Pedofilia nel calcio a Torino – Il mostro in prima pagina, ma ci siamo dimenticati dei ragazzi

Dopo il freddo comunicato della polizia postale, che ha scosso l’ambiente del calcio giovanile torinese, ecco spuntare, puntuali, i nomi dei tre personaggi coinvolti nell’operazione che ha portato alla luce le malefatte di due tecnici che chiedevano prestazioni sessuali in cambio di un posto da titolare in squadra. Dire che siamo di fronte ad una brutta pagina di emarginazione e brutalità con conseguenze che si prolungheranno nel tempo per chi ha subito le attenzioni dei due tecnici è scontato. Quello che invece dispiace ancora una volta osservare è il modo con cui gli organi di informazione, che spesso trascurano il mondo dei dilettanti, si sono buttati a capofitto sulla notizia. Solo la scorsa settimana a tenere banco era stato il caso di Gianluca Cigna, ora è il turno di una piccola società di periferia e dei suoi tesserati. Perché quello di cui non si è tenuto conto nel mettere nero su bianco il nome di Gianfranco Dugo non è tanto il suo nome (che se è vero quanto gli viene contestato ne renderà conto in sede penale e alla sua coscienza) quanto al fatto che svelando la sua identità automaticamente si è esposto al pubblico il nome della società e il nome di tanti ragazzi.

Bene, ora che abbiamo dato un nome e un volto all’orco, le nostre coscienze possono tornare tranquille? Avere saputo che è Gianfranco Dugo l’allenatore arrestato nell’indagine che ha agitato la mattinata del calcio giovanile torinese ha sicuramente dato quella risposta che tutti cercavano per spegnere la montante sete di giustizia e verità insita in ognuno di noi di fronte a temi così delicati e sensibili. Sapere è legittimamente già un primo modo per proteggersi, per sentirsi al sicuro. I dettagli che si nascondono nelle pieghe della cronaca, però, gestiti con approssimazione, possono produrre effetti, sulla lunga distanza, ancora più deleteri. Forse non ci si è interrogati abbastanza sul perché il comunicato della Polizia di Stato uscito in mattinata fosse così generico, nonostante venissero citati degli ordini di custodia cautelare: l’obiettivo era chiaramente quello di proteggere il più possibile i minori che da questa vicenda potrebbero essere in qualche modo coinvolti, anche quelli che hanno magari solo la “colpa” di giocare per la stessa società per cui era tesserato Dugo. A loro, e a quello che dovranno subire nei prossimi giorni, non si è pensato.

Il Carrara tutto questo non lo merita e nemmeno i suoi ragazzi che per altro non c’entrano nemmeno nulla. E infatti non si fa attendere anche la nota di Luigi Giacometti, il presidente della società: «Da noi non può mai essere successo nulla, perché una delle regole interne vuole che nello spogliatoio non ci possa mai essere un adulto da solo, ma che debbano essere almeno in due». Da più parti è stato poi scritto che quando un allenatore è già stato coinvolto in questo genere di cose andrebbe bandito da tutti i campi di calcio e questo viene detto perché Dugo non è nuovo a questo tipo di riflettori. Era già successo in passato. Naturalmente condivisibile e auspicabile ma va anche detto che il tecnico era stato assolto dalla giustizia ordinaria. Si potrà dire che non è opportuno prendere in casa un tecnico dal passato poco limpido, ma il dovere dell’informazione è anche, se non soprattutto, tutelare i ragazzi che sono la parte debole di questa brutta storia. Se dalla giustizia si pretende severità e la più rigorosa inflessibilità visto il reato chiamato in causa, da chi fa informazione ci si aspetterebbe invece sempre un pizzico di cura e responsabilità in più. Bene, poi, la posizione che stanno tenendo le istituzioni calcistiche in queste ore in cui si afferma a gran voce che chi si macchia di questi reati vada espulso per sempre dal nostro mondo, perché la cosa più importante è preservare i ragazzi. Sempre.

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Giovanni Teolis
Redattore - «E il calcio si eleva di tre spanne agli occhi di coloro che, sapendolo vedere, lo prediligono su tutti i giochi della terra»