12 Agosto 2020 - 14:34:31

Città di Varese, intervista al bomber Matteo Ponti: un onore essere accostato a chi ha fatto la storia

Matteo Ponti, simbolo del Città di Varese, racconta la sua stagione tra il biancorosso e le giovanili del Lugano

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«Nei giorni scorsi il messaggio più bello l’ho ricevuto da un tifoso, dispiaciuto perché col campionato fermo non avrei avuto la possibilità di provare a diventare il miglior marcatore del Varese in una stagione. Essere accostato a giocatori come Neto, Pavoletti e Marrazzo per me è stupendo». La scorsa estate, alla notizia che Matteo Ponti avrebbe vestito il biancorosso, si erano subito capite le intenzioni del Città di Varese. E l’attaccante di Induno Olona, con i suoi 25 gol, ha contribuito in maniera decisiva a trascinare in vetta alla classifica il club fondato nel luglio 2019. Numeri che, viste le nove giornate mancanti al termine della stagione, sarebbero stati certamente incrementati, magari fino all’asticella dei 40 centri. E poi, per gli amanti delle statistiche, con il campionato ipotecato nello scontro diretto con l’Oratorio Cuvio del 16 febbraio, tutto era incentrato sul duello a distanza con Mirco Tamborini per la classifica marcatori. «Peccato tutto sia stato interrotto in questo modo. Quest’anno per il nome Varese era importante vincere con dei valori, ricreando entusiasmo con sacrificio ed umiltà». Ed è proprio per l’aspetto dei valori che Ponti, lo scorso agosto, ha sposato la causa Città di Varese: «Non sapevo se ero all’altezza visto che in una realtà come Varese bisognava vincere. Per me contano i valori e quelli li ho percepiti nel colloquio con Stefano Amirante ad agosto. Poi l’allenatore Iori incarna in pieno i valori di sacrificio e umiltà, ha capito i nostri limiti e ha fatto le cose in maniera giusta». Biancorosso indossato a 29 anni, ma durante il percorso giovanile Ponti ci è andato vicino ai tempi in cui militava nel Bosto: «Scapini mi fece provare due volte: la prima con Milanta e poi all’inizio della stagione successiva con Lorenzini. Per una scelta personale decisi di restare al Bosto». Dopo le giovanili a Capolago l’approdo tra i grandi a Tradate tra Eccellenza e Promozione, poi Morazzone, Valceresio, Belfortese, Malcantone e, infine, Varese, per la prima volta in Terza. 25 reti in 15 gare da titolare (l’unica gara in cui non è andato a segno è stato nello 0-0 di Brebbia) che hanno spinto la capolista verso la Seconda visti i nove punti di vantaggio sull’Oratorio Cuvio. «In questo campionato si è visto che non c’è nulla di facile. La sconfitta dello Stadio con il Don Bosco è servita a rafforzare il gruppo e ci ha fatto iniziare il girone di ritorno con la cattiveria che ci era mancata nella prima parte. Nonostante la sconfitta sono emersi dei valori, poi vedere i tifosi applaudirci è stato bello. Nessuno di noi era abituato a un contesto simile». Se lo Stadio ha segnato la “svolta”, la partita di Bisuschio (3-2 in extremis) è quella che Ponti porta nel cuore: «Durante la notte avevo assistito alla nascita di mio nipote Pietro. Quella notte ho dormito due ore, poi ho fatto il mio rituale pre-partita e sono andato al campo. Allora non eravamo una squadra matura come lo siamo diventati dopo». Ponti, con il capitano Andrea Beretta, Daniele Ruffo e Mattia Iori, è il riferimento dello spogliatoio: «Dopo un paio di allenamenti avevo qualche dubbio, poi sono diventato una chioccia per gli altri. Mi ricordo quando ero giovane e non veniva perdonato nulla, ma non si può pretendere che un giovane arrivi in prima squadra e sia subito protagonista. Penso al 2000 Federico Valente che per me merita la Promozione: ha trovato uno spogliatoio che l’ha aiutato e sostenuto nel modo giusto in questo passaggio».

Bomber in Italia, allenatore in Svizzera, Matteo Ponti vive il calcio sette giorni su sette. Una passione, quella di svezzare i giovani calciatori, nata ai tempi della militanza da calciatore a Morazzone fino a diventare il suo vero lavoro visto che da tre stagioni guida i 2007 del Lugano. «In queste settimane andiamo avanti con gli allenamenti via Skype tre volte a settimana. In Svizzera non ci sono le restrizioni come in Italia e i ragazzi possono allenarsi individualmente nei campetti e nei parchi. I campionati giovanili sono stati dichiarati chiusi ma noi i ragazzi li seguiamo in questo modo, anche perché si parla comunque di una realtà professionistica». E tra le pianificazioni degli allenamenti e le videochiamate con i suoi ragazzi per Ponti sono anche giorni di studio del francese visto che a breve, in Svizzera, parteciperà al corso per l’Uefa B Plus. «In Svizzera si dà molta importanza alle competenze, anche i corsi per allenatori sono differenti visto che ci sono delle prove e si viene anche bocciati. In Italia questo non accade e siamo indietro anche sulla cultura sportiva». Nel curriculum di Ponti, prima di Lugano, c’è la collaborazione con le giovanili del Milan (Under 15 e Primavera) e l’esperienza al Levante in Spagna, arrivata quasi per caso: «È stata la mia svolta professionale. In università seguivo un corso di calcio e il docente era un consulente del Levante: dopo la lezione volle parlarmi, il giorno dopo andai al colloquio con la società e iniziai subito. Non parlavo spagnolo ma solo inglese e dovevo aiutare un ragazzo cinese nell’inserimento, poi venni affiancato come collaboratore tecnico. In Italia una cosa simile non si sente mai».

Il futuro di Matteo Ponti sarà ovviamente in panchina, e questo inciderà anche sulle scelte nel suo percorso da calciatore: «Da grande mi vedo allenatore e vorrei provare ad arrivare in una prima squadra in Italia, ma tutto va fatto passo dopo passo. Già quest’anno pensavo di smettere per dedicarmi completamente alla carriera da allenatore, anche perché vanno via tante energie mentali. Mi ero promesso che avrei smesso di giocare se avessi vinto campionato e classifica marcatori. Vediamo cosa accade nei prossimi mesi, certamente al Città di Varese in futuro vorrei comunque restare legato. Se dovessi allenare in Italia, ovviamente, non potrei più giocare visto che non è consentito il doppio tesseramento».

 

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