Quando fai uno screenshot un giornalista muore

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Dura una frazione di secondo. È un gesto meccanico, inconscio, quasi un riflesso incondizionato: basta un clic simultaneo per liberare “la bestia”. Di solito, è sufficiente premere contemporaneamente il tasto di accensione e il pulsante “home” e il gioco è fatto: screenshot messo in cantiere, contenuto salvato in galleria e pronto per essere divulgato negli smartphone del globo terracqueo tutto e chi si è visto si è visto. Poco importa delle possibili implicazioni (in negativo) che quel gesto comporta. Poco importa se quella schermata, una volta diramata in lungo e in largo, vanifica il lavoro di chi ha speso tempo, fatica e dedizione per scriverlo, impaginarlo e razionalizzarlo, quel contenuto. Sia chiaro: non si tratta di un atto di accusa. Come anticipato sopra, nell’epoca che stiamo vivendo, si tratta di un comportamento diffuso su larghissima scala, che viene compiuto in maniera quasi inconsapevole e, il più delle volte, sicuramente in buonafede. Il problema, però, è che esiste anche una categoria di invisibili, una corporazione di esuli figli di Eva che, per anni ed anni, mossa da enorme passione (e forse, a questo punto, da un insano masochismo) ha creduto fermamente di poter campare facendo informazione, di poter mettere insieme il pranzo e la cena scrivendo, producendo dei contenuti il più possibile interessanti per poi renderli fruibili al proprio pubblico. Ed è a questa categoria che quel doppio clic fa venire le vertigini, cagionandole alle volte delle vere e proprie crisi di panico: ci riferiamo, ovviamente, alla “nostra” categoria, quella dei giornalisti. Per questo partito di dimenticati, lo screenshot rappresenta il nemico pubblico numero uno.

La lezione di Peter Pan

Ve lo ricordate quel film meraviglioso con Johnny Depp e Kate Winslet, Neverland? Quello che racconta la vita di James Matthew Barrie, l’autore che ha creato il personaggio di Peter Pan. Ebbene, a un certo punto della pellicola, c’è una frase parecchio iconica, che recita: «Ogni volta che un bambino smette di credere alle fate, una fata muore». Bene, proviamo ad abbandonare per un secondo «L’Isola che non c’è», buttandoci a capofitto nella cruda realtà. In tal modo, potremmo prendere in prestito la massima, ribaltandola e applicandola al mondo della carta stampata, delle redazioni e dell’informazione. Diventerebbe più o meno così: «Ogni volta che fai uno screenshot, un giornalista muore». Può sembrare uno slogan tragico, forzato e iperbolico, ma rende benissimo l’idea e raffigura alla perfezione lo stato d’animo che noi poveri «bambini sperduti» proviamo quando un nostro articolo, il frutto del nostro lavoro, in pochi secondi viene prima immortalato e poi diffuso ovunque, senza alcuna pietà, in barba al copyright, al buonsenso e al codice civile. In un lampo di lucida follia, il pezzo comincia la sua migrazione circolare e inizia a navigare tra i mari più disparati: gruppi WhatsApp, bacheche Facebook, chat varie ed eventuali, forum, siti di incontri e chi più ne ha più ne metta. Sembra quasi che, nella percezione comune, il concetto di proprietà intellettuale sia qualcosa da mettere in secondo piano, un corpo estraneo, sconosciuto. Probabilmente si tratta di una questione culturale: per qualche strano motivo, facciamo fatica a concepire un articolo di giornale alla stregua di qualsiasi altro prodotto. Malgrado ciò, non c’è da essere pessimisti: non è mai troppo tardi per invertire la rotta e ribaltare il paradigma. Anche perché, se lasciamo da parte il lato “esotico”, affascinante della professione giornalistica, in fin dei conti, un articolo è un bene come tutti gli altri: prodotto da donne e uomini, protetto da norme, immesso nel mercato. E diffonderlo ovunque per mezzo di uno screenshot costituisce un illecito, oltre che una scorrettezza dal punto di vista morale. Ed è per questo che, oggi, vogliamo smuovere le coscienze, dando avvio ad una vera e propria campagna di sensibilizzazione. Perché è bene ripeterlo come un mantra: «Ogni volta che fai uno screenshot, un giornalista muore».