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Seconda Categoria

Da capitano ad allenatore-psicologo, con la vittoria dei playoff si chiude un cerchio

Per 7 anni centrocampista biancorosso, poi nel 2019 il ritorno in panchina: «È stato un anno impegnativo»

Alessandro Casiraghi Triuggese

SECONDA CATEGORIA TRIUGGESE: Alessandro Casiraghi, allenatore della formazione biancorossa

È un torrido pomeriggio di giugno e Alessandro Casiraghi può stemperare la tensione di mesi passati sull'ottovolante, andando a ricevere l'applauso del pubblico di Briosco e l'abbraccio della moglie Erica e delle figlie Carlotta e Cecilia: la Triuggese vince il triangolare playoff e assapora la Prima Categoria.

Una stagione, mille emozioni: è stressante vincere?
«È stato un anno, il primo intero alla guida della Triuggese, impegnativo più che stressante: lungo, che si è aperto il 23 agosto e chiuso il 12 giugno; se in campionato stare agganciati al vertice non ha messo grande pressione, gli ultimi 180 minuti, arrivati dopo un mese di pausa, hanno prosciugato le energie nervose».

Ripercorriamo i playoff: Certosa e Cassina Nuova.
«La trasferta di Pavia è stata atipica perché nei feriali i ragazzi lavorano: partenza alle 16:30, sosta in autogrill e illuminazione scarsa. Dopo un buon inizio siamo andati sotto su rigore, poi la reazione è stata concretizzata da Nese, autore di una doppietta, nella ripresa: erano una squadra alla portata. Contro il Cassina Nuova giocavamo in casa e avevamo a disposizione due risultati su tre per il migliore piazzamento in classifica: un match equilibrato, in cui abbiamo sprecato con Razhdanov il sesto rigore stagionale (per fortuna non hanno mai influito sui risultati), deciso da Bartolotti, complice una deviazione. Questo significa che entro metà luglio al 99% saremo in Prima Categoria».

Dal debutto contro l'Albiatese di acqua sotto i ponti n'è passata.
«Sotto 3-0 al 45', abbiamo perso 4-3: un massacro. Dopo un'altra sconfitta abbiamo infilato una serie utile di 11 gare, rimettendoci in corsa per i playoff: era l'obiettivo stagionale. Una fase difensiva sempre più ferrea e il morale alto hanno consentito di scavare un netto divario sulle terze. Ecco, se non avessimo fallito due rigori e se l'Ausonia fosse inciampata (come ha rischiato di fare) nelle ultime due gare, quella vinta contro di loro sarebbe stata la gara perfetta».

Da quanto dirigi i biancorossi?
«Dal 2019, mio esordio in panchina: sono stato però loro giocatore (e anche capitano) dai 28 ai 35 anni, dopo l'esperienza di Missaglia, e in un paio di circostanze i playoff ci hanno detto male. In origine ero centrocampista dal buon mancino, poi sono scalato terzino e difensore centrale: la passione per il calcio è stata trasmessa da papà Aldo, ex giocatore, che mi ha portato nelle Giovanili dell'Arcore. Tra le tante esperienze, cito la Promozione vinta col Renate di Bonfanti».

Cos'hai imparato osservando il pallone da una panchina?
«Quest'ambiente ha conduzione familiare e conosco da tanto la presidentessa Marina Riva e il ds Piero Galbiati, ma fare l'allenatore è un altro mestiere: nelle nostre categorie subentra la psicologia; lavoro, problemi personali, il divertimento del sabato sera incidono su quella che resta una passione e non un lavoro. Non c'è tempo per la tattica: metti i ragazzi nelle migliori condizioni per scendere in campo, il resto è solo un'impronta».

Avete già pensato alla nuova stagione?
«È un torneo che non disputiamo da parecchio, ossia da quando arrivai a Triuggio, loro erano stati appena promossi. E per questo siamo in fase di programmazione, non possiamo farci trovare impreparati: cerchiamo quel pizzico di esperienza utile a reggere il salto di categoria e le giuste pedine tra i giovani (in campo da regolamento un classe 2000, un classe 2001, un classe 2002: siamo alla ricerca di ragazzi di queste ultime due annate), poi è in rifacimento il Centro Sportivo. Sarà una festa ogni domenica per la città».

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