14 Luglio 2020 - 00:32:32

Aldini Under 17: alla scoperta di Stefano Sberna, talentuoso regista sulle orme di Busquets

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Secondo appuntamento con il viaggio in giro per la Lombardia per l’Under 17. Quest’oggi abbiamo il piacere di conoscere meglio Stefano Sberna, mediano dell’Aldini Under 17. Con il giovane talento di via Felice Orsini abbiamo parlato della stagione trascorsa all’Aldini, dell’esperienza in rappresentativa e del suo amore per questo sport.

Ciao Stefano, come stai? Come hai passato questa quarantena?

Ciao Andrea. Io sto molto bene, pian piano sto anche riprendendo a camminare e correre. Almeno un’oretta al giorno vado infatti al parco con un preparatore, in modo tale da farmi trovare subito pronto quando si ricomincerà. La quarantena l’ho vissuta non benissimo: non è stato affatto facile non poter uscire, specialmente per uno come me abituato ad allenarsi ogni giorno. La situazione era comunque critica ed è stato giusto anche rinunciare a qualcosa per provare ad uscirne al più presto.

Domanda secca: ti manca il calcio? Qual è l’aspetto di questo sport che ti manca di più?

Il calcio mi manca veramente tanto. Considerando che durante la mia vita mai sono stato così lontano da questo sport, la mancanza è molta. Nella mia scala di priorità, dopo la salute la famiglia e la scuola, c’è il calcio: è una passione che è nata da quando avevo quattro anni. Me la porto dietro da tanto e credo sarà sempre così. L’aspetto che mi manca di più è l’emozione che si prova durante una partita: è qualcosa di immenso. A questo abbino anche lo spogliatoio, ovvero stare con i compagni: allenarsi assieme, ridere e scherzare.

Al stagione è stata interrotta sul più bello. Questo è stato il tuo primo anno all’Aldini: che tipo di società hai trovato? Come ti sei trovato con i compagni e il mister?

Sì, purtroppo la stagione si è interrotta nel nostro momento più bello, visto che arrivavamo da due o tre belle vittorie. Eravamo molto in forma, considerando anche la splendida vittoria all’Enotria. Il weekend in cui è iniziato tutto saremmo dovuti andare a giocare in via Cilea con l’Accademia Inter: in quella partita ci saremmo giocati molto se tutto. E’ stata davvero una grande stagione. Dopo quattro anni alla Pro Sesto sentivo di dover cambiare, e per andare all’Aldini è stata fondamentale la chiamata di Bresciani. Ricordo bene le sue parole: “Ti consegno le chiavi del mio centrocampo e del mio spogliatoio”. Ho sentito fin da subito la sua fiducia, diciamo che è stato amore a prima vista. L’Aldini è una società storica e molto organizzata: tutte caratteristiche che la fanno sembrare una squadra professionistica sotto molti aspetti. Ci sono tanti piccoli dettagli che la rendono una società incredibile. Con i compagni mi sono trovato subito alla grande: con molti ci conoscevamo già, dunque è stato abbastanza facile creare un bel gruppo.

Eravate in un girone non semplice, ma vi trovavate comunque in zona playoff: come credi sarebbe andata a finire?

E’ stata un’annata davvero tosta, e per questo mi permetto di fare questa considerazione: a mio avviso il regionale élite è un gradino sopra i campionati nazionali di Serie C. Il nostro girone era pieno di squadre forti, ma se devo ricordare le partite nelle quali siamo andati più in difficoltà dico quelle contro le squadre di media-bassa classifica. Sono state squadre molto toste da affrontare: si chiudono molto dietro e sono pronte a farti male in contropiede. Non è stato semplice, ma anche questo credo abbia contribuito alla mia crescita. Credo che ai playoff saremmo potuti arrivare tranquillamente, ma poi nell’eventuale fase finale sarebbe stato tutto diverso. Avendo avuto la fortuna di vincere un campionato regionale, posso dire con certezza che dalle fasi finali in poi inizia un’altra stagione.

Come giudichi la tua stagione? Raccontami il momento più bello e, se ne hai uno, quello meno bello.

La mia stagione credo sia stata molto positiva, forse anche un gradino sopra di quella durante la quale vinsi il titolo con la Pro Sesto. Premetto che quest’anno le motivazioni erano davvero alte, soprattutto perché dovevo guadagnarmi una chiamata da squadre professionistiche. Fin dalla preparazione atletica, gestita in modo ottimale da Federico Frazzetto, mi sono sentito davvero molto in forma. Ho giocato tante partite ad alto livello, dunque sono davvero contento. Di momenti più belli ne ho due. Il primo è il gol alla Pro Sesto al Breda: è stata un’emozione incredibile segnare alla mia ex squadra, nonostante la sconfitta. Il secondo è il primo gol in maglia Aldini all’esordio contro la Cedratese: anche in quel momento ho provato un’emozione fortissima. Il momento peggiore è stato l’infortunio durante uno stage in Rappresentativa, il quale mi ha costretto a stare fermo una settimana.

Il Covid-19 ha fermato anche il Torneo delle Regioni. La Rappresentativa Under 17 è apparsa sin da subito un grandissimo gruppo. Cosa mi dici di questa esperienza?

Quella di quest’anno era senza dubbio la formazione più forte con la quale io abbia mai giocato, essendo nel giro delle rappresentative da tanti anni. Eravamo una squadra molto completa, e il tecnico in poco tempo è anche riuscito a formare una bella squadra. Al torneo delle Regioni saremmo stati sicuramente tra i favoriti. In mezzo al campo, oltre a me, c’erano Latini, Pelà e Mutinelli. Davanti c’era Berra che era in gran forma e dietro Becherini: eravamo una squadra davvero completa.

Di ruolo sei un regista basso: quali credi siano le caratteristiche che il playmaker perfetto dovrebbe avere?

Sono un regista ma all’occorrenza posso anche adattarmi a fare la mezzala e il trequartista. Questo ruolo comunque mi piace molto e mi permette di toccare molti palloni. La caratteristica fondamentale è farsi trovare sempre nel vivo del gioco. Serve inoltre una visione periferica di tutto il campo: bisogna controllare, prima che ti arrivi il pallone, la posizione di compagni e avversari. Serve inoltre la cattiveria di riuscire ad arrivare per primo sulle seconde palle, e ciò ti permette di guadagnare un tempo di gioco sugli avversari. Il centrocampista moderno credo debba abbinare rapidità, velocità, inserimento senza palla, tecnica e visione di gioco.

Facciamo ora l’identikit di Sberna: come ti descriveresti? Riusciresti ad individuare un tuo pregio e un lato in cui puoi ancora migliorare?

Come caratteristica principale credo di avere la personalità. Anche nelle difficoltà infatti riesco ad uscirne nel migliore dei modi. Dopodiché credo di avere una buona visione di gioco e una buona tecnica di base, doti coltivate con il passare del tempo anche grazie ai sette anni passati all’Inter. Da qualche anno sono cresciuto anche fisicamente, e questa caratteristica per un centrocampista centrale è sempre qualcosa di importante e fondamentale. Devo invece migliorare nella rapidità nei primi metri, ma ci sto lavorando anche con il mio preparatore.

C’è un giocatore al quale ti ispiri?

Dico Sergio Busquets. A mio avviso siamo giocatori simile, con grande tecnica e ottime doti fisiche. E’ un giocatore davvero formidabile, che assieme a Xavi e Iniesta ha fatto la fortuna del Barcellona degli ultimi due decenni. Lo reputo, assieme a Pirlo, uno dei registi più forti di sempre. Mi sta appassionando anche l’ascesa di Sandro Tonali. Per migliorarmi guardo spesso video su YouTube per cercare di capire dove e come migliorare.

Come racconteresti il calcio a un bambino che si approccia per la prima volta a questo mondo?

Il calcio è passione, e credo sia bellissimo spiegare a un bambino tutti i valori che ti fornisce il calcio. Dal rispetto per i compagni, a quello per gli avversari e per il tecnico. Poche altre discipline ti insegnano tutto questo. Per questo il calcio è unico. Lo sport più bello al mondo, che ti regala emozioni indescrivibili.

Qual’è il ricordo più bello che hai legato al calcio?

Il ricordo più bello risale a quanto avevo sette anni, ovvero quando sono andato a giocare all’Inter. Ricordo che fu una gioia immensa, considerando che sono interista da quando sono nato. Ricevere la chiamata dalla squadra del tuo cuore è un’emozione davvero unica, che forse solo il calcio riesce a darti. Rimanere fino alle giovanili all’Inter è stato molto importante per la mia crescita, sia dal punto di vista tecnico che dal punto di vista umano ed etico. Parliamo di uno dei settori giovanili più importanti di tutto il mondo.

Hai un sogno legato al calcio?

Il mio sogno più grande è trasformare la mia passione nel mio lavoro. Da quando ho quattro anni faccio numerosi sacrifici, per esempio andare a dormire presto e non uscire mai la sera. Io sono dell’idea che quando ci si fissa un obiettivo si debba dare davvero tutto per raggiungerlo. Finché ci sarà la possibilità, io darò il 150 per cento per raggiungerlo: voglio vivere di calcio. Non sarebbe neanche tanto lavorare, visto che per me il calcio è tutto. Sarebbe bellissimo poter far smettere di lavorare i miei genitori, soprattutto mio papà. Si sbatte sempre e si fa un gran mazzo dalla mattina alla sera. Sarebbe bello riuscire a farlo smettere di lavorare e farlo riposare un po’.

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