il Glimt sia stato più “pronto” alla partita: nel clima, nel contesto, nelle micro-attenzioni. Il ritorno a Milano di martedì 24 febbraio (data indicativa nel quadro dei playoff) presenterà un copione diverso: San Siro, pubblico e superficie cambiano la grammatica della sfida. Servirà un’Inter più verticale e feroce nel contro-pressing immediato.
Parlare di “favola” rischia di essere comodo, ma riduttivo. La costruzione del Bodo/Glimt si appoggia su: un’idea di sviluppo del talento che accelera tra 18 e 23 anni, senza paura di responsabilizzare; un ecosistema tattico che tollera l’errore creativo e lo reincorpora nella struttura; un budget contenuto ma una filiera decisionale corta, che riduce l’attrito e consente interventi rapidi su mercato e metodologia; un fortino competitivo all’Aspmyra, dove l’insieme di clima, campo e ritmi d’allenamento produce un vantaggio specifico contro avversari non abituati. Da qui non nascono solo exploit, ma una credibile identità europea. La scia delle ultime tre imprese – Inter, City, Atletico – è stata letta come una sequenza senza precedenti per un club scandinavo degli ultimi 25-30 anni. Il sogno di replicare i quarti targati Rosenborg 1996/97 non è più un tabù di folklore, ma un obiettivo pensabile.
La parola “meteora”, in Italia, pesa. Eppure, nel caso di Jens Petter Hauge, il tempo sta rivelando un’offerta di lettura alternativa: un percorso “non lineare” che, a 26 anni compiuti il 12 ottobre 2025, sta entrando nella fase di maggiore efficienza. Al Milan ha lasciato 24 presenze, 5 gol e 1 assist nella stagione 2020/21: numeri che oggi, riletti alla luce del suo profilo attuale, assumono il valore di anticipo, non di occasione persa. Nelle notti di Champions ha convertito la vetrina in sostanza. Il cerchio, a modo suo, si chiude: la sua “prima” da rossonero fu un derby contro l’Inter; segnare oggi alla stessa avversaria, ma con la maglia del cuore e della città di nascita, porta il sapore di un romanzo ben scritto. E non è un caso che le sue parole al microfono – «Il mio esordio nel Milan fu nel derby, dunque fare gol qui contro l’Inter ha un sapore speciale» – abbiano il tono asciutto di chi sa dove stia andando.
Il ritorno a Milano promette un’andata e ritorno di idee: l’Inter chiamata a ribaltare, il Bodo/Glimt a gestire e colpire. Dentro questo equilibrio, Hauge resta il grimaldello più naturale: strappi, tiri, letture sul secondo palo. Ora una sola cosa è certa: la notte polare ha trovato un nuovo ambasciatore. E la bandierina dell’Aspmyra – ancora lì, un po’ storta – può testimoniare che non si è trattato di un lampo, ma dell’inizio di una stagione in cui il Nord ha qualcosa da dire a tutta l’Europa del calcio.