23 Giugno 2021

Villa Valle Under 15: la seconda vita di Giorgio Gatti, dagli anni nerazzurri al ruolo di responsabile tecnico giallorosso

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Quella che sta riscoprendo a Villa d’Almè è per Giorgio Gatti una seconda rinascita dal punto di vista sportivo. La sua passione per il calcio l’ha accompagnato per tutta la vita, dai tempi in cui frequentava il professionismo da giocatore fino al doppio ruolo che ha assunto recentemente alla corte del presidente Castelli. Due volte campione con l’Inter del Torneo Arco di Trento, campione italiano della categoria Allievi con l’Alzano Cene, solo per citare alcuni dei traguardi raggiunti dalla favolosa carriera del tecnico Gatti. La situazione ora è difficile anche per lui, questo doppio stop dei campionati dovuto all’emergenza sanitaria ha messo in ginocchio il sistema calcistico e sportivo italiano e quelli che pagheranno di più al termine di questa crisi saranno, secondo Gatti, proprio i ragazzi.

Quanto incide questa nuova interruzione del calcio giovanile? Come vi state comportando come società per fronteggiare questa situazione?
È ovvio che dispiace perché avevamo appena ricominciato l’attività e fermarci dopo poco è stato duro da assorbire. Soprattutto per i ragazzi è una situazione che li penalizza in maniera determinante, non solo loro ma tutto il sistema sportivo ne risentirà a lungo andare e già adesso si possono notare i primi intoppi. Noi come società stiamo cercando di dare dei lavori da fare a casa, la cosa più difficile è capire quando effettivamente si dovrebbe ricominciare e non credo sinceramente che inizio febbraio possa essere un periodo plausibile per ritornare in campo. È problematico stendere un programma organizzato di esercizi da far svolgere ai ragazzi, soprattutto perché loro vedono nella partita e nel campionato lo stimolo per impegnarsi di più in modo che l’allenamento, anche individuale, possa avere un senso. In generale è il tallone d’Achille dei ragazzi che fanno sport di squadra, se giochi in undici, più altri componenti della panchina, diventa difficile far capire che il lavoro che svolge è un bene anche per sé stesso, per la sua salute.

Il gruppo dei 2006 è stato per te nuovo da conoscere, a che punto siete arrivati? Come valuti questo primo periodo di lavoro?
Sono molto contento di quanto abbiamo fatto fino ad adesso, rispetto alla squadra dei 2005 dell’anno scorso questo è gruppo diverso, per certi versi con meno personalità e furbizia, un po’ troppo ingenuo, ma più omogeneo anche se piuttosto corto numericamente. Stavamo facendo buon lavoro, i ragazzi si sono dimostrati fin da subito attenti e disponibili e devo ringraziare la società perché nonostante le difficoltà è riuscita ad allestire una buona rosa. Il fatto di essere una squadra composta da 19 giocatori mi preoccupava un po’ perché tra possibili infortuni e influenze ci si potrebbe ritrovare molto corti e con delle difficoltà, ma tutto sommato le cose stavano andando bene, si stava cominciando a conoscere meglio le caratteristiche dei ragazzi. Il pregio più importante che ho riscontrato in loro è stata la grande cultura del lavoro e una maggiore educazione nei confronti miei ma anche e soprattutto il rispetto che hanno l’uno dell’altro. Quello che gli viene richiesto non hanno grossa difficoltà nel metterlo in pratica.

Hai trascorso più di qualche anno tra le fila della Cremonese, hai qualche ricordo in particolare?
Uno degli aneddoti che ricordo bene e che mi strappa anche un sorriso è stata sicuramente la questione legata al giocatore Mota Carvalho, ora in forza al Monza. Era la stagione 2015-2016 e agli inizi c’era questo giocatore che veniva ad allenarsi da noi, svolgendo tutta la preparazione con noi a Cremona. Insieme ad alcuni dirigenti abbiamo discusso sulle possibilità di poter tesserare questo giocatore e io ho suggerito calorosamente che valesse veramente la pena investire su di lui, che sarebbe andato nel giro di qualche anno a fare il professionista. La società non volle spendere le commissioni che ruotavano attorno all’acquisto di Carvalho e lo girarono alla Virtus Entella, da svincolato. Con noi avevamo dimostrato di avere le carte valide per imporsi e in un’amichevole con la Berretti dell’Inter ha messo a segno anche una doppietta. La società, se ci avesse scommesso, ci avrebbe guadagnato in futuro sia dal punto di vista tecnico che economico.

Qual è la sensazione che si prova a conquistare un titolo italiano, tra l’altro in finale contro un certo Roberto Baronio?
Eravamo una squadra veramente forte, la qualità dei giocatori era indiscussa. Avevamo quattro elementi sotto età, del 99’ perché avevamo perso degli giocatori ’98 piuttosto importanti. Una delle cose di cui mi stupisco ancora oggi è il fatto che Masinari, colui che segnò in finale, non mi abbia raggiunto a Cremona con Lizzola, altro componente di quella squadra. In quella stagione abbiamo giocato veramente molto bene sotto tutti gli aspetti e in più la soddisfazione di aver battuto un personaggio importante con Baronio che tra l’altro ho rincontrato nel Brescia Primavera. Quando ho allenato la Primavera della Cremonese ho vinto all’andata e pareggiato al ritorno contro di lui e quando siamo andati a Chiari, dove il Brescia giocava le partite in casa, ho avuto la possibilità di scambiare due parole, è veramente una splendida persona.

Del periodo nerazzurro all’Inter, ne conservi un bel ricordo? Che aria si respirava in quell’ambiente così importante?
Nell’Inter ho grandi ricordi, soprattutto i primi due anni, ho avuto squadre forti e diverse tra loro. Ho allenato in un ambiente di giocatori di grande qualità, soprattutto i classe ‘93 e ‘94 tra i quali Bessa, Mbaye, Garritano, Benassi, quest’ultimo arrivò a gennaio dal Modena, ma anche Duncan si allenava con noi ma fino a 18 anni non è stato tesserato. Era un’ambiente in cui si sentiva la pressione ma devo dire che a quel tempo non c’erano strutture adeguate al livello e al valore della società, ci allenavamo su mezzo campo sintetico, il che era chiaramente un limite e non riuscivamo a dare il massimo. Erano gli anni di Mourinho, del triplete e lui cercava di portare con sé alcuni ragazzi della primavera, la quale a sua volta attingeva dal mio gruppo per colmare il gap numerico, il problema era che poi io mi ritrovavo ad allenare pochissimi ragazzi.

Qual è l’obiettivo di Giorgio Gatti da qui in avanti?
Ho giocato nei professionisti per tanti anni e tutt’oggi sono ancora legato al mondo del calcio, di esperienza ne ho da vendere e finché riesco a trasmettere qualcosa continuerò ad andare avanti trasportato dalla passione che ho verso questo sport. Nel Villa Valle sono responsabile tecnico degli allenatori e, quando non mi alleno con i miei ragazzi, cerco di dare una mano ad altri mister, con i quali mi confronto serenamente. Credo che la differenza tra un giocatore e un allenatore riguardo alla decisione di smettere sia fisica per il primo e di motivazioni per il secondo. Quando arriverò ad un punto in cui non avrò più motivazioni per continuare, allora sarà arrivato il giorno in cui avrò deciso di terminare la mia carriera.


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