Giuseppe Della Monica: Ti insegno a volare

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Pino Della Monica e Carlo Di Bari
Pino Della Monica e Carlo Di Bari

«Ognuno ha la sua croce, quella dei portieri sono i pali della porta» scrive Giuseppe Della Monica nelle sue riflessioni sul ruolo di preparatore dei portieri. Pino ha collaborato con tantissime società, attualmente è al Carrara, all’Accademia Inter e al San Giorgio Torino. Dopo aver giocato come portiere per tanti anni, ha iniziato a fare il preparatore, e ha scritto un racconto sulle sue esperienze da calciatore prima, da allenatore poi.

Mi chiamo Giuseppe Della Monica, “Pino” per gli amici, o “Della” per i più intimi. Nasco un mercoledì mattina del 1951 a Torino e, come disse mia mamma, ero già un terremoto dentro di lei. Già, quel movimento che mi segnerà la vita. A Torino, in quell’epoca, i meridionali non erano ben visti, ma la nostra fortuna è stata che il mio papà lavorava in polizia e quindi ci guardavano con rispetto, non mi ricordo di essere stato apostrofato “ardlu si el cit terun”. Alla mia età e in quell’epoca non c’era molto da scialarsi con i giochi, altro che computer o cellulari, i nostri giochi erano tutto frutto della nostra fantasia. Usavamo i contenitori dei detersivi colmi di acqua come pistola. Giocavamo a guardia e ladri sparando con lo spruzzino al malcapitato amico ladro, oppure a biglie o a figurine, insomma giochi per cui oggi i nostri ragazzini ci riderebbero in faccia se li proponessimo loro. Ma il momento di svolta e quello magico è stata la televisione. Quello scatolone con le valvole enormi in bianco e nero che aveva conquistato tutta l’Italia, trasmetteva come per magia immagini di vita, e noi tutti ci mettevamo li davanti ogni sera per vedere Carosello e poi tutti a nanna, già proprio così, noi andavamo a dormire presto.

Poi scoprii le partite di calcio, il tifo per la squadra preferita, le vicende della Nazionale, i ritiri dell’epoca, le partite di campionato alla domenica, e lì iniziai a sognare la vita da calciatore. Ho iniziato a giocare in una distesa sconfinata di prato incolto, verso la zona di Porta Susa a lato del grattacielo della Rai. Noi piccoli la chiamavamo la Pampas. Classiche porte fatte con i nostri indumenti che fungevano da pali, si formavano le squadre, chi vinceva sceglieva sempre i più forti, e via, giocavamo fino allo sfinimento. Rientravo a casa e mia madre non capiva chi ero, sembravo un residuato bellico talmente ero sporco di fango o polvere. Ma cosa non si fa per il calcio …

Il mio ruolo è stato da subito il portiere, non so perché ma mi aveva affascinato immediatamente. Le mie prime partite sono state all’oratorio San Felice in via Giusti, campo in terra e porte con i pali di legno quadrati dipinte di rosso e al posto della rete c’era il muro in mattoni. Mi piaceva il ruolo del portiere lo sentivo mio e nonostante le mille sbucciature curate amorevolmente dai mie genitori (con la fitostimoline, crema per le sbucciature), mi soprannominarono San Lazzaro e continuai imperterrito a giocare. Oggi ho 67 anni e interpreto il ruolo del preparatore dei portieri, io insegno a VOLARE. Insegno ciò che dai miei 10 anni a oggi altri preparatori ed ex portieri mi hanno tramandato. Ricordo che in quegli anni qualcuno mi disse che dovevo provare a superare la soglia del dolore per capire dove potevo arrivare. Oggi non è più così, le metodologie sono diverse, oggi i giovani che si avvicinano a questo ruolo devono avere già qualcosa che si muove dentro, una spinta misteriosa. Devono allenarsi, provare e riprovare per arrivare un giorno ad un ottimo livello. Portieri si nasce non si diventa!

Oggi nei giovani portieri noto poco carattere, sono deboli di testa e di fisico, si arrendono subito al primo sentore di stanchezza. Bisogna spronarli e “gasarli verbalmente” e, come per incanto il “volano” del loro cervello riparte e riprende il ritmo che io voglio. È bello vederli stanchi e sudati mentre si recano alle docce, parlando tra di loro, commentando l’andamento della seduta di allenamento. Io li guardo e, credetemi, mi chiedo sempre: “ma quanti figli ho?” Si, perché per me sono come figli, e io per loro come un padre, un amico. Il portiere non deve avere turbamenti, la sua testa deve essere libera, sgombra da paure o pensieri, se non fosse così comprometterebbe la partita e la sua prestazione. Quante storie ho ascoltato, quanti consigli ho dato, ma il bello di oggi è che non sei dimenticato. Molti ora sono genitori, altri lo diventeranno, ci si incontra sempre in quel rettangolo verde dove hai sudato con risultati, oppure dove hai deciso di mollare tutto. Sconfitta per me e per il calcio.

Quello che applico io al giorno d’oggi è il dialogo con i miei atleti, prima di ogni allenamento li ascolto, chiedo loro come è andata la partita e, se hanno perso, partono gli sfottò di rito. Ascolto anche i loro problemi di scuola, di vita familiare, i primi amori e turbamenti. Nasce così quella confidenza “complice” che i ragazzi cercano in casa ma, per vari motivi, i genitori, non riescono a costruire. Accade allora che i problemi, che per loro erano insuperabili, diventino semplici. Io dico sempre: «Ragazzi quello che voi fate adesso con, altre modalità, l’ho già fatto io non riuscireste mai a prendermi in giro. Nella vita sono meglio mille verità anche se fanno male che tante bugie raccontate male. Tanto poi tutto torna, anche con gli interessi». I ragazzi mi guardano come se fossi un extraterrestre, la mia figura, a volte, è vicina a quella dello psicologo, cercare di capire già dai primi riscaldamenti come sarà il loro allenamento oggi, e credetemi ci indovino sempre. Ci sono poi dei giorni in cui io sono stanco e demotivato per i mille problemi che la vita nel quotidiano ti offre, ma, devi essere sempre sereno e sorridente, anche se accantonare i problemi risulta difficile, si va avanti lo stesso, sempre sereni di fronte a loro, perchè non sono responsabili dei miei problemi, non sono le mie valvole di sfogo. Autogestione dei propri problemi, anche questo mi hanno insegnato, gestire i propri errori, cadere e rialzarsi più forti di prima, un po’ come se commettessi una papera in partita.

Adesso che scrivo mi ricordo i mille pensieri che da ragazzino, prima di addormentarmi mi assalivano la mente, sempre gli stessi: mi immaginavo famoso e osannato negli stadi, mi immaginavo in Nazionale, sull’album delle figurine con la mia immagine sorridente stampata, le persone comuni che mi fermavano per gli autografi di rito, insomma i sogni di un ragazzino, poi il lato oscuro dei pensieri mi prendeva, «quando sarò avanti con gli anni come farò a smettere? A togliermi da questo mio mondo, cosa farò dopo?». Poi come per magia tutto è successo in modo naturale.

Mi viene in mente una frase di un mio mister: «Pino, la carta di identità è una realtà» all’epoca non la capivo ma poi con il tempo… Più passavano gli anni più gli allenamenti diventavano duri e stancanti, le partite sempre più impegnative e stressanti e allora la grande decisione, alla prestigiosa età di 41 anni, di smettere venne da sola e fu indolore. Regalai la mia maglia al mio secondo portiere e salutai quelli che erano stati i miei amici del “pallone”. Mi ritrovai con me stesso a capire cosa avrei fatto da grande, «Domani è un altro giorno – mi dissi – deciderò». Ma rinunciare all’odore dell’olio di canfora e delle creme negli spogliatoi era impossibile, anche se oggi tutto questo è solo un ricordo. E così fu, decisi di insegnare questo ruolo bellissimo ai ragazzini e poi di migliorare gli adulti.

Parliamo dei campi di calcio? Noi giocavamo alla Pellerina, dove adesso trovano posto sia il circo che i giostrai, lì c’erano due campi in terra battuta che d’estate diventavano deserto e polvere e d’inverno paludi di fango e la domenica mattina le impronte lasciate dalle precedenti partite erano come il filo spinato, puntoni dove il pallone cambiava continuamente traiettoria. E noi li a giocare, freddo, pioggia o caldo non spegnevano il nostro entusiasmo verso quel gioco così affascinante. Oggi abbiamo il sintetico, campi dove si gioca sempre, in qualsiasi situazione climatica e non ci si fermi mai. Gli incidenti, però, sono più frequenti (“scivolata” quindi contratture e distorsioni garantite). Questo è lo scotto che si deve pagare. Poi alla sera mi ritrovo con me stesso a preparare gli esercizi per le sedute di allenamento, particolari importanti, studiati nei minimi particolari per la preparazione fisica, tecnica e tattica. Ogni portiere ha le sue caratteristiche fisiche, altezza, corporatura, peso, è su queste caratteristiche che bisogna lavorare. Ogni esercizio fatto va spiegato prima per capire a cosa serve per poi metterlo in pratica ripetendolo più volte. Il portiere moderno è un giocatore a tutti gli effetti, deve sapere usare tutte le parti del suo corpo, piedi, mani, testa, braccia, come un polipo che para tutto. Personalità e carattere nel comandare la squadra in modo sempre educato e rispettoso. È lui l’ultimo uomo della difesa, è come se giocasse una partita a scacchi, muovendo le pedine in modo astuto, coprendo là dove potrebbe subire un danno, superato lui…ahimè la rete si gonfia.

Già il portiere, ruolo dove giochi solo contro tutti, dove tu metti la testa mentre gli altri mettono i piedi. Ruolo dove non devi avere paura di nulla, dove oggi sei un eroe e domani una schiappa, questo è il portiere. La letteratura ha dedicato una poesia ai portieri. È stata composta da Umberto Saba, il titolo è Goal. In questo componimento poetico vengono descritti gli stati d’animo dei portieri, sia di chi subisce la rete, sia di chi è in vantaggio. Oggi nelle diverse società in cui alleno trovo collaborazione con i vari mister, ci si confronta dopo ogni partita domenicale, si discute su eventuali errori da correggere e su come migliorare la prestazione. Questa è la base per il mio lavoro, il migliorare ancora di più in modo capillare questo ruolo. Non so se ci riuscirò, credo in quello che faccio, certo non sono un preparatore di portieri ad alto livello, non sono in società blasonate, ma le mie soddisfazioni le ho avute, vittorie, sconfitte, e soprattutto tante risate e momenti di grande commozione nel vedere i miei amici nella fatidica ultima partita di addio al calcio.

Queste mie riflessioni le ho scritte così, di getto, e non so se pubblicarle o meno. Mi piace però l’idea che qualcuno un giorno le legga per capire il senso di questo ruolo che ho scelto e amato tutta la vita. Quella strana sensazione dello stare tra i pali portandoseli sempre sulle spalle, per sapere in ogni momento qual è la propria posizione. Dico sempre ai miei portieri: «Ragazzi piedi a terra, non montiamoci la testa, tanta modestia e tanto lavoro, il lavoro prima o poi ripaga i sacrifici».

Concludo con una frase scritta dal grande Dino Zoff che cita: «La gloria dura un attimo solo, ma certi attimi, se li sai coltivare, possono durare una vita intera…».