mercoledì 3 Giugno 2020 - 07:38:54

Calcio Femminile, senza una critica severa siamo condannati all’oblio

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Giancarlo Padovan
Giancarlo Padovan
Editorialista e allenatore di Base

Senza volermene vantare in qualche modo, sono molti i colleghi e gli addetti ai lavori che mi considerano un antesignano del calcio femminile. In effetti ci credevo e ne scrivevo convinto fin da quando lavoravo al Corriere della Sera (dal 1989 al 2002) e ne ho fatto uno dei cavalli di battaglia nella mia direzione a Tuttosport. Di più: sono stato allenatore di squadre di serie A (Fiammamonza e Torino) dal 2000 al 2008 (una parentesi anche con le rappresentative femminili del Piemonte) e poi presidente della Divisione calcio femminile della Federcalcio, oltre che consigliere federale in quota Lega Dilettanti (gestione Tavecchio).
Dico tutto questo per spiegare che i recenti passi in avanti del calcio femminile italiano mi rendono entusiasta a maggior ragione perché, da sei mesi, sono diventato commentatore di Sky con un occhio particolarmente attento alla disciplina delle donne.
Tuttavia non posso non rilevare come molto del consenso che accompagna l’attività della Nazionale e dei club sia controproducente ai fini di una reale crescita tecnica, tattica e agonistica. Ovvero, se da una parte è ben vero che il livello si è alzato di molto dal punto di vista organizzativo e mediatico, è altrettanto vero che la qualità delle giocatrici è meno qualificata rispetto a dieci, venti o trent’anni fa.
E’ un discorso impopolare, lo so, soprattutto dopo che l’Italia è arrivata ai quarti di finale della Coppa del Mondo. Ma, tanto per non fare, nomi Cristiana Girelli non vale una Patrizia Panico o una Melania Gabbiadini, senza scomodare Carolina Morace o Betty Vignotto. E quando parlo di Girelli parlo della nostra miglior marcatrice in attività con la maglia azzurra. La stessa Rita Guarino, che allena con grande successo la Juventus, era una giocatrice di primissimo livello, tanto da essere selezionata, al pari di Panico, da squadre americane per i propri campionati.
Insomma attualmente possiamo dire di avere una classe di brave calciatrici, una buona nazionale che, però, pur vincendo, ha faticato dopo il Mondiale con avversarie nettamente inferiori, e un campionato che ancora deve reperire una competitività accettabile. Ci sarà un motivo per cui le nostre squadre di vertice vengono sistematicamente eliminate al primo turno della Champions League. E ci sarà un motivo, riconducibile alla bravura delle calciatrici, se dieci o quindici anni fa i nostri club, pur dichiaratamente e sfortunatamente dilettantistici, arrivavano alle semifinali (Bardolino) o ai quarti (Torres) della Champions League.
Ora affrontare questi temi o altri, come la scarsa spettacolarità di qualche partita, è diventato tabù. E’ come se, per il fatto di averlo trascurato per troppo tempo, fossimo tutti colpiti da un senso di colpa che ci porta a lodi esagerate o addirittura ingiustificate.
Invece, secondo me, il calcio femminile ha anche bisogno di qualche critica. Primo, perché non è esente da colpi e difetti anche gravi. Secondo, perché con le critiche si cresce di più che con l’enfatizzazione della normalità. Per esempio, è dannoso gridare all’arrivo prossimo venturo del professionismo quando il tetto salariale (30 mila euro lordi) resta ancorato alle norme dilettantistiche. Per esempio, è scandaloso che le ultime due della serie A dello scorso campionato (Orobica e Pink Bari) siano state ripescate per la sparizione di Mozzanica e Chievo. Per esempio, è preoccupante che in serie B si sia ritirato il Genoa, la Novese boccheggi e tutte quelle che non sono affiliate a squadre maschili di A e B pensino solo a finire la stagione perché i soldi scarseggiano. L’esplosione della Nazionale al Mondiale è stata miracolosa, ma se non ci abituiamo a considerarla l’eccezione e non la regola, il calcio femminile rischia ancora un brusco e raggelante ridimensionamento.

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