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Cob 91 Pulcini 2010, il tecnico Dario Vimercati: «Il rapporto con i bambini dev'essere amichevole»

cob 91 Pulcini 2010
La società Ascob 91, detta anche, più brevemente, Cob 91, è nata dalla fusione di tre comuni che si sono voluti unire per creare un unico centro sportivo: Cormano, Ospitello e Brusiglio. A raccontare della collaborazione con la società, Dario Vimercati, secondo allenatore dei Pulcini, che, con il suo arrivo l'anno scorso, insieme ad un altro tecnico, ha creato ben due squadre di atleti. Ed è sempre Vimercati, che racconta di quanto è cambiato il mondo del calcio dai suoi tempi ad oggi, soprattutto quanto diverso è il rapporto tra gli adulti ed i bambini ed il loro modo di rapportarsi e di allenarsi. A che età ha iniziato a manifestare interesse per il mondo del calcio? «Mio papà è sempre stato allenatore di pallavolo, quindi lo sport era proprio un "vizio" di famiglia. Fino ai 10 anni lui mi ha quasi imposto di provare vari sport, prima di dedicarmi solamente ad uno. Mi ha dato l'opportunità di scegliere e di sperimentare. Infatti ho praticato diverse discipline, tra cui, ovviamente, la pallavolo. Ma alla fine il calcio è stato il mio più grande amore. Dalla tenera età dei 10 anni fino a quella adulta dei 40, io ho sempre giocato. L'ultimo campionato l'ho terminato proprio presso il Circolo Sportivo Bresso, davvero a malincuore. Poi, dopo cinque o sette anni, mentre portavo mio figlio all'oratorio San Luigi di Cormano piano piano mi sono avvicinato ai bambini, ed ho iniziato come aiuto allenatore. Il mister di quella squadra, al tempo, aveva bisogno di una mano per gestire tutti quei piccoli giocatori. Ovviamente non ho saputo rinunciare a rimettere piede in un campo da calcio. Nel giro di sette anni, poi, è arrivata l'offerta della Cob 91. Loro avevano già una squadra dei 2010, categoria che io stavo seguendo, però, con l'altro allenatore, siamo riusciti a portarci dietro ben quattordici bambini, formando così un secondo gruppo. Adesso, praticamente, io sono il secondo allenatore della squadra 1 (squadra A) e di pari passo esiste una squadra 2 (squadra B). Mio figlio ha voluto seguire i suoi amici, ed io ho seguito lui. Mi sono portato dietro i suoi compagni, che oramai conosco da quando hanno tutti 4 anni».  Quindi lei non è l'unico allenatore in campo? «No, esatto, io sono il vice allenatore. Anche il tecnico della squadra è arrivato qui da poco tempo, ci siamo visti cinque o sei volte. Lui è più anziano di me e diciamo che tende ad una metodologia più classica. Però io so che ha più esperienza di me, quindi lo sto ad ascoltare. I bambini lo temono un pochino di più, ma lui sa che io conosco questi atleti fin dai loro albori ed è stato molto attento ad ascoltarmi riguardo i loro caratteri e su come vanno presi. Alla fine del loro incontro, i bambini erano così contenti che mi hanno chiesto quando tornerà ad allenarli. Si sono divertiti con lui perché hanno fatto degli esercizi un po' diversi che sono piaciuti molto». Come vede cambiato il mondo calcistico, a livello di allenamenti e di rapporti adulto/bambini, rispetto ai tempi in cui lei giocava? «Tutto è diverso. Prima ci facevano correre e basta; non c'era praticamente un rapporto alla pari, un legame umano. Loro erano gli adulti, noi i bambini, che dovevamo seguire solamente alla lettere gli esercizi dati; esercizi uguali per tutti e piuttosto monotoni. Pensi che io per fare ciò che faccio ho voluto specializzarmi ed essere il più competente possibile ed ho frequentato un corso di primo livello. Ora, si insegna la tecnica, diversa da bambino a bambino. I ragazzi sono più consapevoli e gli adulti più preparati e professionali direi». [caption id="attachment_244495" align="aligncenter" width="550"] La squadra di Dario Vimercati[/caption] Come potrebbe riassumere la sua filosofia e quella della società per cui lavora? «Partiamo dal presupposto che io amo i bambini ed amo soprattutto stare con loro. Io cerco di conoscere le loro problematiche: ogni bimbo va preso in maniera diversa perché ognuno ha il suo carattere ed il suo modo di fare e di esprimersi. Si deve pensare che sono tutti diversi, non come ai miei tempi dove eravamo quasi automi. L'approccio con loro va personalizzato. Il rapporto adulto/bambino è cambiato di parecchio; ora si può definire più "amichevole". Non si deve dimenticare, però, che si è in campo per lavorare: quindi io quando divento serio loro lo capiscono solamente dal mio sguardo. Bisogna anche saper dosare un po' di severità quando giunge il momento di fare sul serio e di faticare. Si può giocare e scherzare insieme, ma quando si lavora, lo si fa seriamente». Com'è, dunque, il rapporto tra voi collaboratori? «Il nuovo allenatore la pensa come me: i bambini si devono divertire dopo essersi allenati. Devono essere felici di quello che hanno fatto. Tra di noi c'è collaborazione. Purtroppo, ora siamo fermi. Ne ho parlato alla società: io, nell'altra squadra, durante il primo lockdown, avevo cercato di stimolare i bambini attraverso esercizi da fare a casa ed incontri on-line. Ma comunque non tutti avevano la possibilità e lo spazio: chi aveva il giardino, chi poverino stava a casa della nonna e quasi non poteva muoversi. Ho visto che all'inizio erano euforici, poi l'interesse è andato a scemare; per questo ne abbiamo discusso e abbiamo deciso di non organizzare nulla prima di avere novità da parte del Governo. Tra noi c'è questo di bello, c'è la voglia di consigliarsi: ognuno prende parte all'esperienza dell'altro e lo ascolta. Bisogna lavorare insieme per creare ottimi risultati». Quindi, ora, gli atleti sono proprio fermi? «Sì, adesso sì, ma li ho sentiti tutti e li ho rincuorati. Ho detto: "Avete visto? Siamo già diventati zona arancione. Non manca molto, vedrete". Loro non vedono proprio l'ora di ricominciare. C'è mio figlio, soprattutto, che è impaziente di tornare a stare in campo con i suoi amici. Credo che non manchi molto per tornare almeno ad allenarsi. Sto rincuorando i miei bambini a non perdersi d'animo, che la data è vicina». Solitamente organizzate eventi o iniziative particolari? «Calcoli che io sono arrivato in società che c'era già stato il primo lockdown, quindi ho potuto fare davvero poco o nulla, ma so bene che la società organizza spesso delle gite con i giocatori e anche la mia squadra aveva vari tornei in programma. Ho saputo anche che a giugno avevano organizzato un ritiro con i tecnici del settore giovanile del Real Madrid, che sarebbero venuti qui da noi a trovarci. I bambini erano molto emozionati per questo incontro e sono rimasti molto delusi quando abbiamo dovuto annullare tutto. Si spera comunque di riprendere il tutto a giugno dell'anno prossimo». Qual è il suo modello da seguire, a livello calcistico? «Da vero milanista le devo dire che ho amato da morire Marco Van Basten. Lui era il mio mito; cercavo di giocare come lui, di somigliargli e sognavo di seguire il suo esempio. Prima si giocava per amore dello sport e i giocatori non erano così popolari. Ora è tutto diverso: per questo voglio che per i bambini il calcio sia un divertimento. Si vinca o si perda, a fine partita, o a fine allenamento, devono essere contenti». Per concludere, cosa le preme insegnare ai suoi piccoli e giovani atleti? «A stare in campo uniti come amici. A ridere e scherzare, ma anche a faticare insieme, come una vera squadra. Già la vita è difficile, e le difficoltà, purtroppo, anche per loro, non tarderanno ad arrivare. Quindi, credo che non bisogna pressarli: quasi nessuno diventerà il futuro Pelè o Maradona. Ma se amano quello che fanno, la vita è più leggera; cerchiamo di fargli godere i momenti piacevoli il più a lungo possibile, anche proprio attraverso lo svolgimento di questo sport. I giovani devono correre all'aria aperta, divertirsi. Io oramai sono in pensione, riesco a dedicarmi a loro al 100%; ho tanto tempo libero da offrirgli e così tanta esperienza e tanto amore che sono io il primo a diventare bambino ed a divertirmi come un pazzo».
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