Eniola Aluko offende Torino e nessuno difende la città. Nemmeno la sindaca Appendino

L'ex juventina spara a zero sul capoluogo sabaudo in un articolo del Guardian. Il primo cittadino: «Parole che pesano come un macigno»

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Giancarlo Padovan
Giancarlo Padovan
Editorialista e allenatore di Base

Eniola Aluko non ha parlato, ma scritto. La differenza è sostanziale se si tratta di un calciatore o di una calciatrice, di solito abituati a rilasciare interviste, piuttosto che a vestire i panni di “columnist”. Significa stare già dall’altra parte della barricata. Aluko, quindi, ha scritto un’opinione per un giornale cosiddetto progressista (il Guardian) che assai probabilmente l’ha gradita se non addirittura sollecitata: denigrare l’Italia o una delle sue capitali, in questo caso Torino, fa parte del convenzionale giornalistico ad ogni latitudine.
Aluko non fa la cronista perché non è in grado di raccontrare un solo episodio nel quale sia diventata vittima di offese o oltraggi a causa del colore della sua pelle. Scrive, in modo assai generico, che «mi sono stancata di entrare nei negozi e sentirmi come se il proprietario si aspetti che rubi qualcosa». Cosa vuol dire? Che lo capisce dallo sguardo? Che qualcuno allerta la security? E ancora: «Può capitare tante volte di arrivare all’aeroporto di Torino ed essere controllata dai cani poliziotto come se fossi Pablo Escobar». E qui delle due l’una: o Aluko viaggia poco o ritiene che un’attività di sicurezza sia di per sè discriminatoria. Ma anche se lo fosse non lo sarebbe nei suoi confronti perché nera. Quando ci sono i cani – e ci sono spesso in tutti gli aeroporti del mondo – annusano i bianchi, i neri, i gialli, gli italiani, gli stranieri, insomma qualsiasi tipo di umanità esca dal gate e vada verso l’uscita. La polizia italiana non cerca Pablo Escobar, ma vuole la garanzia che nei propri scali il traffico di droga sia debellato. I controlli in Inghilterra sono più occhiuti che in Italia, ma nessuno (giustamente) dice nulla.

C’erano tanti modo per dare l’addio ad un club e per chiudere un’esperienza calcistica. Aluko, però, ha scelto il peggiore. Forse per ansia di protagonismo, forse per sensazionalismo, non estraneo nemmeno alla stampa britannica. Purtroppo in un anno e mezzo, la calciatrice non si è accorta nemmeno della differenza sostanziale che c’è fra uno stadio del calcio maschile e quelli del femminile. Dove il tifo è pulito, non esistono discriminazioni né di razza, né di altro genere, il rispetto è assicurato, l’ignoranza è bandita. Lungi dall’idealizzarlo, il calcio femminile in Italia è un esempio e non sottolinearlo secondo me è una colpa. Perchè Aluko non l’ha detto? Perché i complimenti alla Juve e al suo modo di essere società non li ha trasferiti sul Guardian anziché lasciarli al web? Più della giornalista/calciatrice ci sorprende, però, la sindaca Appendino. Anziché raccontare che cos’è Torino e cos’è stata per il mondo dello Sport (ricordi, sindaca, che nel 2006 nella sua città è stata ospitata un’Olimpiade, forse la massima espressione dell’integrazione fra i popoli) ha commentato con un laconico e, per me, poco comprensibile: «Parole che pesano come un macigno». Forse il primo cittadino ritiene che la speculazione politica valga più della reputazione di un’intera comunità. Torino si merita di meglio.


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