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Bonola Pulcini 2010, la storia dell'istruttore Roberto Cavobianchi: «Ora è importante trasmettere lo spirito di gruppo»

bonola 2010
Roberto Cavobianchi, allenatore della società Bonola ormai da tre anni, è istruttore dei bambini del 2010. La sua esperienza e la sua passione, infatti, hanno fatto sì che lo stimato tecnico abbia fatto carriera e abbia ottenuto la fiducia degli altri membri gialloverdi. Anche lui, calciatore in passato, è arrivato ad ottenere il ruolo che riveste tutt’oggi con tanto orgoglio e tanta fatica. Il suo esordio nel mondo calcistico è iniziato da bambino: «Quando andavo io a scuola venivano proprio i reclutatori delle varie società a cercare i bambini da far iscrivere nelle squadre. Così sono stato preso nel Visconti, la mia prima squadra, in cui ho giocato per tutto il tempo dell'Attività di Base. Successivamente, sono passato al Baggio Secondo, in cui sono rimasto per tutto il periodo dell’agonistica». Questo è stato il suo percorso come calciatore, interrotto a diciotto anni, età in cui ha lasciato il campo per passare a giocare a pallone a livello amatoriale. Ma la passione per questo sport non si è mai affievolita: infatti, con il passar del tempo Cavobianchi è passato dall’altra parte della barricata, diventato così allenatore. Ha fatto tutta la gavetta, iniziando prima come istruttore presso un oratorio, per poi man mano cambiare ambiente ed essere assunto presso società più blasonate. Come racconta lo stesso tecnico, egli è passato dall’allenamento dei bambini fino alla categoria della Juniores «poi ho incominciato ad allenare alla Gescal Boys che all’epoca era gemellata con il Brescia Calcio. Questo mi è servito molto perché da loro ho davvero imparato molte cose, ho seguito corsi e riunioni e sono diventato un allenatore più esperto e ho preso bene coscienza del mestiere che stavo facendo». Quindi la sua fortuna è stata proprio quella di aver potuto avere contatti con i tecnici del Brescia che, con la loro esperienza e la loro professionalità, hanno fatto un po’ da scuola al Cavobianchi. Il suo cammino è andato avanti, facendo finire il tecnico nella squadra del Baggio «che era il San Romano. Da lì ho fatto davvero tutta la trafila, fino a diventare l’allenatore che sono oggi. Questo fino a quando, tre anni fa, sono arrivato al Bonola, la mia attuale società. Ho iniziato come allenatore presso la Scuola Calcio e quest’anno seguo i 2010». I suoi maestri e fautori del suo percorso nel Bonola sono Katia Pellegrino e Sergio Guarrata:  «Hanno davvero fatto un grande lavoro sia a livello calcistico che prettamente sociale. Sono due persone davvero in gamba che hanno migliorato la società». [caption id="attachment_266867" align="aligncenter" width="400"] Alcuni atleti del Bonola con Katia Pellegrino e Sergio Guarrata[/caption] Ovviamente quello che fa l’allenatore è anche impartire i suoi insegnamenti ai bambini di cui occupa «noi guardiamo all’aspetto calcistico, come prima cosa. Ma, soprattutto in un momento delicato come questo, importante è trasmettere ai ragazzini quello che è lo spirito del gruppo». Proprio in un momento in cui sono pochi i contatti con il prossimo ed in cui i bambini sono quelli che maggiormente risentono di questo distacco dai coetanei, è fondamentale che loro non dimentichino lo spirito di squadra, il partecipare ad uno sport che non è individuale, ma dove quello che conta è l’atteggiamento di tutti. Il comportamento è uno degli obiettivi perseguiti anche dalla società «insegnare a loro come sapersi comportare in squadra e nella vita in genere. Lo stare insieme tra loro deve essere uno stimolo che li deve aiutare a crescere ed al rispetto per i compagni». Quello che l’allenatore vuole trasmettere, oltre al tecnicismo proprio del gioco del pallone, è anche l’aspetto umano. Cavobianchi non ha allenato solamente ai bambini, ma nella sua esperienza da tecnico ha avuto modo di avere sotto di sé anche i ragazzi più grandi, e, quindi, di poter vedere la differenza tra i due metodi di insegnamento sul campo. Infatti, come lui stesso racconta : «I bambini vedono il calcio in maniera differente dagli adulti. Lo percepiscono in modo ancora ludico e come un gioco. Noi siamo anche degli istruttori e spesso ci dimentichiamo che anche noi siamo stati, un tempo, dei bambini come loro. Questo ci facilita e ci avvicina a loro maggiormente. Inoltre, bisogna capire i bambini uno per uno, ascoltare le loro storie e cercare di comprendere le loro vite, nel quotidiano, non solo sul campo da calcio. Ad esempio, alcuni di loro sono più timidi e bisogna stimolarli in maniera differente». Anche con i grandi, ammette, bisogna entrare nella loro mente, ma le cose divergono tanto. Ad una certa età sono più sensibili e non prendono ancora il calcio come uno sport che potrebbe anche essere il loro lavoro futuro. Roberto Cavobianchi è già da anni nel Bonola, quindi, sa bene quali siano gli eventi più importanti della società. Per questo ci tiene a parlare di quello che è il torneo più popolare che si svolge da qualche anno. Proprio per colpa di un brutto incidente, che ha visto la morte di Nicolò Mancin, il ragazzo che era l’ex capitano della Juniores, hanno deciso di dedicargli un torneo all'interno della Scuola Calcio. Questo « viene ormai chiamato, in suo onore, “Nico Cup”, per ricordare la sua vita spezzata così presto. Abbiamo avuto modo di organizzarlo il primo anno, ma poi dall’anno passato, con l’arrivo della pandemia, non siamo più riusciti a fare nulla. Speriamo vivamente di poterlo rifare l’anno prossimo, perché è davvero un evento molto sentito».
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