12 Luglio 2020 - 12:51:27

Il calcio italiano è ancora fermo: strascichi e ripartenze, il parere della psicologa Serena Giobbio

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La psicologia svolge ormai un ruolo fondamentale nelle prestazioni degli sportivi di qualsiasi livello e disciplina. La pandemia ha fatto sì che gli atleti di tutto il mondo passassero da un allenamento quotidiano a una completa immobilità, per cui il supporto psicologico rivestirà un’importante funzione nella fase di ripresa. Al fine di approfondire la tematica del rapporto tra psicologia e sport, e quindi il post quarantena, è intervenuta ai nostri microfoni la dottoressa Serena Giobbio, psicologa e psicoterapeuta a indirizzo cognitivo-comportamentale specializzata nei disturbi d’ansia, con particolare attenzione agli effetti di questi su bambini e adolescenti. Attraverso i suoi studi si è avvicinata alla psicologia dello sport, curando con particolare attenzione la correlazione tra ansia e prestazione sportiva. Oltre a ricevere i suoi pazienti nel suo studio a Saronno, collabora con la Gerenzanese calcio e con il Cospes (centro di orientamento scolastico e professionale ) di Arese. Il lavoro della dottoressa per la Gerenzanese si sviluppa su due direttrici principali: conferenze aperte a tutti i genitori per parlare del rapporto da tenere con le varie componenti attive sul campo; consulenze individuali, relative alle dinamiche di gruppo o singole, per gli allenatori. Il calcio, per la dottoressa Giobbio, non è solo un lavoro ma è anche una passione. La psicologa, infatti, giocava a calcio in adolescenza e proprio da lì è nata la sua passione per le dinamiche di squadra e per la gestione dell’ansia e delle energie durante la prestazione sportiva. Descrive il suo ruolo come «una stampella dopo un infortunio», un appoggio da avere in un momento di difficoltà che però ti aiuta a vivere in modo migliore il futuro in tutti i suoi aspetti, sportivi e non. Il suo lavoro non si limita al campo da calcio, in quanto ha dei risvolti sulla vita stessa e sul modo di affrontarla al meglio.
Come si riversa il suo lavoro sulla prestazione sportiva e sulla vita dei ragazzi?
«Lo psicologo nello sport può aiutare a riconoscere e a indirizzare le emozioni nella giusta direzione. Alcune di esse nella nostra società non vengono accettate con la crescita, come la rabbia e la paura. Se queste emozioni vengono mutate non scompaiono, bensì lavorano silenziosamente e portano via energie allontanandomi dall’obiettivo. Solo riconoscendole ed elaborandole posso gestirle nel migliore dei modi. Lo sport deve essere sempre una scelta del ragazzo, non un’imposizione, perché si corre il rischio di una rinuncia prematura intorno ai dodici anni di età, la cosiddetta fase di ribellione. Abbandonare uno sport può rivelarsi un problema, in quanto una delle sue funzioni principali è quella di proteggere il ragazzo, attraverso l’impegno si evita di incappare in distrazioni sociali. È protettivo anche perché ti mette in rapporto con altri adulti, gli allenatori, con i quali il ragazzo si può confrontare su tematiche spesso difficilmente trattate con i genitori. Lo sport, inoltre, aiuta ad affrontare la vita e l’ansia che essa può comportare. Se si impara a gestire le paure che sopraggiungono prima di una partita, poi sarà più facile affrontare le difficoltà quotidiane. Bisogna riuscire ad utilizzare l’ansia in maniera positiva, poiché questa attivando l’adrenalina può spingere a dare il massimo. Con i più piccoli, il mio ruolo si concentra sulla mediazione tra i genitori e le società e sul far gruppo. Spesso questi ultimi prima della partita somatizzano le proprie paure e non rendono come fanno in allenamento.»
Come si concilia il suo ruolo con gli adulti nel calcio?
«Innanzitutto non giudicando. I genitori sono gli specialisti dei bambini, gli allenatori del gioco e io della psicologia. Il mio obiettivo è di fare da collante e far lavorare nel modo migliore tutte le componenti. Con gli allenatori ho un ruolo al di fuori del campo, anche se a volte mi capita di fare osservazione sul rettangolo di gioco. Vengo contattata quando c’è un problema legato a un singolo o  a un gruppo e in accordo con il mister cerchiamo di arrivare a una soluzione. Aiuto anche i tecnici nel rapporto con i genitori. Con i padri e le madri, il mio compito consiste nel chiarire il loro ruolo, che è quello di fare i genitori, non gli allenatori, gli scout o gli arbitri. Cerco di indirizzarli verso una visione maggiormente costruttiva del gioco, valorizzando lo sforzo messo in atto dai loro figli per raggiungere gli obiettivi. Fondamentale per i genitori è capire che sono altro rispetto al loro bambino, non bisogna mettere loro pressioni che potrebbero farli sentire inadeguati nel momento di una cattiva prestazione o di una sconfitta. Con tutti, comunque, insegno ad evitare la colpevolizzazione, ma piuttosto di cercare di far capire quali sono gli errori in modo da poterli evitare.»
Come si gestisce un caso di bullismo?
«Spesso si fa un utilizzo spropositato del termine “bullismo”. Per categorizzare degli atteggiamenti come “bullismo” ci devono essere delle caratteristiche definite ossia la reiterazione del gesto e la volontà di ferire. Gli atteggiamenti di bullismo, sia nel centro sportivo sia a scuola avvengono tutti in momenti non strutturati, ovvero in quei contesti in cui i ragazzi sono sprovvisti della supervisione diretta di un adulto. La prima cosa da fare è prendere in carico tutto il gruppo, che è composto da: il bullo, chi compie l’atto; i gregari, che sono coloro che spalleggiano il bullo e spesso hanno paura di diventare le vittime; la vittima, che solitamente è un individuo che ha qualcosa di diverso dal gruppo e per questo tende ad isolarsi. Bisogna lavorare su tutto il gruppo, istruendo l’allenatore e rendendolo attento a tutte le dinamiche che si possono sviluppare ed evitare di sensazionalizzare il gesto. Spesso i ragazzi non capiscono la gravità delle loro azioni, ne parlano come se fossero dei semplici scherzi; il mio obiettivo è di fargli capire che per essere tale deve far ridere tutti. Cerco sempre di risolvere la situazione privatamente per evitare di mettere etichette che potrebbero creare altri episodi spiacevoli.»
Come aiuta l’atleta nel momento dell’infortunio?
«L’infortunio è un imprevisto e crea frustrazione per un obiettivo che non può essere più raggiunto. Il lavoro si concentra proprio nell’affrontare ciò che sta succedendo. Innanzitutto si cercano gli aspetti positivi con la consapevolezza che si può riprogrammare e andare avanti. Non bisogna mai anticipare i tempi e ci si deve fidare dei medici ed evitare i pensieri negativi e disfattisti. Un altro aspetto fondamentale è quello dell’immaginare il rientro in campo e tutte le sue problematiche, perché rientrare con l’illusione di essere in piena forma può arrecare solo ulteriori danni.»
Ci racconta l’importanza dell’idolo e la sua influenza sui ragazzi?
«Tra le modalità di apprendimento quella per imitazione è una di quelle elettive. Più è perfetto il modello e meno fa venire voglia di essere imitato, se l’idolo non sbaglia mai non provo neanche ad imitarlo perché lo vedo troppo lontano. Viceversa è molto funzionale per i ragazzini vedere il lato umano dei campioni, come delle lacrime, e la reazione che porta a fare grandi prestazioni dopo le delusioni.»
Che problemi può aver creato la quarantena sui ragazzi?
«All’inizio erano contenti perché la scuola era chiusa, quindi veniva vista come una vacanza anticipata. Con il passare del tempo è subentrato il discorso della noia, legato all’assenza di relazioni. Hanno perso i contatti con tutti i loro punti di riferimento sociale. Per i più piccoli i genitori bastano, temporaneamente, e quindi l’adattamento è stato più facile. Per il pre-adolescente e per l’adolescente il discorso è diverso, hanno cercato di rimanere in contatto con il mondo grazie alle lezioni online, che ha permesso loro di avere una routine giornaliera. La perdita dell’appuntamento quotidiano della scuola avrebbe potuto portare grandi problemi nelle giornate dei ragazzi, perché tutti i tempi si sarebbero dilatati e ciò avrebbe accentuato i problemi arrecati dalla mancanza di socialità. Questi ragazzi si sono trovati da soli e l’unico contatto con il mondo esterno era dato dalla tecnologia, la quale però non può sostituire la lezione frontale con professori e compagni. Il principale motivo di ansia causato dal lockdown è stato l’incertezza, non solo nei confronti del virus ma anche rispetto alla fine e al ritorno alla normalità. Questo ha portato a sviluppare più paure e un maggior bisogno di protezione genitoriale. L’irritabilità e la voglia di trasgredire le regole si sono accentuate. Inoltre, durante questo periodo, anche i ragazzi più grandi hanno subito delle regressioni a livello comportamentale, le quali però con il ritorno alla normalità dovrebbero scomparire autonomamente, com’è normale che succeda in questi determinati periodi. Per gli adolescenti il discorso è più complesso, perché per loro è fondamentale il gruppo. Il non avere delle relazioni può avere effetti importanti sulla personalità, ma si può scoprire solo nel lungo periodo. Le chat possono colmare la distanza fisica, ma non quella emotiva. C’è il rischio di uno sviluppo di dipendenza da internet in tutti i suoi aspetti, dal videogioco, passando per il social network, arrivando alla fruizione di video, che fanno allontanare la mente guardando altri per non pensare ai propri problemi. Un altro aspetto a cui può portare la noia è quello di acuire le proprie dipendenze, che in una situazione di normalità servono a rilassarsi, e in un periodo come questo ancora di più.»
Come può un genitore aiutare il proprio figlio a vivere meglio questo periodo di quarantena?
«Adulti e giovani hanno vissuto le stesse emozioni, la differenza sta negli strumenti per affrontarla. I genitori hanno svolto un ruolo di filtro tra il mondo esterno e il figlio. Ricevendo le informazioni dall’esterno riuscivano a renderle meno pesanti attraverso il dialogo. Bisogna ascoltare il figlio e osservarne i comportamenti, senza allarmismi, per riuscire a capire se cambiano col tempo. È opportuno essere empatici, lasciare ai figli il tempo di raccontare i propri problemi e spingerli, nel rispetto delle regole, a tornare alla normalità. Il momento della narrazione è terapeutico, dà una veste più oggettiva al vissuto. Un altro compito dei genitori è quello di rassicurare i propri figli, anche gli adulti hanno paura, ma in qualità di esempi possono offrire loro un modello di comportamento su come affrontarla.»
Quale sarà il ruolo dello sport nel ritorno alla normalità?
«Lo sport è una mediazione nei confronti della società da sempre. In questo periodo in particolare può aiutare i ragazzi a tornare alla normalità in modo graduale. Ci si trova in un ambiente strutturato e sanificato e predisposto a tutelare la sicurezza di chi vi accede. I genitori avranno accesso a un protocollo da seguire e attraverso il loro ruolo di mediatori aiuteranno i loro figli a imparare come rispettare le regole sociali. Questo atteggiamento è utile a proteggere e ad affrontare le paure. Il rientro graduale nella società diventa così una sorta di riabilitazione alla socialità. Si ritrova un ambiente e delle persone che donano sia sicurezza, perché sono già conosciute, sia empatia, in quanto stanno vivendo la stessa situazione. Si deve cercare di imparare l’uno dall’altro e in questo momento la trovo una cosa meravigliosa. Per quanto riguarda l’aspetto del movimento, in molti avranno perso la forma fisica. Ci si riappropria del proprio corpo e degli spazi in maniera graduale. Si apprezza la fatica e se ne comprende il senso e ci si concentra sull’obiettivo da raggiungere. Nel periodo dell’adolescenza è ancora più importante questa fase, visto che il corpo subisce tante trasformazioni, e scoprendolo si inizia a lavorare su questo. Tutti possiamo tornare alla nostra condizione precedente, ma solo in maniera graduale.»

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