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Chievo Verona, Fabio Moro: «Italia entusiasmante, fa riavvicinare la gente al calcio. Per far crescere i giovani serve un ambiente sereno»

Fabio Moro Chievo Verona
Oltre 170 presenze in Serie A marcando campioni del calibro di Ronaldo, Shevchenko, Del Piero, Totti, Vieri, Trezeguet, Inzaghi, Baggio, Ibrahimovic. Questo il curriculum di Fabio Moro, bandiera del Chievo Verona dei miracoli e tutt'ora protagonista nel club scaligero come responsabile attività di base del settore giovanile. L’abbiamo incontrato a margine della presentazione del libro di Francesco Gullo, “Un campione trova sempre la forza di rialzarsi”, e ne abbiamo approfittato per conoscere la sua opinione sia sulla direzione in cui sta andando il calcio a livello giovanile, sia sulla nazionale che sta entusiasmando al Campionato Europeo.   Osservando da vicino quelli che saranno i campioni di domani, possiamo prevedere in che direzione andrà il calcio nei prossimi anni? «Il calcio è sempre in evoluzione. Io penso che si debba aver la forza e la capacità di aggiornarsi e migliorarsi. Questo è fondamentale. Però non si deve perdere di vista quello di buono che c’è sempre stato e si è fatto fin qui. Ci vuole grande amore, passione, competenze, ma soprattutto si deve avere la voglia di far amare questo sport. Quando si riesce a trasmetterlo ai ragazzi si è già fatto tanto. Adesso ovviamente vediamo un calcio dove l’atleta è costruito a trecentosessanta gradi, dall’aspetto mentale a quello fisico, da quello psicologico a quello tecnico».   Nell’ultimo decennio abbiamo assistito a un’attenzione sempre maggiore verso la prestazione atletica rispetto alle qualità tecniche. «Secondo me è ciclico, va un po’ a ondate: oggi vediamo dei super atleti, perché logicamente si evolvono anche le metodologie per la preparazione fisica ed è chiaro che bisogna sempre mettersi alla pari. Non è facile, ma non bisogna trascurare nemmeno quello che è stato per anni la forza del calcio italiano, ovvero il talento e la tecnica. Secondo me, per preservare questo è necessario costruire un ambiente sereno, dove il ragazzo è al centro del progetto ed ha la possibilità di esprimersi serenamente».   Negli ultimi anni tutte le squadre professionistiche hanno investito risorse importanti sui loro vivai. Questo ha comportato che oggi è molto più facile riuscire ad arrivare nel calcio che conta passando per i settori giovanili delle società più importanti piuttosto che facendo gavetta nelle categorie dilettantistiche. «Fino a qualche tempo fa le statistiche dicevano che aveva più possibilità di arrivare un ragazzo che non aveva fatto un percorso di un certo tipo da pulcino, ma uno che era entrato nel calcio che conta già a una certa età. Io ad esempio ho fatto il settore giovanile nel Milan, sono andato via da casa a 14 anni, e mi è servito molto. Chiaro che poi ci sono mille componenti che vanno a influire sulla crescita di un ragazzo».   Dopo la batosta della mancata qualificazione al Mondiale del 2018 stiamo assistendo a una rinascita della nazionale italiana. «Non mi sbilancio sul risultato che potremmo ottenere all’Europeo, ma il gioco che ho visto esprimere dalla nazionale fa riavvicinare la gente perché dà entusiasmo, e penso sia la cosa che ultimamente mancava al calcio. Questo un po’ per la quesitone Covid, che ha fatto chiudere gli stadi, un po’ per l’alone che fa vedere il nostro campionato come di seconda fascia perché oggi i più grandi campioni giocano in altri tornei più ricchi. Invece questa Italia fa capire che lavorando bene coi giovani e in gruppo, con passione, i giocatori ci sono e si riescono a tirar fuori».   Rispetto al 2006 ci sono giocatori meno blasonati, quindi è un po’ sorprendente che la nazionale stia riuscendo a fare così tanto bene. «Si è una sorpresa, ma Mancini è stato molto bravo anche per come ha preparato le partite sotto l’aspetto tattico. Però ciò che conta è che sta creando qualcosa di importante: ci sono molti giovani, mixati con qualcuno di esperienza che serve sempre, e questo rende il progetto sano e fresco. Secondo me ci toglieremo delle soddisfazioni, o almeno lo spero».
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