25 Settembre 2020 - 12:06:52
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Premi di preparazione: aumento dei costi e calo della qualità. Senza tutele le società non investirebbero sui giovani dilettanti

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Premi di preparazione sì, premi di preparazione no. Vincolo sportivo sì, vincolo sportivo no. Il tema è angusto, e per affrontarlo nel migliore dei modi è necessario fare tutta una serie di considerazioni. Partendo da due domande: con l’abolizione si risolverebbe – se fosse questo l’intento – il problema dei calciatori che smettono di giocare perché impossibilitati a cambiare squadra? E ancora, più importante: quanto una scelta del genere andrebbe a incidere sul sistema “calcio dilettantistico”?

Aumento dei costi «Il vincolo sportivo esiste solo in Italia» è il classico leit-motiv di chi spinge per la sua eliminazione. Senza però dire che anche la Lega Nazionale Dilettanti, di fatto, esiste solo in Italia: e, volente o nolente, è un sistema spesso virtuoso che funziona da almeno 30 anni e che genera anche posti di lavoro per esempio. I rimborsi spese dei giocatori, gli stipendi degli istruttori che più sono qualificati più sono alti, i costi di iscrizione delle varie formazioni e quelli di gestione di una società fanno parte di un budget ben definito. Che a sua volta rientra in una programmazione che un club struttura per fare calcio in una certa maniera.

Insomma, gli investimenti ci sono e spesso non coprono i costi, ed è per questo che le società chiedono tutele, almeno sui giovani, contando che per portare un under a un certo livello serve un piano tecnico triennale nella maggior parte dei casi. Viene facile pensare, allora, che le suddette tutele – in questo caso il vincolo – siano qualcosa di “dovuto”, visto che l’Italia è l’unico paese europeo in cui il dilettantismo genera Pil, valore economico e appunto posti di lavoro. Senza dimenticare che lo Stato destina pochissime risorse al calcio dilettantistico e, al contrario, se ne prende tutti i benefici in ottica risparmio della spesa sanitaria e non solo.

Vero che i centri sportivi comunali vengono dati in affitto ai privati a cifre tutto sommato contenute, e – verrebbe da dire – ci mancherebbe altro: nessuno, del resto, investirebbe risorse private su un suolo pubblico senza avere nessun tipo di incentivo. Cosa succederebbe se un tesserato si liberasse ogni anno? Nel breve forse poco o niente, ma nel giro di 5-7 anni l’investimento tecnico sui giovani da parte delle società verrebbe certamente meno. Perché gli introiti sarebbero inferiori, e a lievitare sarebbero le quote annuali il cui aumento ricadrebbe per intero sulle famiglie.

Del resto, basta fare due calcoli. Con 3 allenamenti settimanali più la partita, e considerando un costo di 5 euro all’ora per l’utilizzo di campo e spogliatoi (ed è una cifra bassa) per 8 ore settimanali, il costo di una quota sarebbe intorno ai 1400 euro. Una cifra folle e non alla portata di tutti, ricordando inoltre che in alcune società la quota nemmeno si paga. Insomma, quale strada si vuole imboccare? Senza vincolo per giocare in quinta/sesta serie in Germania, ma anche Olanda, Svezia e Francia ogni tesserato deve sborsare di tasca sua. In Italia, con il vincolo, non solo non si paga ma si possono anche percepire dei rimborsi spese. Il meccanismo di indennizzo, se come sembra fosse persino al ribasso (un calciatore partirebbe a 16 anni con un valore che diminuirebbe di anno in anno), non funzionerebbe. Se si vogliono trasformare i Dilettanti in Amatori si faccia pure, ma poi dimentichiamoci i collaboratori assunti dalla LND piuttosto che i costi di iscrizione di oggi: la Serie D costa 19 mila euro, cifra che diventerebbe improponibile.

Calo della qualità Che interesse avrebbe un club a fare giocare un giovane dilettante se non ci fosse una tutela pluriennale in suo favore? A parte nei casi di giovani davvero bravi, nessuno: se non in un’ottica di contenimento dei costi. Il che andrebbe a incidere direttamente sul sistema, creando una spirale negativa dalla quale probabilmente non si riuscirebbe a uscire. In alcune aree metropolitane, per esempio, ci sono tante società che lavorano solo sul vivaio e lo fanno molto bene: mettendo a disposizione strutture e tecnici qualificati che portano risultati a livello di calciatori lanciati in Serie D, Eccellenza ma anche nel calcio professionistico.

Sul medio-lungo termine, queste società investirebbero meno e di conseguenza la qualità della proposta sportiva crollerebbe. Insomma, la liberalizzazione delle licenze non sempre funziona e un esempio può arrivare anche dagli altri settori. Se nelle telecomunicazioni la libera concorrenza ha indubbiamente portato benefici ai consumatori, non si può certamente dire altrettanto per i bar: in alcune situazioni ce ne sono tanti e tutti vanno male. Traslocando il discorso sul calcio dilettantistico, il rischio è che chi è “ricco” diventi sempre più ricco (il richiamo del blasone della società rimarrà tale) e chi invece suda in periferia verrebbe penalizzato e farebbe ricadere i costi sulle famiglie, altrimenti crollerebbe il sistema.

E visto che il sistema non crollerà, va da sé che a pagare saranno gli stessi tesserati. In ultima analisi, ma non per questo meno importante, ci sarebbe da affrontare il tema infortuni: oggi se un giovane si fa male viene curato dalla società, che ha tutti i motivi (non solo etici) per recuperarlo e farlo tornare in campo. Cosa succederebbe a un giovane che si rompe un ginocchio ad aprile, e che due mesi dopo si libererebbe? La risposta probabilmente sarebbe semplice: arrivederci e tanti saluti.

E sempre in tema di premi di preparazione avevamo anche commentato
Riformare il calcio è un imperativo, farlo attraverso una riforma pasticciata produrrebbe danni irreparabili. Quando diciamo che il vincolo sportivo, così com’è strutturato nella nostra Lega Nazionale Dilettanti, non esiste da nessuna parte in Europa, si dice una verità, ma si omette di dire che nemmeno una Lega Nazionale Dilettanti esiste in Europa. Quando sentiamo dire che dobbiamo permettere ai giovani calciatori di potersi trasferire liberamente crediamo che in linea di principio sia giusto, ma non può essere fatto a scapito del movimento. Dobbiamo cioè prima capirci bene che cosa vogliamo dal movimento dilettantistico italiano. Se vogliamo giocare in maniera amatoriale, che è quello che avviene nel resto dell’Europa, lo possiamo fare già adesso, non serve alcuna riforma, basta partecipare ai campionati del Csi, della Uisp o uno dei tanti Enti di Promozione sportiva che si trovano sul territorio. Sono professionali, organizzati, non mettono vincoli, fanno divertire, non fanno pagare il biglietto per andare a vedere i propri figli e costano poco. Se cercate una vetrina e volete fare calcio in un certo modo allora dovete affiliarvi alla Lnd.


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