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Assago Pulcini 2010, il dirigente Alfredo Greco punta sul rispetto in campo come filosofia da seguire sempre, anche nella vita quotidiana

assago 2010
Il dirigente dell'Assago, Alfredo Greco, è entrato in società già nel 2010 e segue da vicino l'annata dei Pulcini 2010. Senza avere alle spalle un passato da giocatore professionista, Greco è riuscito ad infondere nella società i valori di cui si fa portatore ed i suoi princìpi. Sempre fedele all'Assago, questa è l'unica società a cui si è effettivamente dedicato: con la sua passione per il calcio ha sempre diretto i suoi atleti ed il suo staff cercando di imprimere il rispetto come regola fondamentale, sia tra i più grandi, che, soprattutto, tra i bambini, i quali stanno incominciando ora a muovere i loro primi passi. Mi racconti del suo amore per questo sport. Com'è nato? «Io ho sempre giocato a calcio, ma mai come professionista. Infatti, ogni pomeriggio mi ritrovavo con il mio gruppo di amici per divertirci con il pallone. Così, in amicizia, è nata la mia passione. Poi quando sono diventato padre ho cercato di trasmettere questo sentimento anche ai miei figli: prima con il primogenito, che ho seguito dai suoi esordi - ed è grazie a lui se sono entrato nella società. Poi, successivamente, con il figlio più piccolo, che seguo ancora, sia come Dirigente, che come papà che va alle partite di suo figlio. Abbiamo iniziato insieme il cammino nell'Assago, e da allora non ci siamo più allontanati. A me è stato proposto un ruolo: è dal 2010, infatti, che sono dirigente nella società». Come vede cambiato il mondo del calcio da quando lei era bambino? «Non avendo mai giocato da professionista - e non essendo mai stato iscritto presso nessuna società - posso parlarne solo da esterno. Devo dire che le regole del gioco sono sempre quelle e sempre quelli sono i bambini. C'è quello più vivace, che ascolta meno, come esiste il bambino più educato, che segue maggiormente i consigli che gli vengono dati. Anche tra di noi ragazzi è sempre stato così. Alla fine sono loro che vengono da noi per praticare questo sport: non siamo noi a costringerli. Lo fanno perché a loro piace giocare a calcio, tutto qui». E quanto influisce, invece, la pressione dei genitori sui loro figli? «Allora quella è sempre soggettiva. Ci sono padri che purtroppo non sono potuti riuscire a vedere realizzato il loro sogno di diventare calciatori professionisti, e giocare nei più grandi stadi nazionali, e riflettono questo loro fallimento sul figlio. Sperano che almeno lui riesca un giorno a diventare famoso e ad essere un campione. Ci sono persone che vivono il calcio come una loro personale riscossa e questo ovviamente è sbagliato e nuoce al bambino, che si vede costretto a fare ciò per cui non è portato o che comunque non ama fare. Ma poi sta a noi dirigenti, allenatori ed a tutto lo staff far capire certe cose e parlare con le famiglie». Qual è la sua filosofia calcistica? «Sicuramente quello che mi preme insegnare ai giocatori, specie se giovani, è fare tutto con impegno. Questo è un gioco, è vero, ma riflette anche sulla loro reale vita. L'impegno deve andare di pari passo al rispetto, che non deve mai venire meno. Se si inseguono questi obiettivi nel calcio, quasi in maniera naturale vengono poi seguiti anche nella vita di tutti i giorni. Se viene insegnato al bambino a giocare con rispetto, lui crescendo porterà sempre rispetto agli altri, anche verso i suoi avversari. La cosa bella dei bambini è che a loro conta poco il risultato: a fine partita, se si sono impegnati e soprattutto se hanno sudato e si sono affaticati, sono comunque soddisfatti e contenti. Per loro l'importante è divertirsi in campo facendo comunque il proprio dovere. Diciamo che siamo più noi adulti a guardare il risultato in campo. Il bambino di per sé è competitivo, sta a noi adulti stemperare questa forte competizione ed impartire sani princìpi. Se si perde non finisce il mondo: si vede che questa volta gli altri erano più bravi. Io cerco di far capire come sia fondamentale dare il massimo sia in un'amichevole che in una partita di campionato. Bisogna impegnarsi lo stesso. La partita del weekend, poi, non è altro che il punto finale di ciò che si è fatto in settimana». Quanto conta per un adulto che allena i bambini avere il patentino oppure no? Influisce questo sulla sua bravura, secondo lei? «Allora, noi in primis non siamo una squadra FIGC e non tutti quelli dello staff possiedono il patentino. Molti si sono messi in graduatoria per provare ad ottenere la certificazione, ma i posti sono pochi ed è difficile ottenerlo. Sicuramente avere il patentino rafforza l'allenatore a credere più in sé stesso e lo aiuta ad essere aggiornato e più professionale; quindi è chiaro che preferisco che un allenatore sia un professionista sia nella realtà, che a livello cartaceo. Però non è solo questo che rende un buon professionista la persona che è: conta l'esperienza ed il saperci fare. Molti ex giocatori importanti, che lavorano oggi da noi, non sono riusciti ad ottenerlo, perché comunque non è così immediato averlo. Io non ho mai giocato come dilettante quindi la vedo dall'esterno: il patentino ti tiene comunque più aggiornato e dà alla persona una marcia in più. Però non è solo quello che conta. Infatti poi siamo noi, è la società che deve visionare se quella persona, patentino o no, abbia le capacità per lavorare qui da noi e trattare con i giocatori». Immagino che lei abbia un suo lavoro ed una sua vita al di fuori del campo, famiglia compresa. Come fa ad integrare tutto questo con il mestiere di Dirigente di una società calcistica? «Certo, io lavoro - come tutti gli altri dello staff - fuori dall'Assago. Abbiamo tutti occupazioni normali, a parte chi è in pensione e riesce a dedicare più tempo all'amministrazione dell'intera società. Non è facile stare a lavoro tutto il giorno e poi appena finito, invece di tornare a casa, andare in campo e dedicarsi ai ragazzi. Poi i weekend sono sempre per il calcio: sia come dirigente che come padre, seguo le partite che fanno il sabato e la domenica. Seguo più il figlio piccolo perché è in un'età in cui ha bisogno che io gli stia più dietro. Il grande gioca ancora ed è più autonomo, ma anche le sue partite per me sono un appuntamento fisso, come lo sono quelle dei miei giocatori. Io seguo l'annata 2010, oltre che dirigere la società con i miei colleghi. Noi tutti lo facciamo per passione, non per diventare ricchi né per la fama. Molti, come me, perché seguono i figli, molti ci si sono trovati perché portavano i bambini a calcio e poi, come nel mio caso, sono entrati proprio a far parte dello staff. Ma abbiamo dei collaboratori che per loro fortuna sono in pensione e possono guidare la società dedicandoci tutto il tempo a disposizione. Io ammetto che ogni tanto faccio fatica a stare dietro a tutto. Ma mi piace, ne sono coinvolto, e per ora è quello che voglio continuare a fare». Attualmente siete fermi o avete ripreso? «Fino ai primi di gennaio, quindi fino dopo le vacanze natalizie, la società ha preso la decisione comune di rimanere chiusa. Non abbiamo voluto riaprire solo per poco tempo per poi interrompere nuovamente. I bambini comunque hanno sempre degli esercizi che vengono mandati dai loro allenatori: sono esercizi da fare col pallone, perché a quell'età è inutile premere tanto sul lato fisico. Ovviamente sono video che mandiamo da svolgere come e quando vogliono, nessuno è obbligato a seguirli e nessuno viene punito se non lo fa. Intanto, comunque, organizziamo spesso chiamate di gruppo fatte on-line, dove i ragazzi si possono vedere tra di loro e parlare anche con i tecnici. Mentre per i più grandi, il discorso è diverso: c'è chi ha voluto fargli fare esercizi da remoto, chi invece ha preferito evitare, perché comunque i ragazzi escono e si muovono già di loro, anche senza questi esercizi imposti». Cosa mi può raccontare riguardo agli eventi ed ai tornei che organizzate? «La nostra è prima di tutto una Scuola Calcio Milan, almeno fino agli Esordienti. Siamo legati proprio ad allenamenti fatti e svolti secondo le loro direttive e spesso lo staff ed i loro allenatori vengono e ci danno consigli tecnici su come operare. Calcolando che loro sono professionisti che fanno questo di lavoro, e noi no, per noi è dura stare al loro passo. Proprio per il discorso di prima: noi abbiamo i nostri lavori la mattina, quindi abbiamo meno tempo di mettere in pratica tutte le loro direttive. Ma facciamo quello che possiamo, davvero. Cerchiamo di seguirli e ci impegniamo molto in questo. Inoltre, organizziamo, come le altre società, a gennaio e maggio, vari tornei, anche quelli in casa. Facciamo anche vari Memorial in ricordo di persone legate alla nostra società che non ci sono più». Progetti futuri? Cosa avete in serbo? «Io mi sento sempre con il Responsabile del Settore Giovanile per organizzare qualcosa: avevamo in progetto molte cose che poi abbiamo dovuto bloccare per colpa dei vari lockdown. C'erano i tornei di maggio, ma da ottobre noi praticamente siamo rimasti chiusi del tutto. Io, per esempio, ho fatto da accompagnatore ad una visita dove abbiamo incontrato dei professionisti che ci hanno istruito su alcuni nuovi metodi. Cercheremo di applicarli alle nostre squadre quando tutto tornerà alla normalità».
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