23 Giugno 2021

Crudelizia: gli errori degli arbitri sono decisivi

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Tiziano Crudeli
Tiziano Crudeli
Direttore Editoriale, opinionista, tifoso appassionato del Milan, esperto di calcio a tutto tondo, dalle giovanili alla massima serie

Gli errori arbitrali fanno parte del gioco del calcio. Andiamo allora a ritroso nel tempo per citare storiche discutibili decisioni di famosi direttori di gara che hanno condizionato l’esito di alcuni campionati. Sabato 25 febbraio 2012. A San Siro, nella 25esima giornata di campionato, il Milan di Allegri, capolista di Serie A con 50 punti, ospita la Juventus di Conte seconda con 49 punti. I giornali scrivono: «È la partita scudetto». L’arbitro dell’incontro è il Signor Tagliavento di Terni, l’Assistente è il Signor Romagnoli. La cronaca. Al 14’ Nocerino gran botta dal limite dell’area dei bianconeri, Bonucci devia e spiazza Buffon. Milan in vantaggio. Al 25’ cross dalla sinistra, stacco aereo di Mexes, sulla deviazione di Buffon, Muntari colpisce ancora di testa. Buffon respinge quando la palla ha già nettamente varcato la linea di porta. Il gol regolare del possibile 2-0 incredibilmente non viene concesso. Il gioco prosegue tra le poteste di tutti rossoneri e la totale indifferenza dell’Assistente Romagnoli e del Direttore di gara Tagliavento. Al 34’ del secondo tempo, Matri, ex milanista ora juventino, scatta e segna. l’Assistente sbandiera un fuorigioco inesistente. Al 35’ Matri segna in mezza rovesciata. Nel finale Vidal, a centrocampo, entra da dietro su Van Bommel senza possibilità di prendere il pallone. Tagliavento estrae il rosso e lo espelle. Poco dopo Pepe con una entrata identica colpisce con una pericolosa sforbiciata le caviglie di Robinho. L’intervento viene punito con il giallo. La verità è che a detta di tutti quel fallo meritava di essere sanzionato con un altro rosso. Al termine del match, le risse e gli scontri dialettici si sprecano: un pugno di Mexes (che verrà squalificato per 3 giornate) a Borriello e Muntari colpisce Lichtsteiner. C’è pure una gomitata di Pirlo a Van Bommel. I commenti dei giornali sportivi: «Sono stati commessi una serie di errori che hanno falsato il risultato». Ancora: «Ai punti il Milan un po’ meglio della Juve, ma il gol non-gol di Muntari è un gran botta. Non viene infatti concesso il 2-0 a Muntari. Crolla, però, negli ultimi 25’: ed è una colpa». Della Juve hanno scritto: «A lungo sotto ritmo e sotto shock per l’errore di Bonucci, ma il finale è grande. Il primo gol di Matri è regolare». L’editoriale della Gazzetta dello Sport: «Terna arbitrale disastrosa. La sfida scudetto è stata decisa da chi doveva semplicemente dirigerla. Il risultato di parità avrebbe potuto essere qualsiasi altra cosa. Scegliete voi. Ma una partita così non lo meritava». Le interviste. Galliani: «La palla era dentro di un metro!». Conte: «Qui c’è la mafia». Allegri: «Non parlo senza il permesso di Marotta. Il gol non dato ha falsato la partita; a stare zitti si farebbe meglio». Il campionato finirà con la Juventus punti 84, Milan 80. Il 22 aprile 1990 il Milan gioca la penultima partita del campionato allo Stadio Bentegodi di Verona. Milan e Napoli si contendono lo scudetto sul filo di lana. I partenopei, in classifica a pari punti del Milan, sono reduci, però, da un match contro l’Atalanta con tante polemiche. A Bergamo Alemao, durante la gara, venne colpito da una monetina e il massaggiatore Carmando lo invitò a stare a terra come fosse stato colpito da un siluro piuttosto da una semplice monetina da 100 lire. Il ricorso ebbe successo. I partenopei ottennero la vittoria tavolino. Il rush finale del campionato è quindi carico di tensioni, dentro e fuori dal campo. I rossoneri, ad un passo dal traguardo, per la seconda volta nella “Fatal Verona” (la prima è datata 1972) ci lasciano le penne. Milan sconfitto per 2-1 con un gol subito all’ 89’ dopo essere stato in vantaggio per 1-0. L’arbitro Rosario Lo Bello, figlio d’arte, anche lui come il padre diciotto anni prima sullo stesso palcoscenico, assurge a protagonista assoluto e penalizza il Milan con due rigori negati a Massaro e Van Basten e quattro espulsi: Sacchi, Rijkaard, Van Basten e Costacurta. Classifica finale: Napoli 51, Milan 49. In molti hanno avuto la precisa sensazione che Rosario Lo Bello avesse ereditato dal diletto padre una spiccata antipatia nei confronti di Rivera e della sua squadra e come tale in certi frangenti si è lasciato condizionare dai sentimenti. Una battuta di Rivera fotografa con ironia la sua opinione sull’operato arbitrale dei Lo Bello: «Speriamo che ai Lo Bello nascono solo figlie femmine». Risaliamo allora alle origini di un feeling che fra Rivera e Concetto Lo Bello non c’ è mai stato. Nel 1966 Lo Bello, con una dichiarazione insolita per un arbitro, ritenne Rivera responsabile della debacle della Nazionale Italiana ai Mondiali culminata con la sconfitta contro la Corea. Lo Bello disse: «È stata una vergogna, il guaio è che la formazione della nostra nazionale è stata fatta da Rivera e non dal CT Fabbri». L’astio è così spiegato da Rivera: «Lo Bello era convinto che gli aizzassi contro i tifosi». La direzione di Lo Bello del derby del 20 novembre 1966 scatenò un mare di polemiche finali per non aver visto un calcio di rigore per i rossoneri che pregiudicò lo scudetto del 1972 con l’aggravante della sua famosa partecipazione alla Domenica Sportiva della RAI, quando ammise il suo errore, ma lasciò trasparire un certo qual compiacimento. Anche negli anni a seguire le controversie con Lo Bello non mancarono. Nel campionato 1972-73, il 21 aprile nella partita di andata con la Lazio, durante il brindisi cerimoniale al termine del match, qualcuno ruppe un bicchiere. Lo Bello di fronte a molti testimoni getta lo sguardo su Gianni Rivera e pronuncia la frase: «Glielo spaccherei io in testa». Luigi Martini, allora terzino della Lazio, poi diventato pure lui un parlamentare per due legislature, racconta nella trasmissione Rai Sfide, andata in onda nel 2007: «L’arbitro Lo Bello entrò nei nostri spogliatoi e ci fissò ad uno ad uno: poi esclamò: “Oggi voglio vedere il numero 10 piangere” (era riferito a Rivera e non ovviamente al presente Frustalupi). E se ne ritornò nel suo spogliatoio». All’87’ l’epico fattaccio. Dopo il doppio vantaggio dei laziali con l’autorete di Schnellinger e il gol realizzato da Chinaglia, Rivera aveva rimesso in gioco i rossoneri con un gol al 56’. Luciano Chiarugi, a tre minuti dalla fine, con una grande conclusione al volo, aveva pareggiato. Gol, ingiustamente, annullato per fuorigioco (dalle immagini si vede chiaramente la posizione regolare di Chiarugi). Un parapiglia che culmina con la leggendaria espulsione di Nereo Rocco. Il dottor Monti, medico del Milan, racconta: «Rocco uscendo si volta verso di me e comincia a gridare con un linguaggio in dialetto veneto molto colorito, che tradotto in italiano con una sintesi più edulcorata è: “Dottore, hai visto, ci derubano!”. Mentre Nereo sta ancora sbraitando arriva Lo Bello, che richiamato dal guardalinee (al quale Rocco ha urlato in quel mezzo minuto almeno cento volte: “Ladri, ladri!”) gli dice con una certa flemma: “Qualcosa non va signor Rocco? E allora si accomodi fuori”». Il siracusano fischia la fine senza concedere un secondo di recupero (e di tempo se ne era perso parecchio). La radiocronaca di “Tutto il calcio minuto per minuto” fu chiusa con una frase di Sandro Ciotti passata alla storia: «Ha arbitrato Lo Bello di Siracusa, davanti a ottantamila testimoni». Le sanzioni: Rocco fu squalificato fino al 26 luglio, Rivera per quattro giornate poi ridotte a due perché l’espressione “La puttana” proferita al rientro negli spogliatoi con le braccia sconsolatamente aperte non fu ritenuta indirizzata ad alcuna madre e sorella di Lo Bello. Ritornarono in ballo le questioni relative alla designazione perché al Milan era stato promesso dal presidente federale di non averlo più come arbitro. La situazione più bizzarra proprio il 16 maggio in occasione della finale di Coppa delle Coppe si apre presso la sezione del Tribunale penale di Milano il processo contro Padre Eligio, consigliere spirituale e amico di Rivera e di tutto il Milan che aveva pronunciato, nell’esercizio della sua funzione pastorale, la frase: «Gli arbitri o sono venduti o sono condizionati». Una dichiarazione non presa bene che scatenò la reazione dei direttori di gara e avevano intentato un procedimento per il reato di diffamazione. Un processo dove tutti erano in toga. Giudici e avvocati in toga nera arbitri in giacchetta nera in toga nera, padre Eligio in abito talare. L’effetto monocromatico non era bello a vedersi. Ma l’effetto tutto nero non si verificò pienamente visto che non era scattato il penale.


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