9 Agosto 2020 - 11:32:53

Ponte San Pietro Under 17: alla scoperta di Luca Mascaro, giovane condottiero dei biancoblù

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Ci spostiamo più a est, precisamente in casa Ponte San Pietro Under 17. Nella puntata di oggi conosceremo meglio Luca Mascaro, giovane tecnico dei classe 2003 biancoblù. Con l’allenatore abbiamo affrontato il momento attuale di sospensione dei campionati, parlando anche del prossimo futuro e del suo passato glorioso.

Ciao mister, come stai? Come hai passato questi mesi?
Ciao Andrea! Innanzitutto vi ringrazio per il tempo che mi è stato dedicato e saluto tutti i lettori di Sprint & Sport. In questo momento mi sento di dirti che sto molto bene, pian piano, calcio a parte, stiamo tornando alla normalità ed è una sensazione molto piacevole. In questi mesi molto duri, in cui fortunatamente né io né i miei familiari abbiamo avuto problemi, inizialmente mi sono fatto una bella cultura cinematografica, visto che ormai la tecnologia ci permette di vedere e rivedere tutto quello che vogliamo. Poi da quando era possibile uscire, ho fatto spesso delle belle camminate di diverse ore nelle nostre bellissime zone, piene di paesaggi e percorsi da toglierti il fiato. Diciamo che, per quanto mi riguarda, il lato positivo di questo momento è stato quello di riscoprire il territorio in cui vivo!

Ti manca il campo? Qual è l’aspetto di questo sport che ti manca di più?
Il campo manca, manca tanto. Manca soprattutto la quotidianità del rapporto con i ragazzi, con i collaboratori ed i dirigenti. Manca l’adrenalina della partita, mancano le arrabbiature per un errore e le gioie per un gol. Diciamo che globalmente mi manca tutto quello che è riconducibile all’aspetto calcistico che è parte integrante della mia vita: proprio per questo mi sento di dirti che ciò che mi manca di più sono gli amici, perché il calcio ti permette di creare rapporti forti e solidi che si mantengono nel tempo e che sono alla base del nostro amore per questo sport.

Hai sentito spesso i tuoi ragazzi? Come credi abbiano vissuto loro questo stop?
Con i ragazzi ci siamo sentiti spesso, sia in conference-call che sul gruppo WhatsApp della squadra. Inizialmente, pensando che la situazione che si era venuta a creare fosse di breve durata, l’abbiamo presa forse un po’ alla leggera. Poi abbiamo iniziato a capire che probabilmente questo maledetto virus ci avrebbe tolto la passione più grande e allora abbiamo iniziato a darci degli appuntamenti fissi in chat, una volta a settimana, e abbiamo iniziato a mandare dei programmi di lavoro ai ragazzi, oltre ad aver deciso di lanciare delle Challenge settimanali ai nostri giocatori. Sicuramente non è stato bello per i ragazzi passare questo periodo chiusi in casa perché, sopratutto a questa età, hanno bisogno di ritagliarsi i propri spazi, vivendo e sbagliando facendosi le ossa con esperienze importanti. L’aver tolto loro le due componenti più importanti della loro vita sociale (scuola e calcio) deve essere stato davvero duro. A tal proposito abbiamo fatto svolgere un lavoro ai nostri ragazzi, raccogliendo le loro testimonianze in una sorta di libro ricordo di questo periodo, che vale la pena leggere!

In che condizioni si potrà tornare a settembre a giocare? Saresti spaventato a farlo senza un vaccino?
Sento spesso parlare di date per la ripresa ma, obiettivamente, non ho le competenze per poter dire la mia. Ci sono medici ed esperti che hanno dedicato tempo e studi per questo, penso sia giusto far esprimere loro a tal riguardo, anche perché ci sono troppe situazioni delicate da trattare al momento. Parlo di protocolli da seguire, la responsabilità nei confronti dei presidenti o di chi esercita sul campo. Credo che l’obiettivo primario debba essere quello di far riprendere le scuole perché non possiamo permetterci di non fornire un’adeguata istruzione ai nostri ragazzi, di tutte le fasce d’età. Solo quando saremo riusciti a dar loro questa possibilità, potremo finalmente parlare di una ripresa per il settore calcio e sport in generale: penso che questo dramma ci abbi fatto capire quelle che sono le reali priorità nella vita di tutti i giorni.

Campionati finiti, ma si aspetta ancora per capire in che modo tra promozioni e retrocessioni. Qual è la tua opinione a riguardo?
Sicuramente avremmo voluto tutti finire il campionato anche perché stavamo per entrare nel vivo della stagione, ma vista la situazione che si è creata era inevitabile che la decisione finale ricadesse su di una scelta del genere. Per quanto riguarda le modalità mi viene da ridere, almeno per quanto riguarda il settore giovanile: ormai si sentono tutti i giorni pseudo dirigenti, dopo una sconfitta, dire che il risultato non conta e che l’unica cosa importante è la crescita dei ragazzi. Poi ci ritroviamo in una situazione come quella attuale e si pensa a promozioni, investimenti per vincere e conquistare categorie, media punti e quant’altro. Sono dell’idea che servirebbe un po’ di pulizia, soprattutto nel settore giovanile. Per quanto riguarda le prime squadre invece, il discorso è diverso e ben più ampio.

È stato il primo anno degli élite: promossi o bocciati? Che campionato hai visto?
Personalmente penso che la riforma dei campionati con l’introduzione dei campionati Under 17 e Under 15 Élite sia stata un notevole passo avanti nell’offerta formativa che viene data ai ragazzi. Mi spiego meglio: come nella vita di tutti i giorni, anche nello sport incontriamo ostacoli e problemi più o meno duri da affrontare, sta a noi metterci in gioco e cercare di migliorarci per superarli. Il potersi confrontare con avversari molto preparati e con società di alto livello può solo che essere un grande stimolo per i ragazzi per ambire ad un miglioramento personale importante.

Passando alla vostra stagione, come giudichi l’annata dei tuoi 2003 fin quando si è giocato?
Devo dire che l’annata, per quanto mi riguarda, è stata estremamente soddisfacente. Dopo le prime settimane in cui ho iniziato a conoscere i giocatori e loro hanno iniziato a conoscere me, è stato un crescendo continuo. Non nego che ci siano state parecchie difficoltà e momenti duri, ma dall’altra parte ho trovato un gruppo di ragazzi davvero molto disponibile, sensibile ed attento. Abbiamo lavorato molto cercando di concentrarci sulla crescita ed il miglioramento del singolo, per formarlo e prepararlo ad un eventuale salto in prima squadra. Per questo devo ringraziare il mio staff che è sempre stato presente e disponibile nel condividere il lavoro da svolgere con i ragazzi.

Che gruppo hai creato nello spogliatoio? Parlando del loro futuro, c’è qualche giovane già pronto per il grande salto in prima squadra?
Devo dire che il gruppo è molto unito, c’è molto affiatamento tra di loro ed il merito non è sicuramente mio. Ho avuto la fortuna di poter gestire un gruppo di ragazzi che sono anche molto amici fuori dal campo, persone serie e responsabili che sono riuscite a portare in campo l’affiatamento che avevano anche fuori. Per quanto riguarda la prima squadra, penso si debba fare un distinguo: parliamo spesso di giovani da far giocare e poi molto spesso li si brucia per la troppa fretta di metterli in campo. Penso che di ragazzi pronti per giocare in serie D a 16/17 anni ce ne siano davvero pochi e che quei pochi giocherebbero sia che ci fosse sia che non ci fosse la regola degli Under. Piuttosto penso che il nostro compito come allenatori sia quello di preparare i ragazzi ad essere pronti ad allenarsi con la prima squadra che è ben diverso dall’essere pronti a giocarci. Sotto questo punto di vista penso che ci siano diversi elementi pronti a fare questo salto, saranno poi gli allenamenti ed il campo i loro giudici.

Cosa significa essere parte del Ponte San Pietro? Che tipo di società è?
Il Ponte San Pietro è prima di tutto una seconda casa ed una grande famiglia. Ho la fortuna di essere parte di una società che ha fatto la storia del calcio dilettantistico Lombardo, e che dal 1910 da la possibilità a tantissimi giovani di praticare la loro più grande passione. Oggi come 110 anni fa la società mette al centro del proprio progetto i giovani, puntando su di loro fin da piccoli, trasferendogli valori importanti che li accompagneranno nel corso della loro vita sia dentro che fuori dal campo. Penso che l’emozione di giocare allo stadio Legler, che l’amico Fabrizio Pirola ha ribattezzato “lo Wembley della bergamasca”, sia qualcosa di unico e straordinario, il sogno di ogni bambino che si iscrive alla nostra scuola calcio.

Pur essendo molto giovane, hai dietro una gran carriera tra i regionali: raccontaci l’annata magica alla Stezzanese.
Alla Stezzanese devo tanto, soprattutto perché mi ha accompagnato per diversi anni nel mio percorso calcistico. L’annata a chi fai riferimento tu è il 2013/2014 e io ero l’allenatore dei Giovanissimi Regionali A. Il gruppo dei 1999 era un ottimo gruppo, ma mai nessuno si sarebbe aspettato una cavalcata del genere: dominammo la regular season con prestazioni eccellenti e con numeri impressionanti. Nelle fasi finali eliminammo il Bresso ai quarti di finale ed il favoritissimo Alcione di Tonani (campione in carica) in semifinale: in quella doppia sfida offrimmo due prestazioni di livello davvero importante contro avversari davvero di qualità. Mi ricordo ancora i vari Festinese, Lipari, Tremolada, Zampiero. Purtroppo cedemmo di misura in finale al Breda di Sesto San Giovanni contro l’Accademia Inter di Lasalandra, squalificato in finale, guidata in quella partita dall’amico Matteo Orlandini. Nonostante la sconfitta ed il rammarico, uscimmo dal campo a testa altissima, consapevoli del gran lavoro fatto durante la stagione e del fatto che per la prima volta in più di ottant’anni di storia la Stezzanese raggiunse una finale regionale.

C’è una scelta che rifaresti altre cento volte e una che, se potessi, non rifaresti?
Rifarei tutto le scelte che ho fatto negli anni perché, in quel momento, per me erano la cosa giusta da fare. Sono una persona a cui piace fare di testa propria e sbagliare di testa propria, penso che sia una componente fondamentale per chi ricopre un ruolo importante e delicato come quello di allenatore. Penso di aver fatto tante scelte giuste ma anche tante sbagliate, ma in entrambi i casi ho sempre ragionato con la mia testa.

Qual è il ricordo al quale sei più legato come allenatore?
Di ricordi ce ne sono tanti. Tanti ragazzi e tante persone che mi hanno dato tanto dal punto di vista sportivo ed umano, che porterò sempre con me. Se proprio devo citarne uno, voglio citare una parte di un messaggio ricevuto da un ragazzo del 2002, che quest’anno ha esordito da titolare in prima squadra nel derby contro la Virtus Ciserano Bergamo, che diceva “Non ho mai sentito un mister così vicino e non ho mai smesso e mai lo farò di chiamarti con questo nome, perché per me resterai sempre il mio mister. Ti voglio bene e ti auguro il meglio.” Queste sono le soddisfazioni più grandi che un allenatore possa ricevere.

Hai un sogno nel cassetto?
Di sogni nel cassetto veri e propri non ne ho, diciamo che ho un obiettivo ben chiaro, quello di cercare di migliorarmi di anno in anno per poter proseguire nel percorso sportivo iniziato ormai otto anni fa con i Giovanissimi della Stezzanese e che è proseguito nella gloriosa piazza di Ponte.

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