9 Marzo 2021

La Dominante Under 19, capitan Lettieri: «Non devi mai sentirti arrivato, devi continuare a impegnarti per migliorare te stesso»

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Dai primi calci tirati a un pallone all’età di quattro anni e mezzo fino all’esordio dello scorso ottobre con la prima squadra, indossando sempre e soltanto una maglia, quella de La Dominante. Questa la storia ancora in procinto di scrittura di Lorenzo Lettieri, capitano classe 2002 della formazione Under 19 allenata da Gianluca Ibba e cresciuto con i colori neroazzurri stampati sulla pelle, sostituiti soltanto da quelli della Rappresentativa di Monza nel corso dei tre anni che lo hanno visto protagonista anche lontano da casa. Giocatore duttile principalmente sulla fascia destra del campo, dove si è spostato da esterno avanzato fino addirittura a terzino, Lettieri si è sempre messo in mostra per spirito di sacrificio, dedizione al lavoro e personalità da leader sia dentro che fuori dal campo, mettendo inoltre a segno dei gol pesanti non solo con La Dominante, ma anche con la Rappresentativa, contribuendo al raggiungimento del titolo di Vicecampioni di Lombardia nel maggio 2019.

Dove muovi i tuoi primi passi da calciatore e che esperienze hai vissuto prima di approdare nell’Under 19?
«Ho iniziato a giocare qui sin da quando ero piccolo e non ho mai cambiato squadra nel corso della mia carriera. Sono sempre stato fedele alla maglia perché mi sono sempre trovato bene con i compagni e considero la società una delle più importanti sia a livello di Monza che della Lombardia. Sono legato con il cuore a questa società, ho passato più di metà della mia vita in questo centro sportivo e ho visto cambiare tante cose, ma la mentalità è rimasta sempre la stessa. Ovviamente se in futuro ci saranno delle novità a livello professionistico le prenderò in considerazione, ma penso che La Dominante sia un’ottima squadra sia a livello provinciale che regionale. In passato, invece, ho fatto anche tre anni con la Rappresentativa di Monza di cui il primo sotto la guida di Maurizio Galli, allenatore che stimo molto perché ha creduto in me sin da subito e che purtroppo ci ha lasciato l’anno scorso. Quella volta siamo usciti agli ottavi di finale contro il Milano, però è stata una bellissima esperienza che mi porto ancora nel cuore sia dal punto sportivo che di vita. In occasioni come quella si impara a conoscere persone che solitamente dentro il campo sono tue avversarie, ma lì si è tutti assieme tra colleghi e amici e devi ambire a raggiungere il massimo livello cercando di aiutare quelli che sono dei nuovi compagni. Dopodiché sono stato chiamato in altre due occasioni e ho avuto come allenatore Clemente Gargioni. Lo ringrazierò sempre perché mi ha dato anche lui molta stima, che ho cercato di ripagare nel secondo anno con più o meno un gol a partita e nel terzo dando il mio contributo con il rigore decisivo nella semifinale contro il Brescia. Arrivati in finale abbiamo perso contro il Bergamo, ma ci siamo comunque laureati Vicecampioni, che è buon titolo. Sono molto contento del mio passato e rifarei tutto, come dico sempre, però, sia nel passato che nel presente non c’è un momento in cui devi sentirti arrivato, ma devi continuare a migliorarti».

Hai già avuto modo di entrare nel circolo della prima squadra?
«Sono stato convocato soprattutto quest’anno e ho fatto l’esordio nell’ultima partita di campionato prima che chiudessero tutto a causa dell’emergenza Covid. Mi sono trovato molto bene, rapportarsi con i più grandi è molto importante sia dal punto di vista caratteriale che sportivo. I ritmi sono diversi, più elevati, e giocando all’interno di una squadra di primo livello puoi capire anche quale sia il tuo».

In che ruolo giochi e che tipo di calciatore sei?
«Penso di potermi definire un giocatore abbastanza duttile. Tre o quattro anni fa, quando eravamo nei Regionali Fascia B, ho giocato come terzino destro perché abbiamo avuto tanti infortuni e un nostro compagno ha smesso di giocare. Mi sono adeguato e alla fine mi sono trovato bene, successivamente però ho fatto anche la prima punta e in questo ruolo ho fatto una delle mie migliori prestazioni segnando una tripletta contro il Seregno, poi ho giocato anche da esterno di centrocampo, basandomi sempre sulla mia velocità, il fisico e il tiro da fuori. In questi ultimi anni, soprattutto questo e lo scorso, ho fatto il laterale nell’attacco a tre giocando principalmente a destra per calciare da fuori con il destro».

Da quanto tempo sei capitano della squadra? Cosa vuol dire per te avere la fascia al braccio?
«Quando ero piccolo si faceva a turno per divertirsi, poi sono stato capitano per un paio di anni a livello agonistico. Nel corso delle stagioni, con il cambio di alcuni tecnici, ho lasciato la fascia senza alcun problema ad altri compagni perché bisogna rispettare le scelte dei propri allenatori. Sono tornato a ricoprire quel ruolo sotto la guida di Matteo Parma, poi quando sono arrivato in difetto d’età nella Juniores la fascia è andata a un compagno più grande di me, mentre quest’anno sono ritornato capitano. Avere la fascia non è un compito facile, ma è un simbolo che ti dà ancora più voglia e forza di non mollare. Richiede anche una certa responsabilità dal punto di vista educativo e calcistico. Se un compagno commette un errore penso sia giusto inizialmente farglielo notare, ma subito dopo bisogna battergli il cinque e incitarlo per far sì che abbia la sua rivincita con se stesso. Sono molto fiscale anche su eventuali cali psicologici perché penso che ognuno debba dare sempre il massimo, a prescindere dai minuti a disposizione. Da piccoli si giocava più per divertimento che per passione, poi dopo gli 11 anni ho capito che il calcio è la mia vita e che voglio costruire qualcosa di importante. Detto ciò penso che in questo sport per raggiungere un obiettivo bisogna farlo essendo uniti e stimolandosi l’un l’altro. Bisogna darsi la carica a vicenda e per farlo, dopo che l’allenatore dà le ultime indicazioni negli spogliatoi, ci riunisce tutti e io dico due o tre cose su quella determinata partita per affrontarla al meglio dal punto di vista tattico e caratteriale, o anche solo per incitare i miei compagni. Come negli spogliatoi così in campo, non in quanto capitano, ma come calciatore, cerco di spronare tutti a dare il massimo, anche se mi rendo conto che devo farlo io in primis per dare il buon esempio. Avere la fascia è anche sinonimo di orgoglio perché spesso sono stato scelto dai voti degli altri ragazzi, anche di quelli nuovi, sui quali conta molto la prima impressione, quindi sono orgoglioso di avere la fiducia dei miei compagni e del mio allenatore e farò di tutto per ripagarli».

Hai qualche modello di capitano a cui ti ispiri? E come calciatore invece?
«Come capitano onestamente non ho un modello, ma una persona a cui mi ispiro dal punto di vista caratteriale è Ibrahimovic perché parla sempre di stimolazione. Un calciatore per vincere ed essere concentrato deve avere stimoli e spirito di sacrificio, ma anche la giusta cattiveria agonistica. E’ importante allenarsi con il massimo impegno e dare tutto in settimana perché poi in partita viene tutto più semplice. A livello di personalità mi sono piaciuti molto anche Baresi e Maldini, mentre come calciatori i punti di riferimento sono Kakà e Cristiano Ronaldo. Il primo perché con la sua semplicità ha fatto molto della sua carriera. Ha sempre dato il suo contributo correndo dal primo all’ultimo minuto, senza mai strafare e con la sola semplicità del pallone. Cristiano Ronaldo invece mi piace da quando avevo 5/6 anni per la sua mentalità dentro e soprattutto fuori dal campo. Si è costruito molto curando i dettagli anche al di fuori del terreno di gioco, infatti io oltre agli allenamenti con la squadra mi alleno sempre una o due volte in casa o andando a correre per migliorare me stesso. Seguo anche una dieta specifica per cercare di essere il più dinamico possibile».

Quest’anno avete incontrato qualche difficoltà in Coppa, ma poi in campionato siete partiti molto bene e siete stati fermati soltanto prima del big match con la Manara. Cosa ne pensi di questo avvio?
«Questo inizio di stagione l’abbiamo vissuto con voglia e dedizione perché erano 4/5 mesi che non ci allenavamo. Abbiamo fatto il ritiro tra agosto e settembre e, avendo cambiato allenatore, è stato difficile prendere la sua impronta. Quando un nuovo tecnico arriva ha le sue idee ed è giusto che le esprima, però ci vuole il giusto tempo per apprendere ciò che ci vuole insegnare e noi questo abbiamo fatto. Le prime partite, soprattutto quelle di Coppa, non sono andate come speravamo, ma ci sono servite per crescere sotto l’aspetto dell’atteggiamento, dei cali di attenzione tra un tempo e l’altro e dal punto di vista tattico. Abbiamo provato vari schemi diversi e alla fine abbiamo optato per uno semplice, ma con delle linee di gioco e altri schemi al suo interno che l’allenatore ci ha richiesto e che abbiamo messo in pratica fin dalle prime partite. In particolar modo, quelle di campionato sono andate bene perché abbiamo capito come essere squadra e abbiamo fatto ciò che ci chiedeva l’allenatore. L’ultima sfida è andata male perché abbiamo fatto un passo indietro dal punto di vista dell’atteggiamento. Abbiamo iniziato con un ritardo di 10/15 minuti perché mancavano i palloni e le bandierine e forse abbiamo pagato quel calo di attenzione, ma non dovrà più succedere. La partita poi si è subito messa sui binari sbagliati, eravamo molli e poco convinti».

Dopo una complicata stagione come la scorsa, qual è il vostro obiettivo per quest’anno?
«L’anno scorso è stato molto complicato, abbiamo avuto molte difficoltà nel recepire ciò che il nostro allenatore ci chiedeva e molti ragazzi forse non avevano la giusta testa e cattiveria agonistica per poter ambire a qualcosa di buono a livello di classifica e di gioco. Non eravamo la squadra che siamo ora, non c’era spirito e molti ragazzi erano svogliati, probabilmente mancavano gli stimoli che dovevano essere dati dal tecnico, dalla società e soprattutto da noi stessi, e infatti si è visto nelle partite. Poi ovviamente in un campionato di livello regionale tutte le squadre sono ostiche e non si possono avere cali di testa o fisici, bisogna essere concentrati dalla prima all’ultima partita, ma anche questo è il bello di una competizione del genere. Per la nuova stagione, invece, il nostro primo obiettivo era fare bene dalla prima partita di campionato e ci siamo riusciti. Nonostante il pareggio finale, abbiamo visto che potevamo essere una squadra più forte di quello che dimostrava il risultato. Da lì in poi, al termine di una partita pensavamo subito a quella successiva e siamo riusciti a collezionare due vittorie consecutive, fino all’ultima, che purtroppo abbiamo perso. A inizio campionato bisogna capire che squadra si è e cosa si vuole essere, darsi una propria identità e pensare una sfida alla volta, poi chiaramente quando le giornate saranno poche si darà un occhio alla classifica per capire se cercare di arrivare in alto o il più in alto possibile».

Cosa ne pensi invece di questo ennesimo stop e di una possibile ripresa?
«Guardando i telegiornali si è visto che la situazione è peggiorata tra settembre e ottobre, mentre ora sembrerebbe stabile. E’ ovvio però che noi è più o meno un anno che effettivamente non giochiamo a calcio ed è davvero un brutto periodo per lo sport in generale. Per quanto riguarda noi giovani praticare uno sport all’area aperto penso sia la cosa più salutare possibile e ci è stata negata. Durante il lockdown io mi sono allenato più volte al giorno per molti giorni per tornare in campo più pronto degli altri e poter riprendere nel migliore dei modi, cosa che in parte è avvenuta perché abbiamo fatto quasi due mesi in campo, ma penso che il calcio, essendo all’aperto a differenza di altri sport come il basket e la pallavolo, poteva avere qualche attenzione in più. Secondo me si poteva creare una sorta di controllo delle società, soprattutto per le competizioni di prima squadra, Juniores e magari Allievi, che hanno già fatto molti sacrifici e ora sono negli anni più importanti. Era più giusto mettersi d’accordo con le cliniche e far sì di avere uno screening delle partite, piuttosto che essere etichettati come “lo sport è ciò che ingrandisce di più la pandemia”, perché secondo me non è vero. Ovviamente la situazione non va sottovalutata, però di contro penso che dovremo conviverci e riprendere utilizzando la testa e prendendo tutte le precauzioni. Bisogna ripartire sia per un aspetto fisico che psicologico e sociale, io sto avendo molte difficoltà e mi dispiace non poter fare ciò che amo di più. Con le giuste precauzioni e il buon senso lo sport, e soprattutto il calcio, penso possa e debba continuare perché è impossibile che dopo un anno di stop non si sia fatto ancora niente. Si parla soltanto di allenamenti o addirittura di nuove chiusure che impediscono di allenarsi. La ripartenza secondo me richiederà molto, ma sono pronto a fare anche una partita ogni tre giorni».


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