14 Aprile 2021

Borgosatollo Under 19, dal CSI ai regionali, la grinta di Montini: «Senza cattiveria agonistica non si va da nessuna parte».

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Allenatore partito dal basso ma con grandi traguardi, questa è la storia di Gianluca Montini, l’attuale tecnico del Borgosatollo. La Juniores è la sua dimensione ideale ma tra qualche anno potrebbe stuzzicarlo l’idea prima squadra. Dalla sua Montini ha sicuramente carisma e leadership, caratteristiche che gli valgono la nomea di allenatore sanguinario e tosto, per un percorso in panchina che è ancora tutto da scrivere.

Ci racconta qualcosa della sua carriera di allenatore? Da dove ha iniziato?

«Ho giocato a calcio seppur a livelli modesti, e quando ho smesso ho scelto di intraprendere questa carriera quasi per gioco. Le primissime esperienze in panchina le ho fatte al CSI, ormai una decina d’anni fa, quando insieme agli amici di sempre decidemmo di dar vita ad una società dilettantistica amatoriale di calcio a 7, la Nova Imperia a Rezzato, della quale ho fatto parte per qualche anno da giocatore a fine carriera, per poi provare attratto dalla panchina a dirigere allenamenti e partite. Ho scoperto di divertirmi molto anche da bordo campo, e insomma su quel campetto di un oratorio ho capito che avrei intrapreso la strada da allenatore. In quegli anni il Rezzato ci propose di far parte della loro famiglia aprendo alla costruzione di una squadra amatoriale ma ad 11 giocatori e per un paio di stagioni ne fui il tecnico, con discreti risultati. Questa esperienza è stata il trampolino di lancio per approdare in Figc. Ovviamente partendo da Rezzato, dove sono cresciuto, e dove l’allora Patron Sandro Musso decise di affidarmi la squadra dei Giovanissimi. Prima metà di stagione molto sofferta, grandi difficoltà, ma la Società credette in me permettendomi di arrivare in fondo a quella stagione che culminò con un secondo posto in campionato e la vittoria del Torneo Internazionale. La stagione successiva fui chiamato al Calcio Ghedi, dove portai subito la squadra dei Giovanissimi provinciali ai Regionali e la mia personale stagione fu premiata dai Dir. Sportivi Bresciani con una splendida targa commemorativa. Passai poi all’ AC Ghedi 1978 per tre anni, tra Giovanissimi ed Allievi, costruimmo un grande gruppo dentro e fuori dal campo, l’affiliazione con il Milan portò grande professionalità e crescita, furono anni importanti. Ero pronto per una squadra Juniores, che a Ghedi non c’era, così colsi al volo l’occasione che mi dette l’ Ac Borgosatollo che nella figura di Mario Montorfano scelse me per guidare la Juniores Regionale B promossa pochi mesi prima. La stagione culminò con la retrocessione ai play out contro la Castellana, ma il mio lavoro venne riconosciuto da tutti all’ interno della Società e la fiducia rimase intatta anche per la stagione seguente. Ripartendo dal campionato Provinciale riuscimmo a fare una cavalcata impressionante ed alla fine vincemmo il campionato, siamo riusciti a riportare la squadra dove era giusto che fosse. A Settembre eravamo ripartiti così dai Regionali, ma come ormai tutti sanno, questa stagione non è mai decollata, siamo ai box in attesa di tempi migliori».

Qual è il suo obiettivo come allenatore?

«Mi piace molto allenare nel settore giovanile, credo che Allievi e Juniores siano le categorie a me più indicate. Probabilmente, prima o poi però vorrei avere una panchina di una prima squadra, la categoria mi interessa poco ma ho bisogno di confrontarmi con quel tipo di calcio. Ai miei ragazzi insegno in primis la professionalità. Pretendo ordine, pulizia, puntualità, correttezza, educazione e rispetto. Tutto il resto in campo si aggiusta, ma fuori dal campo deve essere così, altrimenti non andiamo d’accordo».

Dove spera di essere tra 10 anni?

«Non è facile pensarci ma secondo quanto espresso in precedenza, mi vedo su una panchina di una prima squadra. Certo è che se anche fosse ancora una panchina di settore giovanile non mi strapperei i capelli. Conoscendomi però sarò dove vorrò essere, perché quando mi do degli obiettivi faccio di tutto per raggiungerli. Una cosa è certa e posso metterci la mano sul fuoco, di sicuro non sarò sul divano di casa».

Si ispira a qualche grande allenatore?

«Non ho idoli in panchina ma mi piacciono i sanguigni in generale, gli allenatori che si fanno sentire, che vivono la gara intensamente e non mollano mai. Io anche oggi da allenatore, torno a casa distrutto dopo una partita, è come se l’avessi giocata pure io e credo che questo spirito o lo hai dentro o non lo avrai mai. Se proprio devo farti qualche nome metto sicuramente Klopp, Simeone, Conte, Gattuso e l’eterno Carlo Mazzone, quegli allenatori che sono capaci di trasmetterti la loro grinta e la loro passione».

Che tipo di calcio preferisce e cerca di proporre?

«Non vivo il ruolo da stratega o da inventore. Penso che la bellezza del calcio stia nella sua semplicità, quindi mi affido all’ ordine ed al rispetto delle mansioni in linea generale. Odio il possesso palla fine a se stesso, mi piace che la mia squadra si sappia muovere bene quando la palla non ce l’ ha e che arrivi rapidamente sulla trequarti avversaria per poi sviluppare i movimenti offensivi. Mi piace avere sempre un mediano di raccordo e quindi superiorità numerica in mezzo al campo, per il resto sono abbastanza malleabile nelle idee, il modulo lo fanno le caratteristiche dei giocatori. Una cosa sola è imprescindibile: il sangue negli occhi. Ai miei ragazzi spesso chiedo anche scherzando di essere “cattivi” anche sotto la doccia, perché nel calcio l’agonismo e la cattiveria sportiva sono tutto».

La qualità imprescindibile per un allenatore?

«In questi 9 anni di settore giovanile ho avuto tanti, ma davvero tanti riconoscimenti, da genitori, giocatori e addetti ai lavori, e credetemi, certi messaggi, certe parole, valgono davvero più di un campionato. La stima che la gente ha nei miei confronti è la più grande soddisfazione. Io credo di essere un allenatore serio, sono un esempio per i miei giocatori, quello che dico lo faccio, sono leale e credibile. Probabilmente queste ultime due caratteristiche sono imprescindibili per fare l’allenatore perché se inganni i tuoi giocatori o se capiscono che non sei credibile è meglio cambiare mestiere».


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