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Lombardina Pulcini 2010, la Scuola Calcio il fiore all'occhiello della società: «Puntiamo molto sul settore giovanile»

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La società Lombardina vanta anni di storicità e stabilità nel mondo del calcio. Infatti, sono così tanti gli iscritti, che spesso per molte annate, si devono creare due squadre, la A e la B, per suddividere i partecipanti. I due allenatori dei Pulcini 2010 sono rispettivamente Cristiano Mattioli, per la squadra A, e Dario Pedi, per la squadra B. Entrambi si sono ritrovati in società già qualche anno fa e precisano come la Lombardina dia spazio soprattutto ai bambini ed alla Scuola Calcio; infatti non esiste una Prima Squadra. Il loro obiettivo principale è formare i giovani atleti per prepararli poi a diventare futuri calciatori. Mi racconta come è entrato nel mondo del calcio, parlandomi di quando era piccolo e arrivando fino ad oggi? C. Mattioli: «Mio papà è presidente di una società di calcio, in un oratorio. Quindi la passione per questo sport era già di famiglia. Ho sempre giocato a pallone, come nel Lecco. Ho iniziato a circa otto o nove anni e ho continuato fino all'età di trent'anni, quando ho smesso. Mio papà mi ha proposto di provare a fare l'allenatore proprio nell'oratorio dove lui già lavorava, a Muggiò e da lì ho sempre fatto questo come secondo lavoro. Poi mi sono trasferito qui in Lombardina dove ho lavorato come Responsabile dell'Attività di Base fino all'anno scorso e anche come Responsabile della Scuola Calcio. Poi mi sono dimesso perché ho preso una casa a Salerno dove andare a stare un po', ma per via della pandemia sono dovuto rimanere qui, quindi ho chiesto di continuare in società, ma avendo un incarico più leggero, come l'allenatore. Senza prendermi altri tipi di impegno. Sono qui praticamente da dodici anni». D. Pedi: «Ho iniziato a giocare a pallone a sei anni grazie alla passione di mio padre che è un tifoso interista, come tutta la famiglia, e mi ha spinto un po' lui a provare. Ho incominciato al Cusano Primo e lì sono stato fino ai diciotto-diciannove anni facendo tutte le categorie. Poi sai, l'età è un po' quella critica, i miei sogni si erano infranti e ho proprio mollato. Le aspettative c'erano, ma sono svanite. In seguito, però, sono andato a giocare a 7 fino a trentadue/trentatré anni in CSI. Fino a cinque anni fa. Poi ho iniziato a fare il secondo in oratorio, alla San Martino, e mi sono proprio appassionato per questo ruolo di allenatore. In questa società c'era un altro mio amico che mi ha spinto in Lombardina. Questo è il mio terzo anno in questa società». Come definirebbe la filosofia della società? C. Mattioli: «Questa è una società dove si predilige il comportamento ed avere un atteggiamento giusto, adeguato all'ambiente. Il nostro principio è di comportarsi bene con i bambini e trasmettergli il rispetto. Siamo in un ambiente familiare, dove ci sono persone a modo che sanno avere un giusto comportamento con i bambini, cercando sempre di avere risultati importanti, che non sono il vincere, ma il crescere. Chiaramente più cresci e migliori, più vengono poi i risultati. La cosa più importante è l'aggregazione e far creare un bel gruppo ai piccoli. Poi chiaramente bisogna avere atteggiamenti idonei nei confronti di chi fa la pre-agonistica». D. Pedi: «La nostra è una società di prestigio, storica, che ti trasmette tranquillità nel lavoro. Non è una società tirannica: ti dà una linea guida, ma ti lascia poi lavorare con le tue idee. Non ti pilota al 100% in quello che devi fare. Si cerca di parlare insieme per migliorare senza avere troppe imposizioni.  Si lavora bene. Anche con i bambini non siamo troppo severi, direi che siamo giusti. Ci sono sempre dei paletti, ma se succede qualcosa se ne parla e si cerca di trovare una soluzione. Si valuta sempre con il tecnico: se un bambino salta due allenamenti, salta la partita. Però cerchiamo di non escludere, ogni casistica è diversa. Ci sono comunque regole da seguire». Riguardo il rapporto adulto/bambino, per lei questo deve essere più rigido o più amichevole e scherzoso? C. Mattioli: «Farsi voler bene, e avere minime regole che però vanno rispettate. Non ci vuole troppa rigidità, ma bisogna creare un feeling con l'atleta. Mi trovo bene con la mia squadra, ho i 2010 dall'anno scorso ma con il Covid è difficile avere una continuità; e penso che anche quest'anno andrà così. Sarà difficile stare insieme e creare qualcosa di omogeneo e continuare sulla stessa riga». D. Pedi: «Né amichevole, né troppo rigido: devi avere una leadership e avere una linea credibile. Non è che io sono il mister e tu il bambino e devi far quello che dico io: questo è un approccio del tutto sbagliato. Se non sei credibile, loro non ti prendono sul serio. I bambini sono molto intelligenti ora. Ma per fare ciò, devi insegnare loro determinate cose. Loro crescono e io cresco con loro. Non è una sfida tra noi, ma un reciproco rapporto di rispetto. Ogni bambino ti insegna qualcosa e ogni bambino va preso in maniera diversa: c'è il bambino che va preso di petto e quello che se lo prendi così, lo perdi. Ognuno ha il suo carattere e bisogna capirli. Oggi il mister è anche uno psicologo; quindi la guida autoritaria la lasciamo a trent'anni fa, non serve più ora. Il rispetto invece ci dev'essere sempre: io rispetto loro e loro me, se no non ci siamo. Ognuno però ha i propri ruoli, quello va riconosciuto». [caption id="attachment_258662" align="aligncenter" width="400"] La squadra di Dario Pedi[/caption] Quali eventi organizzate solitamente in Lombardina? C. Mattioli: «Come tutte le società a maggio/giugno, appena finisce la stagione primaverile, facciamo un torneo in cui si organizzano partite per la Scuola Calcio, su cui puntiamo molto. Crediamo molto nei bimbi e nel settore giovanile: è un fiore all'occhiello della società, diciamo. Arriviamo fino agli Allievi perché questa è proprio una scelta della società. Quindi il torneo è organizzato per i Pulcini e per gli Esordienti e si gioca in casa. Invitiamo altre squadre, soprattutto quelle "amiche", quelle che conosciamo meglio e con cui abbiamo rapporti con i loro responsabili». D. Pedi: «Noi non ne facciamo molti a parte il torneo organizzato in primavera. Anche perché non abbiamo spazi adeguati, il campo lo dividiamo con l'Inter, che si allena lì con noi. L'Inter giovanile viene anche da noi a fare gli allenamenti, per accordi tra società: noi siamo anche Scuola Calcio Inter, quindi è logico che sia così». Quanto è importante il rapporto tra voi dello staff? C. Mattioli: «Quello è fondamentale perché comunque siamo molto numerosi e ci confrontiamo, esprimendo ognuno le proprie idee. Poi i responsabili ci danno un po' una linea guida da seguire, ma l'armonia tra noi è un dogma della società: scegliere un istruttore che abbia anche dei valori. Non prendere allenatori che urlino contro i bambini ed adottino atteggiamenti sbagliati con loro, ma persone che con loro sappiano comportarsi». D. Pedi: «Io ho due dirigenti che sono due genitori, fanno da accompagnatori, Moreno e Dimitri. Poi abbiamo i dirigenti della società, che sono i nostri punti di riferimento. L'importante è creare empatia e trovare soluzioni ai vari problemi che si possano venire a creare. Se l'ambiente è giusto, si lavora meglio e si trovano soluzioni ai problemi con più facilità. Non esiste un'isola felice senza difficoltà, quelle ci sono sempre, ma con lo spirito e con le persone giuste tutto si risolve». Quanto conta nella Scuola Calcio, quindi tra squadre di bambini, il risultato in campo? C. Mattioli: «Per noi meno di zero. La cosa più importante è la socialità tra i ragazzi e man mano che crescono, inserire anche delle regole sul calcio, che vanno seguite man mano che crescono. Ma il risultato conta poco e questo è importante anche da far capire ai genitori. Per noi è importante la crescita del bambino e l'aggregazione tra loro». D. Pedi: «Questo è un discorso ampio. Un anno, il primo in Lombardina, avevo i 2009 A che erano fenomenali, vincevano sempre. Devo dire che i bambini erano contenti. Quindi il risultato non è la cosa che conta di più; però prepararli a qualsiasi livello, a creare e superare degli step, li fa migliorare. Se loro stessi sono disposti a farlo, crescono, diventano più bravo e vincono. E quando vincono, sono più contento e migliorano sempre più. Quindi il risultato porta fiducia in loro stessi e dà la voglia di continuare, di diventare sempre più bravi. Però la vittoria non deve essere un peso. La squadra dei 2009 quando perdevano, non essendo abituati, si abbattevano troppo. Lì andava bene la psicologia inversa: bisognava spiegare che non sempre si può vincere. Diciamo che il risultato conta, come no. Dà sicuramente credibilità. Si devono divertire anche i bambini, ma non ho mai visto un atleta prendere otto gol e divertirsi. Quindi bisogna sempre creare obiettivi da raggiungere, e dentro ci sono pur sempre le vittorie, altrimenti significa che non li hai raggiunti».
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