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A 17 anni lasciò l'Italia per l'Arsenal e fece impazzire Wenger: «Vi racconto di quella volta con Henry»

Arturo Lupoli fa un tuffo nel passato e guarda al futuro: «Mi piacerebbe allenare, ammiro il Mancio e mi ispiro a Klopp»

Arturo Lupoli

Arturo Lupoli in maglia Arsenal

American Dream? No, English Dream. È l'estate del 2004 e un giovane calciatore italiano saluta il Bel Paese e prende il volo direzione Londra. Ha da poco compiuto 17 anni, la valigia è stracolma di sogni e ad aspettarlo c'è nientepopodimeno di Arsène Wenger, al tempo manager dell'Arsenal. Un cambio di vita radicale che tuttavia ha potuto contare su una costante: il calcio. Quando si parla del mondo del pallone non c'è lingua che tenga, e il giovane italiano l'ha dimostrato visto che le difficoltà linguistiche sono state sopperite da una qualità innata con la palla tra i piedi: possibilmente in un rettangolo verde 105x68, meglio ancora se negli ultimi 30 metri. Non ancora diciottenne si ritrova catapultato in un altro mondo, il paese dei balocchi per uno innamorato del calcio come lui. Nel giro di qualche mese passa dagli Allievi del Parma alla Premier League, condividendo lo spogliatoio con veterani come Henry, Vieira e Lehmann e astri nascenti quali Reyes, Senderos e Fabregas.

TRAFILA

La paura è quella di aver fatto un passo troppo più lungo della gamba, la consapevolezza è di essere arrivato nel calcio che conta e di averlo fatto versando lacrime e sudore. Quest'ultime vengono ripagate appieno in una fredda serata autunnale, non a Londra ma a Manchester, nella parte citizen della città. È il 24 ottobre del 2004 e Wenger lo butta nella mischia per la sfida valevole per la Carling Cup: non una semplice partita di Coppa, visto che è il teatro di un roboante Manchester City-Arsenal. 13 giorni dopo, il 9 novembre, la prima doppietta e i primi due gol: sempre in Coppa ma questa volta a Londra, all'Emirates Stadium, contro l'Everton. Tempo un anno e mezzo e arriva anche l'esordio in Premier League, precisamente il 25 febbraio del 2006: il giovane italiano subentra dalla panchina e colleziona la prima manciata di minuti nella massima serie inglese.

I NUMERI ALL'ARSENAL

  • PRESENZE: 9
  • GOL: 4
  • ESORDIO: Manchester City-Arsenal (Carling Cup)

STELLA

È nata una stella? Pare di sì, e inciso a caratteri cubitali c'è un nome e un cognome precisi: Arturo Lupoli. Gli appassionati più longevi lo ricorderanno come l'astro nascente del calcio italiano assieme a Giuseppe Rossi, passato in Inghilterra dopo il crac Parmalat e il conseguente ridimensionamento del Parma, al tempo uno dei settori giovanili di riferimento della nostra Penisola, nonché una delle piazze più ambite anche a livello di Serie A e di calcio europeo. Oggi il classe '87 ha appeso gli scarpini al chiodo, ricorda con piacere il suo passato da calciatore - successivamente è tornato in Italia, passato nuovamente in Inghilterra fino al ritorno definitivo nel Bel Paese - ma è pronto per un'avventura calcistica tutta nuova nelle vesti di allenatore. Sebbene non manchino già offerto di lusso, una delle quali proveniente da una squadra professionistica dell'Emilia Romagna, il futuro di Lupoli dovrebbe essere in Lombardia: magari in una professionista, la quale metterebbe a segno un vero e proprio colpo da 90.

LA CARRIERA DI ARTURO LUPOLI

  • PARMA
  • ARSENAL
  • DERBY COUNTY
  • FIORENTINA
  • TREVISO
  • NORWICH
  • SHEFFIELD UNITED
  • ASCOLI
  • GROSSETO
  • VARESE
  • HONVED
  • FROSINONE
  • PISA
  • CATANIA
  • SUDTIROL
  • FERMANA
  • VIRTUS VERONA
  • MONTEGIORGIO
  • BORGO SAN DONNINO
  • IMPERIA

GIOVANILI

Digitando "Arturo Lupoli" su Google una delle prime pagine che appare è quella di Wikipedia, laddove si vede un dato interessante riguardo alla tua esperienza in Nazionale: sei ancora il capocannoniere della selezione Under 16.

«Ai tempi facevo tanti gol e sì, ancora detengo quel primato. In generale posso dire che era un periodo davvero molto bello, sia con la Nazionale che con la maglia del Parma».

Cosa ti è rimasto più impresso della tua esperienza in Azzurro?

«Sicuramente il rapporto con Antonio Rocca, il quale mi fece esordire in Under 16 e lo ritrovai in Under 17. Ricordo in particolare la Nazionale di quell'anno: c'erano giocatori incredibili come Giovinco, Consigli, Cerci, Dessena e Acquafresca. Insomma, eravamo una corazzata. Non dimenticherò mai le sfide contro la Francia di Benzema e Nasri: li battemmo a Montagu 5-1, poi l'anno dopo a Salerno vincemmo 2-1».

Rimanendo in tema giovanili, giocavi in un Parma molto forte che si laureò anche campione d'Italia.

«Sì, era l'annata 2003/2004: la ricordo molto bene. Vincemmo lo Scudetto contro la Juve di Lanzafame e Giovinco, col senno di poi fu una vetrina molto bella».

I NUMERI IN NAZIONALE

  • UNDER 16: 9 presenze e 11 gol
  • UNDER 17: 10 presenze e 4 gol
  • UNDER 18: 2 presenze e un gol
  • UNDER 19: 6 presenze
  • UNDER 20: 1 presenza
  • UNDER 21: 5 presenze e 2 gol

INGHILTERRA

Poi ci fu il crack Parmalat e tu e Giuseppe Rossi partiste per l'Inghilterra, ricordi come vivesti quel periodo?

«Fu un passaggio enorme, davvero importante. Arrivavo da una stagione con gli Allievi Nazionali, avevo fatto qualche presenza in Primavera ma mi sono trovato catapultato nel ritiro con la prima squadra dell'Arsenal. I primi mesi mi servirono per adattarmi, anche per la conoscenza della lingua. Poi dall'autunno le cose migliorarono, anche grazie al fatto che Wenger mi fece esordire abbastanza precocemente».

Un giovane sbarbato passa dagli Allievi alla Premier League, roba che non si vede tutti i giorni: ricordi come fu l'accoglienza? C'erano giocatori con i quali legasti di più?

«Mi ritrovai in uno spogliatoio pieno zeppo di campioni, e devo dire che tutti mi accolsero molto bene. Mi trovavo bene con Vieira ed Henry perché con loro potevo parlare in italiano, così come con Flamini e Lehmann. Oltre ovviamente ai più giovani, quali Reyes, Fabregas e Senderos, che assieme a me erano i più piccoli nella rosa. Con loro ho anche mantenuto i rapporti negli anni».

Mi parlavi di una panchina al Bernabeu e di un aneddoto riguardante Henry: sono questi i ricordi più belli che hai?

«Nel 2005, l'anno in cui andammo in finale di Champions League, andai in panchina allo stadio del Real. Un'emozione pazzesca, davvero unica. Quella esperienza me la porterò con me per sempre, così come il siparietto con Henry. Era l'estate del 2006 e l'Italia aveva da poco vinto i Mondiali contro la sua Francia. Quando mi vide mi disse: "Io con te non parlo". Ovviamente scherzando, visto che successivamente parlammo più di un'ora di quella partita».

L'ANEDDOTO CON THIERRY HENRY

«Era l'estate del 2006 e l'Italia aveva da poco vinto i Mondiali contro la sua Francia. Quando mi vide mi disse: "Io con te non parlo". Ovviamente scherzando, visto che successivamente parlammo più di un'ora di quella partita»

CALCIO GIOVANILE

Hai una storia che penso possa trasmettere molto a chi vuole fare il calciatore, soprattutto ai più giovani. Credi che nel tempo le cose siano cambiate?

«Dal punto di vista degli esordi nel calcio dei grandi, dunque nel salto in prima squadra, in Italia è sempre il solito discorso. Da oggi a 20 anni fa non cambia nulla, cosa che invece in altri paesi non avviene. Da noi a 18 o 19 anni giochi in Primavera, mentre all'esterno non è per niente così. Tutto è posticipato, anche se chi è veramente forte alla fine, in un modo o nell'altro, viene fuori. Certo, si potrebbe mettere a disposizione un percorso più veloce, ma questo è un altro discorso».

In che senso?

In Italia, per vedere esordire un giovane bisogna aspettare sempre le disgrazie. Vedi la mancata qualificazione al Mondiale, con mancini che ha chiamato tantissimi giovani e ne ha fatto esordire uno (Gnonto, ndr). Lui ha avuto coraggio ed ha fatto una cosa che nessuno ha mai fatto prima, per me è un riferimento anche per questo».

Il tutto si lega all'ennesimo disastro Azzurro, come te lo spieghi?

«In Italia serve subito il risultato, i giovani non li aspettiamo. Non andiamo ai mondiale? È un problema che ci portiamo avanti da tantissimo tempo, gli Europei ci hanno illuso, visto che avendo una visione più profonda ci sarebbero svariate cose che andrebbero sistemate e aggiustate».

«Gli Europei ci hanno illuso, visto che avendo una visione più profonda ci sarebbero svariate cose che andrebbero sistemate e aggiustate»

AMBIZIONI

Ha girato diverse squadre, dunque hai avuto a che fare con diversi allenatori: chi ricordi con più piacere?

«Ne ho avuti davvero tanti, e da ognuno ruberei qualcosa. Anche a coloro con cui non ho avuto un grande rapporto, ma nel calcio capita e ci sta. Ricordo con piacere Castori e Stellone, entrambi avuti in serie B: erano dei maghi nella gestione. Stellone in particolare ci faceva sentire tutti partecipi, non si inventava cambi di ruolo o cose varie. Ricordo che, se in un periodo non giocavi, veniva e ti diceva: «Tu resta pronto, se c'è bisogno entri». 

C'è un allenatore a cui ti ispiri? Quali difficoltà deve affrontare oggi un tecnico?

«Sicuramente Jurgen Klopp, mi ispiro a lui. È una figura che sa legare il bel gioco all'aggressività, oltre ovviamente all'aspetto delle motivazioni. Inoltre sa sdrammatizzare, sia quando perde che quando vince: questo è l'esempio di quanto debba lavorare oggi un allenatore, non solo sotto l'aspetto tecnico»

Foglio bianco e penna: come faresti giocare, ad oggi, la tua squadra?

«Difficile rispondere, deciderei in base ai giocatori e alle loro caratteristiche. È una cosa che si dice spesso ma non sempre viene fatta. Ho due esterni forti? 4-3-3. Ho due punte che fanno reparto? 4-4-2 o 4-3-1-2. Non sono per l'esasperazione, per esempio del "tiki taka": quella la lascio ai fenomeni come Guardiola. Io mi vorrei avvicinare agli allenatori più giovani e moderni: i vari Dionisi, De Zerbi, Italiano e Zanetti. Quest'ultimo l'ho anche avuto al Sudtirol».

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