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A tu per tu con Giuseppe Bertuccini, l'allenatore-artefice della favola Palazzolo

Giuseppe Bertuccini
Solo sei stagioni da allenatore e già due promozioni, con due società diverse, nel palmares. La prima al termine della stagione 2015-2016 portando alla vittoria del campionato di Terza categoria l' Osal Novate, la seconda nel 2018-2019 guidando il Palazzolo nell'incredibile cavalcata playoff sfociata nel salto in Prima categoria. Un traguardo, quest'ultimo, che la società di Palazzolo Milanese non aveva mai raggiunto nella sua storia. "Miracolo" e "favola", però, sono termini che a Giuseppe Bertuccini, classe 1977, piacciono fino a un certo punto: «Le favole sono sempre legate al lavoro: senza lavoro, e se sotto non ci fossero impegno, abnegazione e spirito di gruppo, le favole non esisterebbero». Una lunga carriera da calciatore nei Dilettanti con le maglie di Osal Novate, Suprema, Mascagni, Cusano e Cesano Maderno, Bertuccini è riuscito nell'impresa - proprio con la maglia dell'Osal di Novate Milanese - di vincere un campionato sia da giocatore (Seconda categoria 2003-2004) che da tecnico. Con il Palazzolo un altro capolavoro, e quest'anno la squadra - prima della sospensione dei campionati - dopo un inizio difficile stava marciando a ritmo serrato verso la zona playoff e comunque con la salvezza saldamente tra le mani. Dopo il triennio con l'Osal Novate, anche quello con il Palazzolo si è chiuso ufficialmente nelle scorse settimane: le offerte di certo non sono mancate (tra le altre, Bertuccini è stato un'opzione per il Muggiò in Promozione che poi ha scelto Bertoni del Cabiate), e la nuova destinazione verrà svelata nei prossimi giorni. Innovativo, preparato: «Voglio una squadra a cui posso dare qualcosa e dalla quale possa ricevere qualcosa. Sono ambizioso, voglio arrivare il più in alto possibile». Stay tuned. Prima giocatore, poi la seconda vita calcistica da allenatore. Come è nata l'idea di passare dall'altra parte della barricata? «L'Osal Novate, dopo la retrocessione dalla Seconda categoria, mi ha chiamato per chiedermi di tornare a giocare da loro. Ho risposto che non avevo gli stimoli giusti per affrontare un campionato di Terza, ma quando mi hanno chiesto di fare l'allenatore non ho esitato. Il primo anno siamo arrivati ai playoff e abbiamo perso con il Quarto Sport, il secondo anno abbiamo vinto il campionato e il terzo anno siamo arrivati ottavi in Seconda categoria: un bel percorso». [caption id="attachment_218562" align="aligncenter" width="900"] Giuseppe Bertuccini portato in trionfo dopo la vittoria del campionato con l'Osal Novate Giuseppe Bertuccini portato in trionfo dopo la vittoria del campionato con l'Osal Novate[/caption] Poi l'avventura con il Palazzolo, con il quale sei rimasto anche in questo caso tre stagioni: accesso ai playoff sfiorato il primo anno, promozione in Prima categoria il secondo e una posizione di metà classifica - da neopromossa - in questa stagione. Come valuti il tuo percorso? «La chiamata del Palazzolo è arrivata il 13 giugno 2017, una data particolare perché ricorre l'anniversario della morte di mio nonno: una specie di segno del destino. Sono stati tre anni fantastici. Ho preso in mano una squadra che si era salvata arrivando appena sopra la zona playout e in due anni l'ho portata in Prima categoria. L'anno della promozione abbiamo giocato 43 partite segnando 104 gol, il viaggio di ritorno da Grassobbio è un ricordo indelebile. Dopo il 3-0 per noi all'andata siamo andati da loro, avevano un campo semplicemente spettacolare: abbiamo perso 4-2 ma ce l'abbiamo fatta, il viaggio di ritorno sul pullman che avevamo noleggiato non me lo dimenticherò mai. Nella mia gestione sono passati 54 giocatori, di cui 14 sempre presenti dall'inizio (Artioli, il capitano, poi Perrucci, Venturini, Vergani e Zuccaro tra gli altri, ndr)». Qual è stato il segreto del tuo Palazzolo? «Sicuramente il gruppo. Un esempio: quando sono arrivato, dopo gli allenamenti i ragazzi si dividevano a gruppetti nei vari locali. Allora ho proposto di rimanere tutti insieme al bar del centro sportivo: piccole cose, dettagli, ma che alla fine fanno la differenza. Piano piano il gruppo si è cementato, e devo dire che dai ragazzi ho sempre avuto grande disponibilità. Per certi versi la loro abnegazione mi ha stupito: il mio credo è il duro lavoro sul campo, e anche se proponevo un allenamento stressante non si sono mai lamentati. Anzi, dopo aver vissuto qualche stagione in cui vincere o perdere era più o meno la stessa cosa, erano loro stessi a volerlo. Se gli avessi chiesto di andare a sbattere contro il muro, l'avrebbero fatto: ho chiesto loro fiducia, me l'hanno data e di questo li ringrazierò sempre». Hai chiuso la tua avventura a Palazzolo con 100 partite disputate e una promozione storica. «L'anno della vittoria dei playoff è stato davvero entusiasmante. Una stagione cominciata con un ritiro di 3 giorni ad Acqui Terme: al termine del campionato dell'anno precedente mi sono inventato una "12 ore" di calcio nella quale i ragazzi, a turno, servivano anche ai tavoli. Con l'incasso ci siamo finanziati un mini-raduno pre-stagionale: c'era grande entusiasmo, siamo arrivati secondi e poi siamo passati di categoria. Quest'anno, senza l'interruzione per il Covid, sono convinto che saremmo potuti arrivare di nuovo ai playoff: dopo un inizio davvero complicato eravamo tornati il Palazzolo dell'anno scorso, la squadra aveva voglia, grinta e convinzione. Avevamo un ottimo ruolino di marcia, siamo andati a vincere a Biassono, a Cavenago e a Cinisello contro la Cinisellese». Eppure il tuo esordio in Prima categoria non è stato semplice. Come sei riuscito a invertire la rotta? «Fare la squadra per quest'anno non è stato semplice, qualche scelta è stata sbagliata e me ne prendo la responsabilità. Palazzolo è una realtà che viveva con una campagna acquisti a "zero euro", non avevamo molte carte da giocare per convincere giocatori di categoria se non un grande gruppo e una tipologia di allenamento tendente in qualche modo al professionismo. Siamo partiti malissimo con tre sconfitte consecutive, poi alla 10ª giornata contro la Pro Lissone abbiamo toccato il fondo. Lì abbiamo svoltato: il martedì successivo alla partita ci siamo parlati senza nemmeno allenarci, abbiamo cambiato qualche giocatore, siamo ripartiti da zero e ci siamo ritrovati». La sconfitta contro la Pro Lissone è stato il momento più difficile di questi tre anni. Quale invece il momento più bello? «Come momento più bello scelgo il playoff contro l'Afforese. Giocavamo con due risultati su tre a disposizione e forse questo ci ha condizionato, fatto sta che sul finire del primo tempo prendiamo gol e andiamo all'intervallo sotto 1-0. Nel secondo tempo abbiamo fatto una partita incredibile: arrivavamo primi su tutti i palloni, li abbiamo dominati in lungo in largo, abbiamo subito un solo tiro in porta a soprattutto abbiamo segnato 5 gol e abbiamo vinto 5-1. Era impossibile perdere quella partita. Alla fine il loro allenatore disse che quando si perde così bisogna solo fare i complimenti agli avversari. In quel momento, tutto il lavoro che avevamo fatto era stato ripagato». Il momento dell'addio al Palazzolo è arrivato a fine maggio. «Un addio arrivato purtroppo nel modo sbagliato, non mi è piaciuto l'epilogo di questa storia bellissima. Non credo di essere stato una persona normale per il Palazzolo, avevo le chiavi del bar e del campo, mi sentivo a casa. Ho portato giocatori e anche un direttore sportivo. Non voglio e non mi aspetto riconoscenza, però io e il mio staff composto da Luca Catenacci e Alessio Fregatti, con i quali lavoro dal secondo anno di Osal Novate, abbiamo portato questa società nella storia. Questo non potranno mai togliercelo. Quando siamo andati a giocare al La Dominante ci hanno chiesto da dove arrivassimo, pensavano fossimo di "Palazzolo d'Adda". In quel momento ho capito davvero il grande lavoro che avevamo fatto». Ed è quindi il momento di una nuova avventura… «Mi piacerebbe fare un passo in avanti, andare a lavorare in una società dove c'è un Direttore Sportivo, un Direttore Generale e un Presidente che tengano alta la pressione. Voglio fare l'allenatore ma accettando tutte le sfaccettature del caso, vorrei lavorare in un ambiente stimolante. Tutte le cose che altri allenatori non vogliono, come un responsabile che mi chieda spiegazioni sul perché ho schierato un giocatore piuttosto che un altro, io le desidero». In chiusura, un passaggio sui professionisti. Quali sono gli allenatori che ti piacciono di più? «Ce ne sono tanti. Apprezzo Antonio Conte perché riesce a ottenere il massimo dai giocatori, mi piace Max Allegri per la capacità della gestione della squadra, ovviamente Pep Guardiola per le innovazioni che ha portato. Quello per cui ho davvero un debole però è Juric del Verona: il suo modo di fare calcio mi piace tantissimo. È sfrontato come Gasperini ma anche intelligente: conosce i limiti della sua squadra, esaspera alcune situazioni ma cerca anche di contenerle. Anche De Zerbi è molto bravo, ma secondo me il suo tipo di calcio non è attuabile in una grandissima squadra. Quello di Juric invece sì». [caption id="attachment_218561" align="aligncenter" width="900"] Giuseppe Bertuccini e il Palazzolo La festa della promozione del Palazzolo[/caption]
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