12 Maggio 2021

Manuel Lombardoni, l’intervista completa al difensore della Pro Patria: «Non è mai troppo tardi per diventare un calciatore professionista»

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Fabio Cannatà
Fabio Cannatà
Poeta dialettale amico di Bob Dylan, appassionato di Arsenal e di un certo calcio improduttivo. Altri interessi? Picchiare duro sulla carbonara

Sul numero di Sprint e Sport disponibile da lunedì 12 aprile abbiamo posto l’attenzione sulla storia di Manuel Lombardoni, difensore classe ’98, colonna della miglior difesa del campionato di Serie C, quella della Pro Patria. Dopo l’avventura nel settore giovanile dell’Alzano Cene, coronata da uno scudetto di categoria, Lombardoni fa incetta di vittorie anche con la maglia dell’Inter, prima di intraprendere l’avventura nel calcio professionistico a Busto Arsizio. Di seguito l’intervista completa che sarà disponibile a breve anche in versione podcast:

 

 

Dove hai cominciato a giocare per la prima volta?
«Ho iniziato nella squadre del mio paese, Villa di Serio, la Polisportiva Villese, fino all’età di dieci anni. Dopodiché ho fatto un anno nei Pulcini dell’Atalanta, poi sono passato all’Alzano Cene, l’attuale Virtus Ciserano Bergamo, e sono stato lì fino all’ultimo anno di Allievi prima di approdare all’Inter».

 

Partiamo a raccontare la tua storia dal 2014 quando da Allievi fascia b, con Gianmarco Parmeggiani in panchina, venite sconfitti ai rigori nella finale regionale dalla Folgore Caratese. Cosa ricordi di quella gara in cui trasformasti il tuo tiro dagli 11 metri?
«Era stata quella una stagione molto importante con Parmeggiani, ed eravamo arrivati meritatamente a giocare quella finale. Sfortunatamente abbiamo perso ai rigori appunto, ma lì si può dire che gettammo le basi per fare ciò che ci è riuscito l’anno successivo con Gatti».

 

 

Una stagione trionfale quella 2014/2015: titolo lombardo vinto contro il Pontisola e cavalcata scudetto conquistato nella finale contro i romani del Futbolclub. Eravate consapevoli, in quel periodo, di poter arrivare a tanto?
«In campionato eravamo arrivati secondi dietro lo Scanzorosciate, dopo la finale contro il Pontisola ci trovammo in una condizione nuova un po’ per tutti, anche per la stessa società che non era mai arrivata fino a quel momento a giocarsi quel tipo di partite. Ce la siamo giocati con la sensazione di essere una squadra forte, ma senza la pretesa di andare lì e vincere a tutti i costi. Arrivati all’ultima fase però abbiamo continuato a giocarcela alla grande, e alla fine abbiamo vinto a coronamento di un anno bellissimo.

 

La tua pagella di quella finale, che ti incoronava a leader di squadra, ricordava come in quel periodo tu fossi già promesso all’Inter, e che il tuo ruolo di difensore centrale era stata un’intuizione di Giorgio Gatti.
«Il passaggio all’Inter si concretizzò proprio in quei giorni, tra la finale regionale e il cammino verso lo scudetto. Riguardo al ruolo, ho giocato fino agli Allievi da centrocampista centrale, regista davanti alla difesa, poi è stato appunto Gatti ad arretrarmi in quella posizione che mi ha permesso di fare un salto di qualità. All’inizio c’è stato un periodo in cui ho dovuto abituarmi alle diverse richieste, però avevo comunque sempre l’idea di iniziare l’azione, e soprattutto avevo fiducia nell’esperienza dell’allenatore. Sapevo che se aveva deciso di farmi giocare in quel ruolo, la cosa avrebbe potuto solo giovarmi.

 

 

È questo il momento chiave della tua carriera. Arrivi in nerazzurro e ti ritagli sempre più spazio. Primo anno in Berretti culminato con il titolo nella doppia finale col Torino, poi due scudetti consecutivi in Primavera (entrambi contro la Fiorentina), con la fascia al braccio nel 2018. Quali sono i tuoi ricordi di quel periodo? Emozioni, ostacoli, insegnamenti.
«Sicuramente c’è tanta differenza tra un settore giovanile dilettantistico e uno professionistico tra i migliori in assoluto come quello dell’Inter. L’inizio con la Berretti mi ha aiutato ad ammortizzare meglio il salto tra una categoria di Allievi Regionali e una Primavera. È stato un percorso di crescita mano a mano nel corso di quei tre anni. Grazie alle strutture, agli allenatori, ma anche a tutte le persone che ti seguono anche fuori dal campo. Alla base di tutto però c’è sempre il lavoro quotidiano che è la base per arrivare ad ottenere dei risultati».

 

 

Quanto è stato difficile quel periodo sul piano personale e della tua vita quotidiana? Sono state necessarie tante rinunce?
«Parecchie sì, ma lo si fa sempre con piacere. Ho avuto la fortuna di avere la mia famiglia sempre vicino anche quando mi sono trasferito a Milano per l’ultimo anno prima della maturità. D’altro canto sarebbe stato molto complicato fare diversamente. Bisogna fare sacrifici ma tutto è ripagato dalla possibilità di giocare a pallone a questi livelli».

 

Arriviamo al momento del passaggio tra i “grandi”. E arriva la Pro Patria nell’anno del suo ritorno tra i professionisti. Come mai proprio Busto Arsizio tra le richieste che avevi?
«La scelta di venire qui è stata ragionata. Ho parlato col direttore e con il tecnico Javorcic, che è ancora oggi sulla panchina; il mio obiettivo era quello, dopo la Primavera, di trovare una società in cui avessi la fiducia e la possibilità di giocare con continuità e mettermi in mostra».

 

 

23 presenze nella prima stagione, 25 nella seconda con due gol, un impiego fisso in quest’ultima nella miglior difesa del campionato e tra le meno battute d’Europa.
«Il primo anno ho giocato con costanza ma ho avuto a un certo punto un infortunio alla spalla che mi ha tenuto fuori nell’ultima parte di stagione. L’anno scorso purtroppo sappiamo tutti com’è andata, non solo nel mondo del calcio. Quest’anno siamo ampiamente in zona playoff, cerchiamo di fare bene in queste ultime partite a disposizione per arrivare a giocarceli al meglio. È stata un’annata molto importante, merito anche della società che ha dato continuità al lavoro con Javorcic. Ci sono ragazzi che come me sono qui da tre anni, e altri che si sono aggiunti e hanno dato un contributo importante per migliorare sempre di più. I risultati che stiamo facendo sono il frutto di tutto questo.

 

Una parentesi a proposito di allenatori. Abbiamo detto che Giorgio Gatti è quello che ti ha reinventato a difensore centrale. Cosa puoi dirci invece di Stefano Vecchi, che hai avuto all’Inter, e appunto di Ivan Javorcic, tuo attuale tecnico?
«Stefano Vecchi era un allenatore da prima squadra prestato a una Primavera. Fondamentale per il processo di crescita mio e di altri miei compagni, sia dal punto di vista personale che da quello prettamente tecnico. Era un contesto di giovanili ma si viveva già quello che si richiede, appunto, in una prima squadra. Discorso simile anche per Javorcic: è un’allenatore giovane con delle buone idee. In questi tre anni i risultati della squadra hanno avuto sempre un miglioramento grazie a lui.

 

Tornando al campionato di Serie C, chi vedi favorito per la promozione diretta in Serie B?
«Credo che il Como e l’Alessandria abbiano le maggiori chances. Il primi hanno ancora un vantaggio e una partita da recuperare, ma c’è di mezzo ancora lo scontro diretto da giocare. Bello però che i verdetti siano ancora tutti da decidere in questa volata finale, sia davanti che dietro. Saranno tutte partite difficilissime fino alla fine».

 

 

Si dice sempre che per emergere e affermarsi a questi livelli non basti il talento ma serva anche, e da subito, una certa maturità, una cultura del lavoro e del sacrificio. Tu che ne pensi?
«Senza dubbio ci vogliono le qualità tecniche, che sono la base; ma a parità di qualità la differenza la fa l’impegno, la costanza che ci si mette ogni giorno nel lavoro senza sentirsi mai appagati. È indispensabile un connubio tra queste cose».

 

 

Hai un calciatore di riferimento? Qualcuno a cui ti ispiri?
«Negli ultimi anni, guardando anche a una difesa e tre come la nostra, penso che De Vrij sia veramente un ottimo giocatore per la sua capacità di lettura del gioco e dell’azione».

 

Qual è stata la vittoria più bella nella tua carriera fino ad ora?
«Gli scudetti con l’Inter sono probabilmente i più emozionanti, per gli stadi e la cornice di pubblico. Direi però che tutte le vittorie, a partire da quelle con l’Alzano Cene, hanno un valore e un significato particolare. Momenti che rimarranno sempre e che non scorderò mai.

 

 

Infine, che messaggio vuoi mandare a tutti i ragazzi che giocano in un contesto dilettantistico, regionale o provinciale, e che sognano di fare un percorso come quello che hai fatto tu?
«Vorrei dire che non è mai tardi. C’è sempre un’occasione che ti può far svoltare se alla base di tutto ci sono la serietà, l’impegno e la dedizione per quello che si fa. Cercando sempre di divertirsi e di dare il massimo, per farsi trovare sempre pronti».


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