venerdì, 10 Aprile 2020

Il nostro Calcio femminile è una scelta, non un’esigenza, e vi spiego perché

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Giancarlo Padovan
Giancarlo Padovan
Editorialista e allenatore di Base

Da oggi anche il nostro sito ha una sezione dedicata al calcio femminile. Non è un’esigenza, ma una scelta. Non sappiamo quanto forte, sicuramente giusta. E la vogliamo spiegare.
Il calcio femminile, pur in crescita per numero di praticanti e di spettatori allo stadio, è un calcio diverso: il calcio delle persone serie. Non che sia immune a tutto, perché atti di stupidità, ancorché rari, sono ancora presenti, ma mira a diventare un calcio totalmente pulito. Dove vince il più meritevole, dove chi va in campo non bara (niente simulazioni, nessuna protesta), dove la sconfitta è accettata come un esito naturale e non traumatico.
Un esempio spiegherà meglio di troppe altre parole. Domenica scorsa, per Sky tv per la quale commento anche il calcio femminile, ho assistito a Juventus-Inter, attesa gara di campionato tra due club divisi da una rivalità storica. Il risultato (5-1) è stato a suo modo eclatante, ma lo svolgimento della partita, almeno fino all’ora di gioco, è stato assolutamente equilibrato.
La Juve, dopo aver penato tanto in fase di impostazione e avere subito le iniziative delle nerazzurre almeno in un paio di occasioni, è andata in vantaggio alla fine del primo tempo con Bonansea e ha raddoppiato all’inizio della ripresa con Cernoia. Ma l’Inter, per nulla demoralizzata, ha riaperto la gara con un super gol di Regina Baresi, figlia di Beppe, rimettendo tutto in discussione e creando più di qualche preoccupazione alla Juve. Poi il crollo: tre gol in quarto d’ora (doppietta di Girelli e colpo di testa di Sembrant) hanno chiuso la gara.
A fine partita le analisi più serie e aderenti alla gara le hanno fatte proprio l’allenattrice (Rita Guarino) e le calciatrici della Juventus parlando di un risultato punitivo rispetto all’andamento della gara e della grande crescita dell’Inter rispetto alla partita d’andata.
La donna che gioca al calcio è meglio dell’uomo. Non cerca una solidarietà pelosa, dice quel che pensa, parla per quel che ha visto e vissuto. Il rispetto non è caritatevole, ma fiero. L’Inter, che aveva fatto benissimo nei primi quaranta minuti di partita, meritava la considerazione dell’avversario e, alla fine, sono state le vincitrici a riconoscergliela.
Nel libro “Storia reazionaria del calcio”, scritto da Massimo Fini e da me, con postfazione di Antonio Padellaro, uscito l’anno scorso per Marsilio, ci sono due capitoli dedicati al calcio femminile. Uno mio e uno di Massimo, ovviamente agli antipodi. Quello scritto da me, che racconta la mia esperienza di allenatore, sia nella rappresentativa regionale del Piemonte, sia in serie A con il Torino, comincia così: “Per allenare il calcio delle donne bisogna essere donna o diventarlo. Quindi un uomo può farlo solo a patto di cambiare, di essere donna almeno nei requisiti psicologici”.
E proseguivo: “(…) A differenza dei calciatori, la donna ha una sopportazione del dolore nettamente più alta. Le donne partoriscono, gli uomini no e la differenza è antropologica: l’uomo va alla guerra, la donna dà la vita”.
Non so se sono stato convincente, ma mi piacerebbe che i lettori di Sprint e Sport partissero da qui. Ci sono tutti gli elementi per una grande storia. E non solo di calcio.

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