Vincolo, la situazione è complessa e puntare il dito è fuorviante

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Forse scontenteremo tutti. Pazienza. Ma un argomento così dibattuto, come quello del vincolo, merita una nuova puntata. Anche se a distanza di tre settimane dalla pubblicazione del sondaggio, la redazione continua ad essere presa d’assalto da chi vuole far sentire la propria voce, portare la propria testimonianza, o anche solo semplicemente dire la sua. Inutile dire che le posizioni restano distanti, e non potrebbe essere altrimenti. Da una parte chi ritiene che il vincolo sia una prigione, dall’altra chi sostiene che senza una strumento che tuteli le società il calcio giovanile e dilettantistico sarebbe messo duramente in crisi. Chi sostiene che negli altri paesi, in particolare europei, nessuna federazione ha nel proprio ordinamento il vincolo e allora non si capisce perché quella italiana dovrebbe continuare a sostenere questa tesi. Ma il titolo della scorsa settimana che ha mandato su tutte le furie più di un presidente era quello che campeggiava sulle pagine che introduceva la testimonianza del calciatore costretto a versare mille euro per ottenere la liberatoria. «Ma secondo voi – il punto di vista di chi si trova da tanti anni a gestire una società – la formazione di un calciatore, che inizia dalla Scuola calcio e versa una quota di 300,00 euro, e poi gioca a carico della società nelle categoria agonistiche, vale così poco? Se sì significa non avere la ben che minima idea di quanto costa tenere in piedi una società».

Da parte nostra dobbiamo confessare un pizzico di delusione nel leggere le due posizioni e che, di fatto, ben fotografa anche l’amara realtà che sta attraversando il nostro Paese. Ci aspettavamo cioè una visione più ampia perché è del tutto evidente che se il campo si restringe ai termini meramente economici non può esserci un punto di incontro. Ma come lo si vuole progettare il calcio del futuro? Trent’anni fa giocare a calcio non aveva alcun costo per le famiglie e men che meno per le società. Era interamente a carico della collettività. I comuni concedevano ai club l’utilizzo degli impianti e ricoprivano interamente i costi. Anzi, in alcuni casi vi rimenava pure un piccolo contributo. Non solo. Le società potevano anche contare su un buon numero di sponsor perché l’economia viaggiava a vele spiegate e i bilanci segnavano utili che in alcuni casi permettevano una ricaduta cospicua sul territorio. Va detto, per la verità, che in alcuni la pratica delle sponsorizzazioni ha travalicato i nobili obiettivi e vi sono stati dei veri e propri abusi. Strada facendo vi è stato via via un mutamento e quello che un tempo era, diciamolo, una sorta di bengodi, si sta trasformando in un vero e proprio terremoto. I comuni non solo non intendono più accollarsi le spese ma chiedono per la concessione degli impianti un affitto che in taluni casi va oltre ogni ragionevolezza, e scaricano sulle società l’intero onere delle utenze. Su questo capitolo si potrebbe aprire un ulteriore dibattito e un approfondimento ma questa è la fotografia.

Ora va da sé che di fronte a queste varianti la domanda non può essere limitatamente vincolo sì vincolo no, dobbiamo alzare l’asticella del ragionamento e noi fin dalla prima puntata ci abbiamo provato. Anche in maniera provocatoria. In Europa siamo gli unici ad avere il vincolo? Vero, ma siamo anche gli unici ad avere la Lega Nazionale Dilettanti di fatto. Siamo gli unici ad avere una capillarità sul territorio così profonda, siamo gli unici ad avere il cinquanta per cento di professionisti che arriva dal settore dilettantistico. In Italia, chi gioca a pallone, anche tra i Dilettanti, ha una possibilità. Che cosa deve diventare il calcio nel nostro Paese? Vogliamo che resti il fenomeno di massa? Dobbiamo rinunciare a qualcosa. Il calcio è lo sport di inclusione sociale per eccellenza, vogliamo che diventi uno sport per pochi? Naturalmente non sono i giornali che possono dare queste risposte, il nostro compito è porre l’accento su un problema, sviscerarne i contenuti. E’ la buona politica che deve saper trovare le risposte. Certamente non possiamo fondare il calcio del domani su un vincolo che non piace a nessuno e che per liberarsi bisogna compiere una irregolarità. Ci vuole trasparenza, se si vuole essere liberi di scegliere forse bisogna essere disponibili a pagare la formazione e a quel punto le società non potrebbero più vantare alcun diritto. Ecco che finalmente potremmo allora parlare di qualità della formazione. E’ venuto il momento, e forse la mancata qualificazione ai mondiali ci dice che siamo già oltre, che la formazione dei nostri ragazzi venga affidata a tecnici qualificati. E’ venuto il momento di spostare la nostra attenzione non se a fine stagione sarò libero di cambiare maglia o meno, bensì se la formazione che mi viene data, e per la quale dobbiamo essere disposti a versare una giusta quota come avviene per un maestro di nuoto o di tennis, sia di qualità. Se poi non sono disposto a mettere le mani al portafoglio posso tranquillamente di scegliere di “sposare” la società, magari fino a 18 anni (25 effettivamente sono tanti), toccherà a quel punto alla società scegliere se investire o no su un calciatore. Senza per altro dimenticare che le regole per non essere legati ad una società esiste già, una sorta di svincolo consensuale (il 108) e che ogni anno, dalle colonne di questo giornale, viene spiegato nel minimi dettagli. Basta informarsi.