14 Aprile 2021

Accademia Milanese Esordienti Misti, Luciano Defronzo racconta la sua vita nella società

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Ha iniziato solo da un anno all’interno della stimatissima società Accademia Milanese, ma Luciano Defronzo, allenatore, anzi “istruttore”, come ama definirsi, ha una lunga carriera alle spalle nel mondo calcistico. Raccontando dei suoi esordi come giocatore da bambino, ricorda come «noi che veniamo dal sud Italia, da un piccolo paesino, non avevamo modo di poter giocare a pallone presso rinomate squadre, ma ci si allenava in oratorio o anche direttamente per strada con gli amici. La passione per il calcio c’è sempre stata in me, fin da quando avevo sei o sette anni: guardavo le partite delle squadre famose e sognavo di diventare anch’io un calciatore da grande, come molti miei coetanei». Il suo paese, Serracapriola, gli ha permesso di muovere i primissimi passi e gli ha infuso l’amore verso questo sport, che si è sviluppato mentre giocava assieme al gruppo di amici con il quale è cresciuto. Poi, per motivi di lavoro, si è dovuto trasferire al nord, a Milano. Successivamente, racconta che quando è diventato padre: «Ho trasmesso anche ai miei due figli la voglia di giocare a calcio, quindi li ho iscritti a questo sport presso società riconosciute. Alla fine, grazie a mio figlio, sono rientrato nel mondo calcistico. Infatti ho vestito i panni del dirigente nella vecchia Naviglio Trezzano e poi man mano sono cresciuto e sono passato ad allenare. Mi sono voluto proprio specializzare; ho fatto il corso presso la FIGC durante l’anno 2003/2004 per poter prendere il patentino. All’epoca, per una società, avere personale patentato era una cosa quasi obbligatoria e rinomata, quindi ci ho tenuto molto a far si di avere tutte le carte in regola. Chi aveva allenatori con il patentino poteva vantarsi di avere diciamo un qualcosa in più, come un fiore all’occhiello, soprattutto nella Scuola Calcio».

Nel suo discorso, Defronzo si definisce sempre istruttore e mai allenatore: questo perché, come lui sostiene, per le categorie che giocano con lui, parlare di allenatore è troppo presto. «Sono un istruttore io, perché credo che la parola “allenatore” la si possa usare quando si ha a che fare con ragazzi più grandi, non con bambini. Io devo insegnare, in primis, le regole, il lato anche analitico del calcio. Quindi non solamente tocchiamo la parte tecnica, ma anche e maggiormente quella morale-educativa, se così possiamo dire». Il calcio, difatti, non è solo quello giocato sul campo, ma incomincia già negli spogliatoi: «Nel sapersi “spogliare”, relazionarsi coi compagni, e tutto quello che c’è dietro il puro insegnamento delle tecniche».

Anche se è solo un anno che Luciano Defronzo è assieme alla società Accademia Milanese sa bene quale sia la filosofia da perseguire e da portare sempre avanti per far sì che i suoi bambini, con cui alla fine ha potuto giocare una sola partita, apprendano i giusti insegnamenti: «Il bambino deve andare in campo e fare l’allenamento divertendosi. Deve avere il sorriso sia all’entrata, che all’uscita dell’allenamento. E questo anche durante le partite, non ci deve essere distinzione. Io sono il primo che scende in campo per vincere, ma alla fine per me il risultato è davvero quello che meno ha importanza a questi livelli».

Ma il pensiero più profondo, che è sempre insito nella mente del tecnico è che i bambini sono tutti uguali: «Non ci deve essere alcuna differenza tra quello che tecnicamente è più avanti ed il bambino che invece fa più fatica. Io ritengo che quello più indietro, sentendo la fiducia di noi istruttori, possa dare molto di più». Inoltre, a livello di gruppo, Defronzo pensa sia giusto che anche il giocatore che risulti essere meno bravo in campo, abbia diritto di avere la palla in partita e che i compagni gliela passino una volta in più, piuttosto che ignorarlo, come spesso accade quando un atleta è meno in gamba; si tende a lasciarlo indietro. I bambini se ne accorgono e ne soffrono: «Per questo l’allenatore deve essere abile a responsabilizzare la sua squadra ed a far crescere i ragazzi nel modo più corretto». Questa è la filosofia che anche la società cerca di perseguire e che l’allenatore porta avanti da quando è entrato nel mondo della Scuola Calcio: «Quando uno è bravo, che inizi dall’oratorio o dalle società più in voga, non conta. Verrà prima o poi notato lo stesso. Per ora gli obiettivi sono altri ed i valori da insegnare sono quelli che poi li aiuteranno a crescere ed a rispettare le persone».

Per quanto riguarda, invece, i vari tornei organizzati dall’Accademia Milanese, seppur l’istruttore non abbia mai avuto la possibilità di parteciparvi, in quanto entrato solamente quest’anno in squadra, ci racconta quello che la società porta avanti da anni. Infatti sappiamo che ad oggi ci sono dei progetti ed iniziative che si ha voglia di organizzare, ma questo sarà un discorso da intraprendere più avanti: «Siamo in zona arancione, oltre agli allenamenti distanziati non è possibile fare molto. I bambini non possono avere ancora un contatto tra di loro. Questo significa che devo evitare alcune situazioni e magari cercare di sbilanciarmi su qualche altro esercizio che non implichi il contatto diretto tra gli atleti».

Una considerazione finale va a quanto il mondo del calcio sia comunque cambiato rispetto ai tempi in cui Defronso era bambino, che ammette: «C’è molta differenza, soprattutto tra i piccoli. Questo perché ritengo che anche i genitori siano cambiati e ciò riflette proprio sul bambino. L’umore del genitore viene comunque trasmesso al figlio, quindi è normale che anche loro lo avvertano. Io, per esempio, il risultato non lo guardo mai. Non nego che sia bello vincere, ma un istruttore deve guardare ad altro. Capire l’avversario che ha davanti, sapere se i propri ragazzi sono o meno pronti a fare determinate cose, deve essere bravo a leggere la partita: già da come gli avversari toccano la palla, deve sapere come andrà a finire la giornata. Ma a quest’età, dai sette ai dieci anni, non si nota poi molto la differenza tra i vari gruppi». Quindi tra i bambini, se una squadra è più avanti o indietro, non è ancora molto evidente come lo sarà, poi, più avanti; per cui è giusto che i bambini facciano i bambini ed i genitori, in questi tempi moderni, non li reprimano con l’ansia di fare bene e di vincere.

Quest’anno Luciano Defronzo tiene una categoria mista 2009-2010, nella società, ma ammette che ha solo nove bambini di cui cinque hanno iniziato a giocare a calcio solo quest’anno, per cui non si sente ancora nei panni di “un vero allenatore”. Con loro ha giocato poco, in campo sono anche bravi, ma ammette che a livello qualitativo non sarà mai come una squadra che gioca insieme già da due o tre anni. I bambini di oggi hanno subìto questo shock del Covid e probabilmente cresceranno in maniera diversa dagli altri, inoltre lui è arrivato solo un anno fa e purtroppo alcuni di loro ancora non si presentano agli allenamenti in quanto i genitori hanno paura di un eventuale contagio. In questo «Non do loro proprio torto, anche se l’allenamento fisico, soprattutto a quest’età, è davvero fondamentale. Per loro giocare è uno svago, dal momento che non si ha più la libertà di cui si poteva godere fino a qualche anno fa».


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