27 Settembre 2020 - 02:39:27
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#Scrivilatuapartita, ma non solo! Come Carameli, inviaci i tuoi racconti legati all’amore per il pallone

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Qualche settimana fa abbiamo creato una Challenge dedicata al mondo Scuola Calcio chiamata #Scrivilatuapartita, invitandovi a mettere su carta i ricordi delle partite che più vi sono state a cuore – sia vostre che dei vostri idoli – oppure, perché no, ad inventarne una, così da sentirci tutti più vicini a quel rettangolo verde di cui tanto sentiamo la mancanza. Questa settimana si è reso protagonista Alfredo Carameli, attualmente allenatore dei Pulcini 2010 all’Ausonia con un passato all’Aldini e al Milan: riceviamo e pubblichiamo i suoi racconti, che prendono una direzione ancora più fantasiosa e introspettiva rispetto alla semplice cronaca e ci trasportano nella mente di un ragazzino agli inizi della sua storia d’amore col pallone.

 

Il primo, ispirato alla celebre La leva calcistica del ’68 di Francesco De Gregori: chi di voi, almeno una volta, non si è sentito un po’ “Nino”?

 

Il suo nome era Nino, ed era un giocatore talentuoso. Il più piccolo, ma il trascinatore della squadra, quello a cui potevi affidare il pallone ed era come metterlo in cassaforte. Ma i rigori no, quelli non li voleva tirare. Ne aveva sbagliati due di fila e la squadra non era stata in grado di recuperare. Eppure quel giorno il capitano era assente, lui sì che era un cecchino di ghiaccio. L’attaccante, con una scusa, finse un dolore al ginocchio. Allora Nino prese il pallone e corse verso il dischetto, il cuore batteva all’impazzata. Decise di metterlo nel suo piede destro, dentro le scarpe. Non guardò in faccia il portiere, le gambe tremavano come fili d’erba prima del temporale. Conosceva una sola finta per ingannare il portiere e non la tradì: indirizzò l’interno del piede a destra ma calciò a sinistra. Quegli undici metri parvero infiniti. Il tempo quasi si fermò, per poi ripartire velocissimo. Il portiere si distese, le sue braccia erano come i tentacoli di un polpo. Si sentì un rumore sordo ma fortissimo: la palla colpì il palo, Nino pensò di aver deluso i suoi compagni. Poi il pallone assunse una traiettoria tanto desiderata ma ormai insperata. La rete si gonfiò e, insieme ad essa, si gonfiò il petto di Nino: era il rigore perfetto, palo e gol!

 

 

Il secondo, un’immersione ancora più profonda nei ricordi d’infanzia. Carameli ha iniziato a giocare, come molti altri, sul campo di un Oratorio: quando si è piccoli, ma si sogna già in grande…

 

Mi ricordo quando ero piccolo e sognavo di giocare con quelli più grandi… fantasticavo perdendomi nei miei pensieri. Pensavo di dribblare il più forte, di fare un sombrero al portiere, di fermare la palla sulla riga e colpirla di testa, in ginocchio, per poi fare gol… poi arrivava la dura realtà! “Sei troppo piccolo e scarso per giocare con noi…” era la sentenza dei più grandi. A testa bassa tornavo nel campetto dei piccoli e cominciavo a dare il massimo, perché a tutti i costi volevo giocare di là, nel rettangolo dove io ritenevo giocassero il vero calcio. E pian piano crescevo, un centimetro alla volta, e mi presentavo al cospetto dei più grandi. Ma non c’era niente da fare… fino a quando un giorno, i grandi cominciarono a contarsi per poter giocare: “uno, due, tre…”, il conteggio si bloccò a nove. Con la coda dell’occhio me ne accorsi e corsi velocemente: “Gioco io, gioco io!” mi feci avanti urlando. Loro si guardarono intorno e alla fine decisero di prendermi con loro. Cominciarono a scegliere … “io prendo lui”, “va bene allora io scelgo lui”. La mia paura più grande era che arrivasse qualcuno a rubarmi il posto. Rimasi solo io e mi sbatterono in porta, ad ogni gol subìto si cambiava portiere. Arrivò il primo tiro e, non so come, non lo feci passare. Poi un secondo e un terzo, alla fine fui bucato da un tiro talmente forte che se mi avesse colpito in faccia non mi avrebbero riconosciuto neanche i miei genitori. Uscito dalla porta, essendo il più piccolo mi misero in attacco, per non fare danni. Mancai due o tre palloni. Sembravano proiettili. Poi ne stoppai uno e lo ripassai al mio compagno che fece gol. “Dammi cinque piccoletto”, quella fu per me un’enorme iniezione di fiducia. Giocavamo ormai da un’ora, probabilmente eravamo venti a ventuno, anche se il conteggio si teneva con un semplice “più uno per noi”… Ero felicissimo, ancora non mi avevano cacciato, però non avevo segnato. All’improvviso, il più veloce di tutti saltò il difensore e arrivò a tu per tu col portiere. L’estremo difensore fu bravissimo a deviare il pallone, che casualmente rotolò verso di me. Lo stoppai con la suola, lo calciai un po’ goffamente verso la porta ed esso lentamente varcò la riga immaginaria, per gonfiare la rete che non c’era. Rimasi stupito, poi i miei compagni corsero ad abbracciarmi. Ero talmente contento che non capii più nulla e mi assentai dalla partita. Finché “Piccoletto sei ancora dei nostri?” mi riportò sulla terra. Poi calò il buio, e corsi a casa. Passarono alcune settimane prima di giocare di nuovo coi grandi, ma quel pomeriggio non lo dimenticherò mai.

 

 

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