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L'INTERVISTA

Dalla Crespi Morbio alla favolosa Olbia, quanta Milano nel "Sardo" Max Canzi

Cresciuto nel calcio sotto l'ala di Mario Beretta, allenò a San Donato Tommaso Giulini, che lo volle poi con sè in Sardegna

Dalla Crespi Morbio alla favolosa Olbia, quanta Milano nel "Sardo" Max Canzi

Il tecnico durante l'ultima esperienza a Olbia

Il pallone che rotola è costante di vita per Max Canzi, classe 1966 che si appresta a vivere la seconda annata alla guida di un sodalizio professionista, quell'Olbia che ha condotto alla salvezza in Serie C: «Partenza disastrosa e gran recupero: abbiamo chiuso a -1 dai playoff. Cerchiamo di proporre un calcio dinamico tenendo alti i ritmi sul piano fisico e tecnico. Non vedo l'ora di vivere la stagione della normalità: quanto è mancato il pubblico!» Il primo ricordo di un pallone che rotolava? «La famiglia ha vissuto al seguito di un papà che ha girato il mondo per lavoro, dalla Spagna alla Corea: mi ha trasmesso la passione per il calcio giocando a livello amatoriale ovunque andasse. Ho una foto a 2 anni sulla panchina del Campo Colombo». Il binomio con Mario Beretta, considerato tuo mentore, si è protratto 12 anni: in comune avete la qualifica dell'Isef, la fede rossonera e il Centro Schuster. «Sette anni di differenza: mi allenava nei Cadetti, ci siamo ritrovati all'Isef. Quando poté permettersi un proprio staff tecnico mi coinvolse, ero il vice preparatore atletico volto al recupero degli infortunati grazie alle competenze dell'Isokinetic. Al secondo anno senese ero collaboratore, così a Lecce e Torino, per divenire vice, dotato di patentino Uefa A, a Salonicco. E così via sino a Brescia, Cesena, ancora Siena, Latina. A livello di campo mi ha insegnato il mondo dei professionisti: è un rigoroso, appare intransigente perché domanda tanto a se stesso. Rielaboro quegli insegnamenti col mio carattere, tendo a ridurre la tensione (gli facciamo notare a proposito il motto di Rocco adottato come stato WhatsApp: A tutto quel che se movi su l'erba, daghe. Se xe 'l balon, no importa). Ho fatto mille mestieri perché amo i rapporti umani: desideravo allenare e sceglievo lavori per cui potessi farlo nel pomeriggio, dal commerciale per l'azienda che vendeva buoni pasto, al tour operator o guidare ambulanze, sino alla svolta dell'Isokinetic.


Per molti sono un esempio, quello che ce l'ha fatta scalando le categorie, ma se non ci fosse stato Beretta nel 2006 probabilmente mi barcamenerei tra Eccellenza e Serie D». 2015: sei tu che giochi in anticipo. Prima che lui fosse responsabile delle giovanili a Cagliari sbarchi in Sardegna precettato dal presidente Tommaso Giulini, tuo ex portiere all'Accademia Sandonatese. «Il premio a 10 anni di apprendistato: ho dato una mano a creare l'Academy, poi un lustro in Primavera con 150 partite e la maglia onorata, centrando una promozione in Primavera 1 e chiudendo secondi un anno fa, ma l'Atalanta è stata proclamata campione nonostante fosse a portata (-3 e scontro diretto da disputare). Del 2001 Carboni (una ventina di gare in A) la maggiore crescita, molta Serie B per l'argentino Colombatto ora in Messico: quando ero nello staff di Zola ho visto allenarsi il giovane Barella. Avevo girato l'Isola da turista in moto, questa gente di scorza dura mi ha benvoluto: la partnership col Cagliari mi porta ancora a valorizzare i giovani in prestito all'Olbia. Che scherzo del destino ritrovarsi al fianco di Walter Zenga nel dopo Maran! Per 30 anni il mio Sporting Milano ha duellato con la sua Macallesi: i ragazzi di via Salomone contro quelli di Viale Ungheria». Quanta Milano è passata sotto i ponti? «Sono cresciuto a Greco, vivo da vent'anni alla Barona e da quindici evito di spostare la famiglia, approfittando delle parentesi senza squadra. Mi sento molto milanese: ho perlustrato la città e l'hinterland rincorrendo un pallone. Da attaccante sono arrivato in Prima Categoria: il Campo Barassi in via Colleoni (Half) dove ai tempi si giocava il Torneo Coca Cola, Largo Boccioni a Quarto Oggiaro (Sempione), il Campo Cameroni guidando la mia 'prima' Prima Squadra a Gorla (Crespi Morbio)». Ricordi il primo discorso fatto ai Pulcini della classe 75 all'Half Milano? «Scimmiottavo i miei allenatori: a qualsiasi livello nessuno è pronto e può bearsi nelle certezze, solo se sbagli cresci e per questo ringrazio le società che mi hanno dato la chance di commettere errori, perché ho migliorato il bagaglio. I primi Esordienti allo Sporting Milano, l'Under 21 pura alla Calcio Uri, la Juniores Regionale alla Polisportiva Segratese, i biancazzurri della Crespi Morbio, l'alba del duemila gestendo la Geas Sesto femminile e gli ultimi gradini: Accademia Sandonatese ('01-'05) e Paullese ('05-'06). Tre promozioni: una alla Crespi Morbio, due all'Accademia Sandonatese». La dimensione della formazione: quanto va oltre il rettangolo verde? I giovani hanno ancora passione? «Ho il dovere di ancorarli al mondo: secondo la statistica il 6% dei Primavera arriva in Serie A e in 13 su 20 smetteranno col calcio. In ogni altro mestiere dovranno stare alle regole e mantenere un comportamento. Il guaio è che, dalla famiglia al salumiere, li fanno sentire arrivati: ma è lo step finale quello più duro. Abbiamo la fortuna di fare ciò che ci piace: svegliarci e andare al campo, che c'è di meglio? Non devono vivere ciò come fosse normale, perché setacciate le categorie sei quello più bravo: ne devono essere spensieratamente consapevoli. I ragazzi sono sempre gli stessi, se non ne intercetto il dialogo vuol dire che sono vecchio per allenare». Che cosa appaga un allenatore? «Nelle Giovanili la crescita del singolo: salendo di livello, il lavoro quotidiano incide meno e sei gestore più che istruttore, ma non pensare sia facile far convivere e rendere al meglio giocatori. Il calcio si rinnova: è la sua forza e bellezza. Ritroverò un'altra Olbia, parlo di materiale umano, resa, alchimia: è diverso allenare rispetto a vent'anni fa, cambiano regole come quella del retropassaggio. Il calcio evolve: Rivera oggi potrebbe proporre il suo talento solo se allenato coi metodi di adesso. Chi rimpiange quel pallone, è perché è invecchiato».

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