7 Marzo 2021

Alcione Esordienti 2008, il dirigente Luca Bradamante: «Ho scoperto il calcio da adulto e mi sono reso conto di essere un ottimo organizzatore»

Le più lette

Fossano – Borgosesia Serie D: Areco punisce subito, Viassi all’ultimo posto tra sprechi e infortuni in serie

Forse non è davvero l'annata giusta per il Fossano, lo zero a tre subito da una diretta concorrente per...

Fiorentina-Milan Primavera 1: ai rossoneri non basta El Hilali, doccia fredda nei minuti finali

Due squadre rivoluzionate tatticamente dai propri tecnici danno vita ad un match ricco di reti, il quale vede trionfare...

Per gli abbonati del giornale digitale domani, in omaggio, c’è anche Palio Magazine

Otto pagine fitte fitte, un secondo numero da leggere tutto di un fiato. E' Palio Magazine, l'house organ che...

Luca Bradamante, dirigente della Scuola Calcio, annata del 2008, è da due anni in società assieme a suo figlio. La sua carriera da giocatore conta davvero pochi momenti, ma la sua passione del calcio è sempre stata presente. Da adulto si è rivelato un bravo organizzatore, tanto da crearsi una sua personale società, in comune con i suoi compagni di gioco. Da subito è entrato in contatti con le figure che si rapportano in questo mondo e da subito ha saputo effettuare un ottimo lavoro, tanto da essere stato selezionato direttamente come dirigente ufficiale dalla Responsabile Dirigenti dell’Alcione proprio l’anno scorso, dopo un anno di “prova” in cui è stato chiamato solamente per affiancare ed aiutare. Le sue capacità sono state tali che lo staff non se l’è voluto far scappare e gli ha offerto subito un posto di prestigio all’interno della società.

Come si è ritrovato ad entrare nel mondo del calcio ed a diventare, poi dirigente?
«Sono sempre stato un appassionato del calcio, ma ero il classico giocatore così detto “della domenica”. Giocavo sempre a palla con gli amici in strada e nei parchetti, per divertirci insieme all’aria aperta, senza uno scopo in particolare. Lo sport che all’epoca frequentavo era il tennis. Poi verso i 10 anni ho voluto provare ad entrare anche in una società calcistica e mi sono iscritto alla squadra del paese dove vivevo, Segrate. Ho fatto qualche allenamento poi c’è stata la prima partita: me lo ricordo ancora! Praticamente mi è capitato, anzi ho avuto io la bella idea di prendere la palla con le mani e di fare, ovviamente, una figuraccia. Mi sono così vergognato e così risentito che non sono mai più voluto tornare in campo; non lo sentivo come il mio ambiente, ero molto timido ed un sport di squadra mi faceva sentire a disagio. Poi, crescendo, sono cambiato: ora anzi sono io che cerco situazioni in cui si possa stare con più persone, tanto che sono andato a crearmi una squadra personale, creata insieme ad alcuni miei amici. Andavamo una volta a settimana a giocare in campo 7 contro 7, bianchi contro rossi (il nostro gruppo). Poi però non si trovava mai il numero giusto, c’era sempre qualcuno che mancava che mi è venuta l’idea di creare una vera e propria società, organizzata sempre con lo stesso gruppo di amici con cui giocavo in settimana. Lì ho avuto modo di imparare cos’è l’organizzazione di una squadra, parlare con le altre società, creare tornei… tutto il lato amministrativo, insomma. Mi sono proprio scoperto un organizzatore: sono andato io dalla UIST, minore rispetto la FIGC, di carattere dilettantistico, per registrare la nostra squadra nei vari tornei. Poi è nato mio figlio e lui subito ha voluto iscriversi per giocare a calcio. Ha girato qualche società, fino a due anni fa, quando siamo entrambi approdati all’Alcione. L’anno scorso mi hanno chiesto se potevo affiancare uno dei dirigenti, dato che parlando si è venuto a sapere che avevo una certa esperienza alle spalle, fino a quest’anno in cui sono diventato proprio dirigente ufficiale. Qui non è il genitore che si propone, ma è la società che seleziona. La responsabile dei dirigenti mi ha chiamato e fatto questa offerta: non ho potuto rifiutare. Amo fare questo lavoro ma soprattutto a stare in campo con i ragazzi».

Quindi è lei che ha seguito suo figlio e gli ha trasmesso la passione calcistica?
«Diciamo che la cosa divertente è che per entrare in società ho dovuto io chiedere a mio figlio se potevo, poi è stato lui a prendere la decisione. Non volevo metterlo in imbarazzo e fare qualcosa che potesse farlo sentire a disagio. Alla fine lui mi ha “concesso” di poter accettare questo compito, ma specificandomi sempre che quando entriamo in campo, lui è un giocatore come gli altri. Mi ha chiesto, e credo sia giusto, di non essere invadente e di non “fare il padre” quando siamo entrambi in squadra. Ma per me è lui che viene prima: questa è anche una sua passione ed io voglio assolutamente rispettare i suoi spazi. Non voglio farmi prendere troppo la mano e magari creare incomprensioni. Alle volte capita che quelli che fanno i dirigenti si mettano troppo in vista e si mettano addirittura davanti ai bambini, che sono loro i veri protagonisti. Quindi è giusto porsi determinati limiti e rispettare il mio ruolo. Soprattutto lasciare che i ragazzi siano loro stessi senza avere un comportamento ossessivo ed opprimerli, mettendoli quasi in ombra».

Come descriverebbe la filosofia della vostra società?
«Non c’è un regolamento scritto, ma se pensi all’Alcione pensi ad una società che trasmette serietà ed altissima qualità. Il gioco del calcio viene sempre al primo posto. Importante è anche l’educazione dei ragazzi insieme all’aspetto tecnico: qualità del gioco e tutte le sue sfumature come l’aspetto pedagogico. Cerchiamo di far capire cos’è il rispetto anche verso i propri compagni di squadra e verso la società stessa, sia da parte dei ragazzi, che da quella della loro famiglia. In più i nostri ragazzi sono scelti apposta per giocare da noi; la nostra società fa proprio un recruiting fra vari giocatori che vogliono iscriversi da noi. Vengono fatte delle selezioni e si devono superare alcuni provini; se vieni preso anche la famiglia è entusiasta perché conosce la qualità della società. La stessa serietà è richiesta anche nelle amichevoli e durante i vari tornei, non solamente durante il campionato. Noi ci troviamo a scontrarci spesso anche con squadre professioniste e dobbiamo sempre essere all’altezza della situazione».

In questo periodo, siete riusciti ad avere un contatto con i ragazzi e con le loro famiglie?
«Abbiamo provato ad avere un rapporto con loro, ma non è mai sufficiente. Tutti ne soffrono, devo dire; i ragazzi giocano a pallone soprattutto per stare insieme e rimanere all’aria aperta. Fare le cose online è solamente un paliativo, è più per tenere vivo l’interesse ma devo ammettere che l’entusiasmo non c’è. Ho consigliato ai ragazzi di prendere oggetti che si trovano anche in casa, come bottiglie d’acqua, per fare alcuni micro-movimenti o esercizi più impegnativi per chi ha spazio. Soprattutto per le famiglie è importante avere un contatto con noi. L’alcione si è fatta in quattro per affrontare questo problema. Abbiamo davvero cercato di fare tutto il possibile: sia a partire dalla burocrazia che stare vicino alle famiglie, soprattutto lo stiamo facendo dal punto di vista economico. Molti genitori hanno difficoltà nel pagare l’iscrizione interamente, lì noi siamo andati incontro a loro, trovando dei compromessi, senza sobbarcarli di queste incombenze economiche tutte in una volta. Ci siamo messi proprio a disposizione per dimostrare la nostra vicinanza. Anche il fatto che ora le famiglie devono stare fuori mentre i ragazzi si allenano è una cosa che a loro dispiace: anche loro hanno creato un gruppo».

Quali sono gli eventi che solitamente, emergenza Covid a parte, organizzate in società?
«Con questa situazione anche l’economia della nostra società ne sta perdendo molto. Ma parlando di tempi normali solitamente l’Alcione organizza tornei molto prestigiosi, conosciuti anche a livello nazionale e anche partite con squadre estere che vengono da noi a giocare. Il nostro sponsor è lo ZTE, un’azienda multinazionale cinese molto importante. E loro vedono molto bene l’organizzazione di questi eventi di livello internazionale, proprio perché è una grandissima società».

Secondo lei, come sarà il mondo del calcio fra 10 anni, considerando che già nel passato le cose sono davvero molto cambiate?
«Io immagino che la Scuola Calcio diventi sempre più un punto di riferimento importante per i ragazzi, uno spazio di aggregazione al di là del semplice allenamento pratico. Si creeranno sempre più rapporti umani, soprattutto dopo aver vissuto questi brutti anni all’insegna del Covid. Alle volte il calcio diventa un pretesto per farsi un gruppo, anche al di fuori del campo di allenamento. Anche tra le famiglie instaurano bei rapporti, che poi possono sfociare in amicizie. Credo che anche a livello pedagogico si farà più sul serio: non c’è più il papà che viene agli allenamenti e si improvvisa allenatore, come una volta. Le società calcistiche penso che alzeranno sempre di più il livello: infatti i tecnici iniziano già da ora ad essere molto più preparati. Ad esempio, da noi l’allenatore è affiancato da due ragazzi che sono due studenti e stanno completando i loro corsi di studi e intanto giocano nella Juniores; nello stesso tempo anche se vanno a scuola stanno approfondendo le loro conoscenze in merito alla Scuola Calcio ed all’allenamento. Si vede che sono preparati. Adesso si inizia a selezionare persone sempre più qualificate, che hanno già una carriera importante alle spalle, quindi più si andrà avanti con gli anni, più questa preparazione sarà richiesta e necessaria. Le persone che lavoreranno all’interno di questa realtà saranno sempre più professionisti e studieranno, sempre più persone avranno il patentino. È chiaro che dipende anche dalla società: più è importante, più lo staff è di qualità, come da noi in Alcione. Alcuni hanno anche obiettivi futuri nel mondo del calcio. Io mi aspetto che nel futuro queste società avranno sempre più influenza anche nel tessuto sociale».


Edicola Digitale

Altri dall'autore

Altri Articoli