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Devils Pulcini 2011, Giovanni Molteni, da giocatore ad allenatore della stessa società: «Sono qui perché ho vissuto sulla mia pelle lo spirito dei Devils»

devils 2011
Il Devils punta molto sulla Scuola Calcio, parte fondamentale della sua filosofia, che ha come obiettivo quello di far crescere ragazzi in gamba che poi sappiano cavarsela anche da soli. Tra lo staff, molto ammirato e seguito, un membro sempre fedele alla società è l'allenatore Giovanni Molteni. Infatti, il ragazzo, giovane nei suoi 22 anni, ha mosso i suoi primi calci proprio qui; e anche quando ha deciso di non far più il giocatore, si è messo a disposizione della società. Così è stato chiamato a vestire i panni del tecnico e tutt'oggi segue l' annata dei 2011. Com'è entrato nel mondo calcistico? «Ho iniziato proprio qui al Devils verso i nove-dieci anni, iscrivendomi per giocare a calcio. Poi ho girato qualche squadra, ma mi sono ritrovato nella mia prima società, dove sono stato anche capitano; ho sempre avuto un buon riguardo nei confronti di questo club che mi ha sempre trattato bene. Verso i diciotto anni ho smesso di giocare: ho avvertito la società e ho detto che se avessero avuto bisogno, ci sarei stato. Mi è stato proposto di rimanere per aiutare i ragazzi. Ho incominciato proprio due anni fa e l'anno scorso avevo i 2010. Poi, avendo visto che me l'ero cavata bene e che con l'aiuto necessario sarei riuscito a continuare, mi hanno affidato i 2011. Ora siamo in due perché i bambini sono diciotto e abbiamo dovuto creare due gruppi: ci alleniamo insieme, ma durante i weekend le partite le giochiamo separati. A parte il Covid, per il momento sta andando tutto bene». Ha notato molti cambiamenti da quando era giocatore in società, ad ora che è dal lato di chi allena? «Io ho smesso per impegni universitari e non volevo portare avanti le cose tanto per fare, ma quando sono tornato, ho visto che sono avvenuti molti cambiamenti. Ora si occupa della società soprattutto Mario Spoldi, il Direttore Tecnico già presente ai miei tempi. Lui ha scelto e confermato persone che già c'erano e che sono molto brave. Lui ha una grande carriera professionistica alle spalle e negli ultimi due anni ha preso in mano la parte tecnica della società, portando dei mutamenti che ci hanno giovato molto. Con lui ora ci sono persone altrettanto valide, che formano lo staff tecnico, e con loro ho trovato una nuova situazione, per me ideale per iniziare a lavorare e formare i ragazzi nel modo migliore. Spoldi cerca di far capire che l'importante è che noi facciamo crescere i ragazzi, senza badare al risultato a tutti i i costi. Dal punto di vista della società, lo spirito non è cambiato; questo è uno dei motivi per cui ho deciso di rimanerle fedele. L'obiettivo primario è rimasto quello: il miglioramento del ragazzo. Non c'è la ricerca assidua del risultato, ma di far divertire i ragazzi: questa caratteristica è rimasta». E nei bambini, invece, ha notato qualche cambiamento nel modo di fare? «Quello sì, devo ammetterlo. Soprattutto ho notato molte più distrazioni e forse meno amore per il gioco del pallone. Quando ero piccolo io, la principale distrazione era la scuola e poi lo sport. Invece ora, i ragazzini hanno molte più cose e che non è poi così centrale lo sport rispetto a quando avevo io la loro età. Quindi è sicuramente più difficile insegnare. Ovviamente sono tutti ragazzi super disponibili, però posso capire che per loro il calcio non sia tutto perché appena abbandonano il campo e vanno a casa hanno qualcos'altro da fare. Anche in questo periodo di quarantena hanno avuto modo di sfogarsi in altro modo, anche senza i nostri appuntamenti calcistici. Rispetto a noi che avevamo solo quello, le cose sono ben diverse». Mi potrebbe riassumere la filosofia che porta avanti il Devils? «La società ci ha sempre dato l'imput di mettere al centro di tutto il ragazzo. Quindi intendo anche la famiglia del bambino, che deve essere a suo agio e deve essere felice di venire presso il nostro centro. Intorno a questo, poi, lo staff tecnico ci fornisce i mezzi per far migliorare il giocatore proprio dal punto di vista puramente tecnico. I ragazzi sono di categorie basse; la più grande è la 2007. Non abbiamo ragazzi già formati: tutti quelli che passano da noi sono proprio piccoli: non abbiamo una Juniores né una Prima Squadra. Quindi l'obiettivo è la crescita tecnica del bambino, così che sia in grado anche di prendere un'altra strada quando diventerà più grande e andare da un'altra parte. Questa è la decisione presa dal Devils quando io sono andato via. Sono stato io a far parte dell'ultima Juniores che c'è stata. Credo che questa sia stata una scelta vincente perché adesso i ragazzini hanno avuto le basi e gli insegnamenti necessari, dedicati solo a loro, per poter giocare a calcio divertendosi. E questo è quello che stiamo facendo ancora noi oggi». Quanto conta, a quest'età, il risultato? «Noi, ne siamo sempre più convinti, il risultato non conta. O meglio, il risultato è solo una conseguenza del lavoro costante che facciamo insieme in settimana. Nel senso che se lavoriamo bene ed i ragazzi si divertono è più probabile aver un buon risultato, ma molto spesso, soprattutto in giovane età, capita che ci siano ragazzi che vengono da società molto più blasonate e prestigiose della nostra, a Milano. Hanno mezzi tecnici superiori quindi capita che perdiamo, ma questo è per meriti degli avversari non per demeriti nostri; non deve essere perché non ci siamo impegnati. L'impegno deve essere al primo posto, però, per la Scuola Calcio soprattutto, noi non parliamo mai del risultato». E le famiglie come vivono questa vostra scelta? «È difficile farglielo capire: c'è sempre la buona volontà da parte loro però, ovviamente, com'è comprensibile, non è mai bello subire brutte sconfitte. Questo soprattutto quando vedi i tuoi figli piccoli che possono starci male e risentirne; fare brutte figure non è mai bello. Però per me i genitori capiscono il lavoro che facciamo e spero e credo che sappiano che il reale obiettivo è il miglioramento del figlio e non il risultato. Noi vogliamo che alla fine dell'anno loro vedano e capiscano che non è tanto il risultato in sé di ogni singola partita ad essere migliorato, ma il figlio». Tra voi del gruppo c'è un bambino che eccelle o qualche storia particolare? Com'è il suo gruppo? «Sinceramente non voglio fare nomi perché non ha senso. L'unica cosa che posso dire è che dei diciotto che abbiamo in squadra oggi, solo quattro provengono già dal Devils ed incarnano appieno quello che è il nostro spirito. Loro devono essere un modello per gli altri appena arrivati: questi bambini arrivano dalla squadra precedente, gli altri vengono da altre società, quindi hanno altri modi di giocare e di rapportarsi. Questi quattro atleti devono trasmettere agli altri l'impegno ed il rispetto soprattutto per i compagni, che è poi uno dei nostri obiettivi. Noi puntiamo molto sul rispetto reciproco: questo devono imparare i nuovi, è importante e non è nemmeno così scontato che lo facciano. Anche se dal punto di vista tecnico e pure caratteriale sono tutti bravissimi davvero. Dipende anche da noi allenatori saper lavorare ed insegnare questo spirito». Quanto conta avere il patentino in questo lavoro? È più importante possederlo oppure avere alle spalle una lunga esperienza calcistica anche senza documentazione che lo accerti? «È una bella domanda: è un po' la stessa domanda che si è posto il Devils in questi anni. Nel senso che ha deciso di chiamare insieme a me anche altri ragazzi che avevano giocato in società e non avevano una solida esperienza come allenatori, ma che sono consapevoli di ciò che hanno intorno perché tutti abbiamo vissuto sulla nostra pelle lo spirito dei Devils. Quindi per me, per quello che ho visto e per come la società mi ha presentato agli altri, non è così fondamentale avere il patentino per trasmettere il valore dello sport ai ragazzi. Sono convinto che avercelo significhi mettersi più in gioco da parte dell'allenatore ed offrire un servizio maggiore nei confronti dei ragazzi che allena. Detto questo, nella mia esperienza ho avuto molti allenatori validi tecnicamente, patentati, che però non avevano l'empatia necessaria per trattare con i bambini, non erano in grado di avere la giusta umiltà. Quindi posso dire che le due cose devono andare di pari passo e che avere il patentino non sia sinonimo di bravura a tutti i costi». Organizzate eventi particolari in società? «Sì, c'è un torneo organizzato a maggio che si chiama Memorial Susini. Guido Susini era il Team Manager dell'Inter e questo torneo veniva disputato da varie società: adesso possiamo vantarlo noi perché si fa solo qui in Devils. Invitiamo anche società professionistiche come il Pavia, a volte il Milan, per organizzare una giornata di festa sul nostro campo. È un torneo per tutte le categorie della Scuola Calcio: calcoli che la società non ha tutti i mezzi, come sarebbe normale che sia, per organizzare chissà quali grandi eventi, però questo è davvero un torneo famoso e gettonato. È diventato un evento importante; vengono tanti ragazzini a giocare da noi, quindi lo facciamo in casa».
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