16 Maggio 2021

Intervista a Caterina Bargi: i sacrifici che portano all’estasi, Empoli e il cuore tra i caruggi

Dopo sei mesi l'attaccante, classe '95, del Campomorone ha presentato al fato il suo biglietto da visita sotto forma di una tripletta

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Caterina Bargi è tornata, Caterina Bargi non è mai andata via dal campo. La bomber genovese ha recentemente riassaporato il gusto della partita dopo sei mesi di stop, nemmeno tanti considerando la rottura del legamento crociato subita lo scorso agosto. È tornata a suo modo, con una tripletta alla prima partita da titolare nella quale il suo Campomorone ha steso lo Spezia nel derby. Non poteva arrivare altrimenti quel ‘clic’, come lei stessa lo definisce, in quella sua terra che ama quasi visceralmente e che ha faticato a lasciare anche quando i palcoscenici più grandi l’hanno cercata. E nel più grande palcoscenico, quello della Serie A, la Bargi ha dimostrato di poterci stare eccome, scrivendo il suo nome nella storia del calcio femminile ad Empoli (chiedere anche a Juventus e Fiorentina). In rampa di lancio però ha scelto di tornare nella sua Genova e di sposare il progetto del Campomorone anche per provare a dare il suo contributo alla crescita del calcio femminile che in Liguria ha sempre stentato a decollare. Una storia che ha un unico obiettivo, il gol, da ottenere attraverso un unico modo: la forza del gruppo.

Caterina, partiamo dalla domanda più banale ma che spesso nasconde le storie più belle. Come ti sei avvicinata al mondo del calcio e come è nata questa tua passione?
Ho cominciato a 8 anni, ma diciamo che ho sempre fatto questo sport. È stata una scelta di passione sia mia che della mia famiglia perché i miei genitori sono molto appassionati, siamo tifosi del Genoa. Ho iniziato a scuola nella ricreazione a giocare con i miei compagni. So che lo si dice sempre, ma ero veramente l’unica ragazza. Poi in terza elementare ho partecipato a una manifestazione molto conosciuta a Genova, il Torneo Ravano che si disputa tra le varie scuole. Alla fine un dirigente è andato verso gli spalti a chiedere chi fossero i genitori della numero 5. Io all’inizio ero un po’ impaurita perché le cose nuove mi spaventavano un po’, mia madre invece mi ha spinta a provare. Forse proprio perché in famiglia c’è questa grande passione e noi siamo 3 figli di cui l’unico maschio non ha intrapreso questa carriera e allora si vedeva in me la possibilità di farmi giocare. Sono andata, ho fatto il primo allenamento e da lì mi sono innamorata subito dell’ambiente. La mia prima squadra è stata il Genoa, principalmente era mio nonno nei primi anni ad accompagnarmi. In famiglia invece è mio papà che ha giocato a calcio. Ho iniziato da attaccante da subito e ho sempre fatto questo ruolo. Il mio obiettivo è sempre stato uno: il gol.

La tua prima parte di carriera è indissolubilmente legata all’Amicizia Lagaccio. Cos’hanno significato per te quegli anni dal punto di vista personale e dalla maturazione calcistica?
Prima dell’Amicizia Lagaccio sono stata alla Sestrese Athletic e al Real Arenzano, anche se in realtà eravamo sempre lo stesso gruppo. Nella mia carriera ho cambiato veramente poche squadre, ci sono state delle fusioni e sono cambiati i nomi, ma io sono sempre rimasta. Con Sestrese e Real Arenzano sono stati anni di formazione in cui principalmente giocavo con la Juniores, ma mi davano la possibilità di allenarmi ogni tanto con la prima squadra. Ho esordito in Serie A2, ma all’inizio ero l’attaccante della Primavera. Il mio primo gol in A2 è stato il 25 gennaio 2012 in Sestrese Athletic – Olimpia Forlì, mentre una rete molto importante è stata contro l’Alba con il Real Arenzano a Cogoleto: era il 21 marzo 2013 e perdevamo 1-0, sono entrata e ho segnato il gol del pareggio. Quello che ci tengo a dire però di quegli anni è quello che mi hanno dato le persone più grandi. Devo tanto al mio allenatore Cesare Errico e alle mie compagne come Rogina, Merler e Paggini: mi hanno insegnato i valori importanti, gli stessi che io ora sto cercando di trasmettere alle ragazze più giovani al Campomorone.

Il gol di testa allo Spezia, il 'clic' di Caterina Bargi (foto Ramella Fazzari fotografia)
Il gol di testa allo Spezia, il ‘clic’ di Caterina Bargi (foto Ramella Fazzari fotografia)

Nel 2017/2018 giochi in Serie A con l’Empoli. Come è stato umanamente il primo anno lontana da casa? Alla fine siete retrocesse, ma c’era già il sentore che si stesse costruendo qualcosa di importante ad Empoli, visto quanto di buono stanno facendo con anche le recenti convocazioni in nazionale di tue ex compagne?
Sono molto legata a casa, alla famiglia. Anche se avevo 21 anni non è stato semplice andare fuori. Spesso facevo avanti e indietro perché frequentavo l’Università e stavo facendo un tirocinio. Per me è stato un anno di crescita sia a livello personale che come giocatrice. Mi sono confrontata con un livello molto alto perché dalla Serie A alla B non c’era un gradino ma tre o quattro. Ci sono ritmi molto alti in un mondo bene o male di professionismo anche se non lo è. Era il primo anno che l’Empoli maschile aveva messo mano nel femminile, non tanto ancora, però assaggiavamo il professionismo. Si percepiva che sul calcio femminile ci si puntava e ora le ragazze stanno beneficiando di quel periodo. Ho giocato con molte di loro, una su tutte in particolare Lucia Di Guglielmo che ora sta raccogliendo tutto quello che ha seminato, tutti i sacrifici fatti. È un esempio sia come calciatrice che come persona, è la chiara dimostrazione di come i sacrifici e la dedizione prima o poi diano risultati.

Hai segnato contro la Juventus futura campione d’Italia e contro la Fiorentina scudettata in carica. Sono stati i momenti migliori o ce ne sono stati altri?
Quello era il primo anno dell’Empoli in Serie A. Mi ricordo benissimo l’esordio, giocavamo in casa e c’era il mondo a vederci, una cosa a cui non ero abituata. Le mie amiche avevano fatto anche un pullmino da Genova per venirmi a vedere. È ovvio dire che sia stata un’emozione indescrivibile. Giocavamo contro il San Zaccaria e loro sono passate in vantaggio con la punizione di Emma Errico, mia ex compagna al Real Arenzano. Io pareggio dopo il 90° e quello è il primo gol della storia dell’Empoli in Serie A.

Dopo la retrocessione sei tornata a Genova al Campomorone, come è avvenuta questa scelta?
All’Empoli sono stata riconfermata (Caterina Bargi è stata la miglior marcatrice delle toscane in tutte le competizione con 10 reti ndr), avevo la possibilità di rimanere. Da una parte volevo anche restare per il riscatto, l’Empoli doveva far vedere che poteva risalire, cosa che poi infatti ha fatto. Ma poi un po’ per motivi personali un po’ perché il progetto del Campomorone mi ha convinta, sono tornata e alla fine sono stata contenta di aver fatto quella scelta. Nonostante in questi anni quello che ci si era prefissati non si è riusciti a raggiungerlo, non siamo riuscite a salire. Il primo anno eravamo un gruppo nuovo con ottime giocatrici ma è difficile essere da subito squadra. Anche se abbiamo vinto quattro partite su quattro contro la Novese che poi è salita, ma loro non hanno sbagliato più niente. Quell’anno da settembre a dicembre avevamo il campo nuovo a Bolzaneto in cui stavano facendo lavori, per cui abbiamo girato per un po’ di campi a Genova. Non sono alibi, ma tutto fa. Lo scorso anno abbiamo perso per tanto tempo per infortunio Giulia Tortarolo e poi c’era il Como che era veramente forte. Il covid ci ha fermante, ma sono sicura che comunque il Como avrebbe vinto lo stesso. Quest’anno abbiamo perso qualche giocatrice, ma nonostante questo siamo un bel gruppo. Dico sempre che la forza del gruppo è il gruppo stesso. Noi abbiamo ben in testa i nostri obiettivi. In questo periodo in cui sono stata ferma ho cercato di vedere tutte le squadre e noi non siamo da meno a quelle che ci stanno davanti.

Il momento del ritorno in campo di Caterina Bargi contro l'Independiente (foto Ramella Fazzari fotografia)
Il momento del ritorno in campo di Caterina Bargi contro l’Independiente (foto Ramella Fazzari fotografia)

All’inizio della stagione c’è stato l’infortunio. Come lo hai vissuto e qual è stato il tuo percorso riabilitativo?
Adesso mi viene da sorridere ma è stata dura. Non ho mai subito infortuni così gravi, ho avuto distorsioni, problemi alla caviglia, ma nulla di così serio. O sto proprio male o io campo ci sono sempre andata comunque. È stata una bella botta, è capitata nel secondo giorno di preparazione, il 18 agosto durante una partitella ho messo male il piede e ho rotto il legamento. Il primo mese, prima dell’operazione, l’ho vissuta male. Non lo volevo accettare e cercavo medici che mi indicassero cure alternative senza passare dall’operazione. Ero arrabbiata con il mondo perché era stato toccato qualcosa che per me è sacro come il calcio. Poi nel momento in cui ho capito che lamentarsi non serviva niente mi sono fatta il c**o. Ho capito che impegnarsi e dare il massimo significava tornare in campo il prima possibile e ho dato tutta me stessa. Voglio e devo ringraziare chi mi ha preso in cura, mi hanno trattata tutti come una professionista anche se per me il calcio non è un lavoro. Ho lavorato duramente sei giorni su sette non mollando niente. Finché non lo vivi non puoi capire come ti possa formare un infortunio. Da quando mi sono rotta sono sempre andata al campo comunque, l’avrei patita di più stando a casa, allenandoci la sera piuttosto stavo lì fino alle 11 con le compagne. Sono tornata in campo dopo circa 6 mesi, faccio anche degli allenamenti specifici. Il 28 marzo ho giocato 20 minuti contro l’Ivrea, per me è stato come un primo giorno di scuola. Quando hanno alzato la lavagnetta con il mio numero è stata una gratificazione. Noi siamo più di una squadra, siamo amiche, siamo molto legate. Se ho fatto tutto quello che ho fatto l’ho fatto certamente per me, ma anche per loro. Il primo pallone che ho toccato mi hanno subito falciata e ho pensato ‘ecco, mi hanno dato il benvenuto’. Contro lo Spezia ho giocato dal primo minuto, non sapevo neanche se avessi retto. Il clic è stato il gol: non avrei mai pensato che il primo lo avrei fatto di testa. La cosa più bella è stato l’abbraccio della mia squadra.

Parallelamente tu alleni anche i ragazzi della Scuola calcio del Campomorone. Come ti trovi con loro, come hai cercato di coinvolgerli e tenerli impegnati in questo periodo e quali categorie ti piacerebbe allenare?
Io vengo da un laurea in Scienza Motorie e sto finendo la magistrale in Scienze dello sport. Ho cominciato ad allenare con un progetto atletico come tirocinante. Ora sono sei anni che alleno e ho avuto sempre il maschile tranne l’anno ad Empoli. La scorsa stagione ho seguito i 2009 e in questa i 2010. Prima ho allenato le categorie più piccole dove si gioca a 5, lì c’è l’aspetto più ludico, si insegnano gli schemi motori di base. Allenare per me è come un lavoro, ci metto tutto quello che ho studiato e cerco di metterci tutto quello che so. Più del gesto tecnico a me preme trasmettere i valori, l’impegno, la dedizione e la creazione del gruppo squadra. Credo al percorso del singolo, ma ancor di più in quello del gruppo. Quest’anno in realtà non siamo quasi mai stati fermi, ma senza la partita non è stato semplice, ho cercato alternative, di insegnare facendo divertire. Mi piacerebbe allenare nella Scuola calcio o nel Settore giovanile di una società professionistica, forse più le bambine.

 

Oltre a Caterina Bargi e alla società Campomorone per la disponibilità, un ringraziamento va anche a Fabio e Mara di Ramella Fazzari fotografia per le splendide foto.


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