5 Agosto 2020 - 13:45:00

Ultimo saluto a Ezio Vendrame, simbolo di un calcio che non c’è più

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Umberto Maria Porreca
Nato e cresciuto sulla costa Abruzzese, a Milano da sei anni per trovare me stesso e la mia strada. Milanista da battaglia, amante del buon cibo, venerazione per Federico Buffa e amore sconfinato per Fabrizio De André.

Erano gli anni settanta. Rino Gaetano spopolava con Gianna e la più grande cantante italiana mai nata, Mina, si sarebbe ritirata in chiusura di decennio. Erano gli anni di piombo, della tensione sociale, delle ideologie e di Giulio Andreotti che con la DC dominava la politica italiana. Nel calcio andavano forte i ribelli, i “figli di George Best”, con i loro capelli lunghi, le barbe folte e gli atteggiamenti sopra le righe, in contrapposizione a quelli signorili e misurati di pilastri quali Gaetano Scirea e Dino Zoff. A Vicenza, proveniente dal Friuli, si fece largo a suon di numeri sopraffini e comportamenti stravaganti Ezio Vendrame. Talento purissimo, tecnicamente ricordava davvero “il quinto Beatle” George Best, come lui era un’ala, come lui amava le donne e il buon vino. Per comprendere di chi stiamo parlando: il tecnico del Napoli Luis Vinicio costrinse Corrado Ferlaino, quello che sarà il presidente del Napoli di Maradona, ad acquistarlo folgorato dal suo talento all’alba della stagione 1974. Durata dell’amore tra i due: tre partite, in cui riuscì a esaurire tutta la pazienza del tecnico fino a farsi mettere fuori rosa.

Ezio Vendrame con la maglia del Lanerossi Vicenza

Cambia la maglia ma non cambia la testa, il passaggio al Padova è praticamente immediato e Vendrame rimane fedele a se stesso: ferma le partite per salutare suoi amici a bordocampo, dribba tutti i suoi compagni di squadra (!) arriva sulla linea della propria porta ma si gira e riparte. La sua carriera tra A e B si chiude virtualmente dopo l’esperienza al Padova. E quando saluta il campo da calcio dopo aver tentato di fare l’allenatore inizia un’altra carriera, quella da poeta e da scrittore. Torna nella sua terra, il Friuli Venezia Giulia, e nella sua villa in campagna si dedica con grande amore a due passioni comuni a molti creativi ribelli dell’epoca: poesia, scrittura e chitarra. Tanti degli aneddoti sulla sua vita e il suo modo di pensare giungono a noi dalla sua autobiografia dal nome eloquente: “Se mi mandi in tribuna, godo”. Fu amico di un altro grande ribelle dell’epoca, Gianfranco Zigoni, noto ai più per essere stato il direttore d’orchestra della prima Fatal Verona della storia, quella del 20 maggio 1973 in cui il Milan perse lo scudetto all’ultima giornata ai danni della Juventus. I due scrissero un libro assieme. Ezio Vendrame dal ritiro in poi rifiutò sempre l’esposizione pubblica, non voleva che il suo nome fosse accostato solo alle stravaganze e ai comportamenti inusuali. Si è spento nella sua casa di Treviso all’età di 72 anni, portato via da un male incurabile. Recentemente, nel 2019, aveva concesso una delle sue rarissime interviste in cui aveva parlato della sua carriera, della sua vita e del suo modo di pensare, e alla domanda sul motivo che lo spinse a ritirarsi in campagna lontano dai riflettori pronti ad accoglierlo rispose con una chiara e “Vendramesca” frase: «Se devo parlare con degli imbecilli, preferisco morire in solitudine». Fedele al proprio modo di essere fino all’ultimo.

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