22 Ottobre 2020 - 02:52:18
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Michele Plastino racconta i cambiamenti del calcio attraverso i suoi protagonisti: «Dal sentimento al soldo»

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Il calcio, come ogni settore, ha vissuto dei grandi cambiamenti nel corso degli ultimi anni. L’impennata dei ricavi e l’evoluzione delle squadre di calcio, da semplici società sportive a enormi aziende impegnate in più ambiti, ha portato a un progressivo distaccamento dal popolo andando a creare un mondo più vicino al jet set che allo sport. Per entrare nelle dinamiche di questo passaggio, andando ad analizzare i singoli protagonisti impegnati in una società sportiva o intorno gravitanti, è intervenuto Michele Plastino. Il giornalista radio-televisivo ha iniziato la sua carriera a soli diciannove anni, scrivendo di cinema ed essendo il più giovane accreditato al festival di Cannes. Con l’avvento delle radio private entra in stretto contatto con il calcio, raccontandone le emozioni sulle frequenze di Radio Roma. Il suo nome, però, è associato allo storico programma “Goal di notte”, che gli è valso anche l’ingresso nel Guinness World Record grazie ai suoi quarant’anni di longevità. In questo momento è anche insegnante per il suo “Piccolo gruppo”, un corso di comunicazione radio-televisiva, e direttore della celebre Radio Sportiva e di Tele Roma 56. Al suo nome nel nostro paese, inoltre, sono associate delle innovazioni fondamentali per il mondo del giornalismo sportivo: trasmissioni con giocatori come ospiti e acquisizione dei diritti televisivi dei tre maggiori campionati stranieri. In un paese guidato dal romanticismo da secoli i vari cambiamenti che hanno caratterizzato il sistema calcio negli ultimi decenni, allargandone la sfera d’influenza da cittadina a mondiale, non sono stati facilmente accolti. La prima figura analizzata da Plastino è stata quella dell’evoluzione del presidente, da patron a investitore: «Per riassumere con una parola le differenze che intercorrono, comprendendo tutti i protagonisti, tra il calcio del passato e quello moderno basta utilizzare una sola parola: umanità. Il calcio di oggi è assimilabile allo star system e non più al calcio romantico, bisogna entrare in questa ottica altrimenti diventa difficile comprendere certe dinamiche. In Serie A l’ultimo presidente “patron” coincide con il nome di Massimo Moratti, una figura paterna per i suoi tesserati a tal punto da far dire a qualcuno che fosse la sua più grande debolezza. Anche Silvio Berlusconi può rientrare in questa categoria, ma con modi diversi. Lui era un grande imprenditore e per la fede calcistica del padre scelse di comprare il Milan, mostrando il suo miglior aspetto. Un altro grande patron è stato Franco Sensi, che si è giocato una fortuna per amore della Roma. In Italia abbiamo sofferto molto il passaggio dal vecchio al nuovo calcio, dai sentimenti al soldo, perché siamo un popolo romantico e siamo stati abituati ad avere grandi figure alla guida delle nostre squadre e quindi è stato difficile accettarne la perdita. C’è una lista infinita di mecenati che hanno reso piccole piazze delle solide realtà attraverso la loro semplicità e mostrando tutte le loro sfaccettature caratteriali, due su tutti Rozzi dell’Ascoli e Anconetani del Pisa. Non penso che queste figure torneranno a far parte degli alti livelli del calcio perché i tempi non sono più adatti a loro, in questo contesto di capitalismo globale le difficoltà sarebbero troppe. L’unica via per il ritorno al passato sarebbe dettata da un grande shock al mondo calcio come lo conosciamo oggi. Per dare un esempio pratico della semplicità dei presidenti passati mi ritorna in mente una serata con Gianmarco Calleri, il predecessore di Cragnotti alla guida della Lazio. Nonostante io fossi un giornalista avevamo un grande rapporto anche extra calcistico e mostrava sempre il suo lato più umano, a tal punto che una sera uscimmo a cena e lo dovetti accompagnare a casa a dalla madre, viste le sue condizioni non ottimali». La figura dell’allenatore non è rimasta esente dai cambiamenti: «Nel tempo gli allenatori hanno sempre preso più importanza, andando a mettere quasi in ombra i propri giocatori. Le rivoluzioni sono state segnate da due nomi: Helenio Herrera, che grazie all’importanza della sua immagine ha permesso alla sua categoria di ricevere compensi più alti; Arrigo Sacchi, che ha messo in risalto la funzione del tecnico in relazione all’aspetto tattico del gioco. Se prima dell’allenatore di Fusignano un coach veniva giudicato soprattutto per l’aspetto umano, dopo il fulcro del lavoro diventa l’impostazione tattica della propria squadra. La svolta dettata da Sacchi ci ha permesso di avere Zeman e Galeone, in realtà più piccole, e Guardiola. Penso che l’evoluzione di questo ruolo abbia fatto bene ai calciatori, con un allenatore che si pone tra gli input esterni e la squadra, facendo da parafulmine ad eventuali critiche. In questo modo gli atleti si sentono più protetti e deresponsabilizzati, traendone giovamento per la loro crescita». L’evoluzione del calcio ha anche comportato un passaggio progressivo da sportivo a mito del calciatore: «Il distacco che si è creato tra i calciatori e la loro gente può comportare molti aspetti negativi. Questa distanza è dovuta alla graduale scomparsa del giornalista narratore, che metteva a nudo e mostrava al mondo il lato umano dei giocatori. Oggi avere un contatto diretto con un calciatore è rarissimo, sono come dei divi inattaccabili e inavvicinabili e questa distanza comporta, ovviamente, meno affetto. Maradona si faceva intervistare, oggi è impossibile avere Messi e Ronaldo in trasmissione. Questa situazione rende i giovani più concentrati sul diventare delle star piuttosto che dei calciatori amati. Tutto ciò ha delle ricadute sul rapporto con il pubblico, anche se il calcio rimane lo sport più popolare di tutti». Tutte queste modifiche hanno comportato dei cambianti anche nel mondo del giornalismo sportivo, da letteratura a clickbaiting. «Il giornalismo sportivo come letteratura muore con Gianni Mura. Essendo il calcio un discorso di passione sono sicuro che ritornerà un alto livello di scritture nelle colonne dedicate al calcio, perché prima o poi si riaccenderà la fiamma in qualche penna, perché la passione può cambiare nelle forme ma non può scomparire». Al centro di tutto, quando si parla di uno sport così popolare, dovrebbero rimanere i tifosi, anche se oggi sembrano più semplici followers o clienti: «Penso che tutto nasca dalla degenerazione del mondo ultrà, che in origine significava oltre l’amore, quando si è passati dal semplice tifo al merchandising e altre storie note. Il tifoso comune, invece, ha una condizione uguale in tutti i tempi, ma con i social il supporter cambia il suo ruolo e a seconda che scriva o che registri video si sente un giornale o una televisione, quindi anche il popolo ha avuto l’ambizione di essere protagonista. Riguardo al discorso business, aumentando l’importanza dei ricavi relativi ai diritti televisivi hanno perso di importanza quelli del botteghino e di conseguenza i tifosi, ma ora con gli stadi vuoti torneremo ad interessarci della loro presenza. Bisogna sempre ricordarsi che il tifoso è l’unica persona che investe nel calcio non per un guadagno ma per piacere». L’ultima categoria analizzata è quella dei procuratori, che oggi hanno un ruolo fondamentale: «Per un periodo, con Caliendo, ho gravitato intorno a dei calciatori. Il ruolo del procuratore diventa fondamentale quando viene accettata la pubblicità nel calcio e quindi i calciatori iniziano ad avere bisogno di consulenze legali e di qualcuno si occupasse della gestione delle partnership. Adesso la situazione si è evoluta rendendo i procuratori un’azienda. Non è giusto far ricadere il decadimento del calcio tutto sulle loro spalle, ci sono molti procuratori che curano gli interessi dei propri assistiti come fossero dei fratelli. Si è creato un business parallelo, molto spregiudicato, in ambito manageriale. I procuratori oggi hanno molta incidenza sulla costruzione di una squadra, forse anche più dell’allenatore. Riguardo ai giovani, penso che l’avere un procuratore non cambi le cose, come spesso si dice. Nel calcio conta il pallone, procuratore o no se sei molto bravo prima o poi arrivi».

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