12 Maggio 2021

Crudelizia: Arrigo Sacchi, il Signor Nessuno che rilanciò in grande stile il Milan

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Tiziano Crudeli
Tiziano Crudeli
Direttore Editoriale, opinionista, tifoso appassionato del Milan, esperto di calcio a tutto tondo, dalle giovanili alla massima serie

Il Milan fine anni ottanta del neo presidente Silvio Berlusconi, in procinto di progettare il futuro, decise di affidare il compito di rilanciare in grande stile il Milan ad Arrigo Sacchi, allora un carneade che non aveva ancora allenato una squadra di Serie A, ma aveva fortemente impressionato per aver eliminato per ben due volte, il 31 agosto 1986 e il 25 febbraio 1987, dalla Coppa Italia il Milan di Nils Liedholm sconfitto di misura ma sonoramente bastonato davanti al proprio pubblico. Sacchi aveva ottenuto consensi per il modo di esprimersi delle sue squadre dove abbondava il desiderio d’imporre il possesso palla, l’intensità, ed erano votate al gioco offensivo. Una importante inversione di tendenza del calcio italiano visto che per decenni eravamo abituati a difenderci con il catenaccio. Eppure Sacchi, per quanto avesse seminato bene, non aveva ancora esperienza di un calcio ai massimi livelli. Una scelta, quella del Milan, molto coraggiosa. Oltretutto in circolazione sul mercato, privi di impegni, c’erano Fabio Capello che col Milan dopo aver conquistato allo spareggio l’accesso alla Coppa Uefa era procinto di tornare dietro la scrivania milanista per studiare da manager, e Giovanni Trapattoni tornato libero sulla piazza dopo dieci anni di Juventus. La scelta di puntare su Sacchi, di primo acchito lasciava perplessi. E invece, in seguito, l’intuizione si rivelò azzeccata con indubbi vantaggi per tutto il calcio italiano. In quel momento però il quarantaduenne Arrigo Sacchi, romagnolo di nascita e con il padre di origini lombarde (nato a Mandello del Lario), era un Signor Nessuno con un curriculum professionale assai modesto. Anche se le sue squadre di basso profilo giocavano bene. Difficile, quindi, avere la certezza che fosse la panacea dei mali tecnici del Milan. Il fiore all’occhiello di Sacchi era la promozione in Serie B col Parma e lunghe milizie tra dilettanti e Serie C. Poco per avere la certezza di che fosse in grado arrivare in tempi brevi al top.

Sacchi giocatore. Ha iniziato come attaccante, poi una continua retrocessione di ruoli: ala destra, mediano, terzino. Al Baracca Lugo giocava terzino sinistro nonostante fosse un destro naturale. Il suo allenatore era Gino Pivatelli, già stella del Bologna, del Milan e della Nazionale. Schierato con la maglia numero 4 tentò di marcare Capello, 10 della Spal che nel primo tempo gli fece due tunnel a chiamata. Fabio annunciava: “tunnel” e gli faceva passare la palla tra le gambe. Nell’intervallo prese la ferma decisione di picchiarlo se lo avesse umiliato con un altro tunnel. Non ci fu un seguito. La definitiva parabola discendente: il provino alla Fiorentina (il presidente Ugolini era amico di suo padre) con Pandolfini che lo prende e gli dice «Dammi retta, lascia perdere, cambia mestiere». La passione per il calcio era innata. Si racconta che già da bambino andava al bar e intratteneva gli adulti e gli anziani con dissertazioni calcistiche. A 14 aveva una spiccata simpatia per l’Inter. A scuola se la cavava, ma poi getta la spugna qualche mese prima degli esami di maturità e del diploma di ragioniere. La solidità economica era garantita dalla fabbrica di scarpe di suo padre, un’azienda con duecento dipendenti. A 19-20 anni ha sostituito suo padre socio di maggioranza dell’azienda, che ha trascorso 9 mesi in ospedale a Bologna. Le condizioni di lavoro erano dure. L’azienda, comunque, era solida economicamente il che gli ha consentito di avere il Pagoda a 20 anni e la Porsche a ventuno. Arrigo non era un montato e neppure viziato. Era molto democratico e gli piaceva socializzare anche con la gente del posto. Giocava a carte con gli amici al bar Repubblica, dove si discuteva della Juve, al centro delle attenzioni dei romagnoli. Arrigo scarso alunno, decise di intraprendere l’attività di rappresentante col mandato di vendere all’ingrosso, anche all’estero, “le scarpe di papà”. Un’attività che rendeva bene e gli consentiva di girovagare per tutta Europa. Era anche l’occasione per effettuare diversi stop, ovunque ci fosse un pallone in movimento. Le nozioni calcistiche acquisite sono state molto formative.

Sacchi allenatore. Nel 1973 Sacchi è al Fusignano (sua città natale) impegnato nel campionato di Seconda Categoria: mette i soldi, ricopre l’incarico di dirigente, allena e gioca pure qualche partita senza lasciare una impronta di rilievo sulle sue prestazioni in campo. Vince il campionato al primo colpo. In panchina ci sta per tre anni. La destinazione successiva: dopo aver preso il patentino di allenatore a Ravenna da un maestro come Silvio Piola, nel ’76, a 30 anni, per un anno va all’ Alfonsine che disputa il campionato Promozione. Poi arriva l’offerta, accettata, per un altro anno al Bellaria (Serie D). Sacchi intanto frequenta casa Rognoni a Milano Marittima. Grazie al Conte Rognoni approda a Coverciano per il supercorso da allenatore. Visto che è un raccomandato un po’ tutti lo guardano con diffidenza. Si segnala invece tra i primi della classe, la materia calcio sembra essere il suo forte. Gli elogi non mancano: «Bravo, molto bravo ma anche molto “strano”». Le sue notti a Coverciano erano molto agitate. Sentiva la tensione. Si racconta che si svegliasse urlando in preda agli incubi tattici. Italo Allodi lo apprezza e lo stima. Sacchi si laurea a pieni voti. Il calcio è la sua ragione di vita. Al punto tale che Arrigo anche a cena parlava all’ottanta per cento di calcio, per il venti di donne. Sempre molto esagitato e privo di senso pratico. Intelligente, smanioso, con un accentuato tratto paranoide e una cultura alquanto monocorde. Dino Manuzzi, presidente del Cesena, lo richiama in Romagna per affidargli la Primavera. È il passo decisivo che lo spinge a scegliere definitivamente il calcio come attività principale. Affida l’azienda ad un amico e cede anche i beni terreni per dedicarsi esclusivamente al mondo del pallone. A Cesena rimane tre anni e vince lo scudetto Primavera di categoria. Alla guida del Rimini in Serie C sbarca nel calcio professionistico. Allodi è un suo estimatore per quelle intuizioni che ne aveva fatto a Coverciano il primo della classe, lo chiama e gli affida la Primavera della Fiorentina. L’escalation prosegue. La tappa successiva nel 1986, a 40 anni, è allenatore del Parma appena retrocesso in C1. È subito Serie B. Al secondo anno sfiora la Serie A. In mezzo al biennio i quarti di finale di Coppa Italia e la doppia vittoria a San Siro. I due successi sono un trampolino di lancio verso il Milan. Il primo contatto è ad Arcore attorno ad un tavolo dove erano presenti Silvio Berlusconi, Ettore Rognoni e Adriano Galliani. Parlarono di calcio dalle venti e trenta fino alle tre del mattino. Un monologo di “Berlusca” e tutti pronti ad ascoltarlo in religioso silenzio. Con Berlusconi, Sacchi si limita a scarabocchiare su carta i suoi orientamenti tattici, l’applicazione maniacale del suo 4-4-2, i reparti molto vicini tra loro, e l’uso sistematico del fuorigioco alto. L’unico accenno di una divergenza di opinioni è su Daniele Massaro. Per Berlusconi era un terzino, semmai un centrocampista laterale, per Sacchi un attaccante. I fatti gli daranno ragione. La lunga serata ha una breve interruzione dettata dalle necessità fisiologiche di Arrigo Sacchi. Così Berlusconi, in quel breve lasso di tempo, confida a Rognoni: «Mi piace. Questo è il mio uomo». Al rientro di Sacchi il piacevole intrattenimento prosegue senza una conclusione della trattativa. Dopo i saluti e le calorose strette di mano le parti in causa prendono tempo, soprattutto Berlusconi che pur avendo già maturato la decisione confida a Sacchi: «Sa, devo consultarmi con gli altri…».
C’è però in essere un ulteriore contrattempo: Sacchi aveva dato la parola al presidente Ranieri Pontello. Rognoni lo convince a prendere tempo anche se il contratto con la Fiorentina era già pronto e attendeva solo la firma di Sacchi. La mattina dopo Arrigo chiama Rognoni e gli dice: «Non me la sento, ringrazia Berlusconi, ma la parola è parola. Vado a Firenze». Rognoni avvisa Galliani. I due riescono a strappargli, dopo una lunga telefonata un sì, proprio quando Sacchi era già in autostrada diretto nel capoluogo toscano. Immediata inversione di rotta. Si ritrovano ad Arcore dove lo attendevano Adriano Galliani, Marcello Dell’Utri, Paolo Berlusconi e Fedele Confalonieri via telefono. Silvio Berlusconi è a Roma per chiudere altri acquisti per Mediaset: Pippo Baudo, Raffaella Carrà, Enrica Bonaccorti. Galliani non perde tempo: «Il Milan è suo». Sacchi firma solo per un anno. Il motivo: «Un anno e poi smetto col calcio». Non sarà così. Arrigo ascolta il consiglio di Rognoni e firma in bianco. Una scelta sorprendente se si considera che lui era consapevole dell’importanza del valore del denaro. Infatti si rese conto che avrebbe guadagnato 300 milioni, meno che al Parma. Era il marzo 1987. Un quarantaduenne semisconosciuto molto ambizioso reduce dalle buone cose fatti sui campetti di provincia che aveva percorso in lungo e in largo su una Porsche gialla. Inizia la rivoluzionaria era Sacchi. La conferma delle scelte azzeccate arriva dal bilancio dei trofei conquistati da Arrigo Sacchi con i rossoneri: 1 Campionato, 1 Supercoppa Italiana, 6 Coppe internazionali (2 Coppe dei Campioni, 2 Supercoppe Europee, 2 Intercontinentali). Il Milan dava spettacolo. Il Signor Nessuno era diventato il Vate di Fusignano. La sua filosofia ha attecchito e ha prodotto notevoli risultati. Nel decennio della sua era, dal 1989 al 1999 i club di casa nostra che hanno adottato le sue idee hanno conquistato 15 trofei continentali. Ora nel nostro palmarès non solleviamo una coppa dal 2010. Arrigo Sacchi dal 1991 al 1996 è stato Ct della Nazionale italiana (34 vittorie, 11 pareggi e 8 sconfitte con 90 gol segnati e 36 subiti). Con l’Italia seconda al Mondiale 1994, finale persa ai rigori. Completa il suo curriculum professionale ancora col Milan, Atletico Madrid e per un mese al Parma. Sale di grado: diventa dirigente del Parma, Real Madrid e Figc. Adesso a 75 anni appena compiuti è in pensione, ma è tuttora un opinionista molto attendibile di testate importanti.


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