17 Maggio 2021

Città di Opera, il Responsabile della pre-agonistica Silvio Vecchio racconta: «Il calcio rimane lo sport più amato, ma dobbiamo fare i conti con gli sponsor, un tempo molto più presenti»

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Silvio Vecchio, nonostante abbia alle spalle una lunga carriera calcistica e possa vantare il ruolo di Responsabile della pre-agonistica per il Città di Opera, non ha mai rinunciato a rimanere in campo con i suoi atleti, soprattutto i bambini, fascia che ama maggiormente. Lo possiamo vedere ora in forma smagliante allenare i piccolini sul campo mentre insieme al suo staff amministra quella che è la nuova gestione della società stessa. Infatti, Opera è nata molti anni fa, prima dell’arrivo di Vecchio, ma negli anni ’90 ha dovuto chiudere i battenti, per poi riaprirli successivamente.

Mi racconta la sua vita vissuta nel mondo del calcio?
«Ho iniziato a confrontarmi con questo mondo fin da bambino. La prima squadra che ricordo è il Binasco, nella quale sono poi rimasto fino ai 12 anni. Poi ho cambiato società, ma muovendomi sempre in pullman arrivavo con molto anticipo agli allenamenti. Così, un giorno, invece di rimanere fermo a guardare, l’allenatore mi chiese di dargli una mano con i più piccoli; giorno dopo giorno, ho coltivato la passione per l’allenamento. Dopo vari anni sono poi giunto all’Opera, che al mio arrivo era messa malissimo, debbo ammetterlo. Pochissimi iscritti e poca coordinazione, poco lavoro di squadra. Questi erano ormai gli anni ’90. Io feci il mio ingresso quando la squadra si chiamava ancora Nuova Opera, ma poi per vicissitudini varie, la società chiuse definitivamente. Io ho seguito il mio direttivo e mi sono spostato al Calvairate. Quindi non fu una mia scelta abbandonare quella squadra e quei bambini, ma fui costretto. Alla fine, verso il 2012 tornai però definitivamente da loro: da quel giorno sono rimasto fedelissimo alla nuova gestione della società, di cui vanto il ruolo di Responsabile della pre-agonistica, oltre che di allenatore, sempre restando nel mondo degli atleti più piccoli. Negli anni, poi, abbiamo allargato i nostri orizzonti e ora siamo una polisportiva. Abbiamo più sport da offrire ai ragazzi: il calcio è sempre quello che va per la maggiore però devo dire che anche la nostra squadra di atletica non è affatto male, ha ricevuto molte onorificenze ed ottimi risultati a livello nazionale».

Sa, quando cercavo di mettermi in contatto con qualcuno che avesse da fornirci testimonianze sul rapporto con i bambini, mi è stato fatto subito il suo nome da alcuni suoi colleghi. Come mai, secondo lei?
«Perché io non sono il classico Responsabile che sta chiuso in ufficio davanti alla scrivania a lavorare tra mucchi di fogli. Io sono sempre e comunque un amico per i bambini e vorrei essere un esempio per loro. Per fare ciò, non puoi farti vedere giusto qualche volta l’anno. Devi essere partecipe sul campo, motivarli, aiutarli tecnicamente e soprattutto a prendere lo sport nel verso giusto. Il calcio deve insegnare a crescere: rispettando le regole sul campo, un domani si rispetteranno quelle della vita vera».

Quali sono le scelte che avete apportato nella gestione della società?
«Non voglio peccare di superbia, ma io ho portato molti cambiamenti. Ho rigenerato proprio il modo di vedere le cose all’interno di un gruppo. Lo staff, ad esempio, che deve essere compatto ed avere come unico obiettivo quello di formare i bambini ed i ragazzi e farli crescere sia atleticamente che mentalmente. La voce si è sparsa e ammetto con orgoglio che abbiamo addirittura triplicato il numero degli iscritti: ora abbiamo circa cinquanta atleti. Vedo con piacere che i bambini restano da noi volentieri e possiamo vantare alcuni giocatori che hanno fatto il loro esordio nella nostra società ed ora sono all’Inter ed al Milan».

Avendo iniziato molto giovane e continuando a rimanere in questo ambiente, come vede mutato il mondo del calcio?
«Ora che ho 62 anni e ho visto e vissuto entrambe la parti, da giocatore e da allenatore, da bambino ed adulto, posso dire che le differenze sono molte. Prima si cercava proprio di fare sport; c’era meno scelta e praticare il calcio era quasi un privilegio. Comunque, ancora oggi è l’attività più economica. Prima giravano anche più soldi: le società potevano contare sui vari sponsor, in quanto i media, la televisione ed internet stesso non c’erano. Quindi per farsi notare si pagavano le società sportive e si dava il proprio marchio: così esse erano più numerose e potevano vantare più iscritti. I soldi giravano davvero bene ed il calcio era lo sport più popolare, c’era praticamente solo quello da seguire la domenica. La popolarità era più facile da ottenere se si investiva sulle società calcistiche. Con il passare del tempo il giro dei soldi è cambiato: il calcio è sempre lo sport più seguito in Italia, ma ci sono altri modi di fare pubblicità. Inoltre, noto che ai miei tempi lo spirito di squadra era più sentito, l’atmosfera più sana; ora questo viene un po’ a mancare. Le migliori amicizie si fanno proprio in squadra: solo così teniamo fuori quelle cattive, quelle dei quartieri. C’è però anche da dire che i lati positivi non mancano. Con il passare del tempo noi adulti abbiamo capito che per trattare con i giovani bisogna essere dei professionisti, specializzarsi. Ora c’è più dialogo, cerchiamo di far passare dei messaggi positivi, come il rispetto per compagni ed avversari, mentre prima da questo lato si peccava ed i ragazzi venivano lasciati un po’ a se stessi. Adesso anche la parte morale deve giocare un grande ruolo».

Quindi vede mutato il rapporto che l’adulto instaura con il bambini?
«Decisamente! Ora, io per primo sono contrario alle urla ed ai grandi rimproveri, soprattutto nei confronti dei più piccoli. Se si fa un errore, se ne parla e non si fa come all’epoca che si infliggevano punizioni. Non sopporto, durante le partite, vedere quegli allenatori che urlano dietro ai loro giocatori di solo 8 anni. Io adotto sicuramente un altro approccio, e così come me, tutto il mio staff. Gli adulti devono capire che al centro non ci sono loro, ma i bambini. All’epoca gli allenatori volevano la vittoria: ora questa passa un po’ in secondo piano, anche se così viene meno la grinta del giocatore. Ma è giusto dosare bene le cose: l’apprendimento a livello tecnico va di pari passo con l’insegnamento umano. Cerco sempre di motivarli a fare meglio, anche durante gli allenamenti. Per esempio, se iniziamo con dieci giri di campo, premio chi riesce ad arrivare prima dei suoi compagni: è una sana competizione, per non togliergli grinta. Ma poi, durante le partite, cerco di bilanciare: chi fa gol è stato bravo, ma deve capire che ce l’ha fatta solo perché chi gli ha passato la palla ha fatto un bel tiro. Insomma, più spirito di squadra e meno protagonismo, senza perdere però la grinta di volerci arrivare. Amo vedere i miei bambini che si abbracciano quando segnano un gol».

Se potesse riassumere in poche parole qual è la sua filosofia vincente e quella della vostra società, cosa direbbe?
«Per tutti noi lo sport va vissuto con più familiarità all’interno delle varie società. Questo attira anche le famiglie che vogliono sapere che il figlio passi delle ore al sicuro, circondato da professionisti che sono anche amici. Creare un ambiente più domestico è ciò che ci contraddistingue. Negli anni d’oro, l’Opera era persino arrivata all’eccellenza. Ecco, noi ci proponiamo anche questo come obiettivo…Ritornare ad altri standard calcistici. Risalire il livello, ma senza fare nulla di così particolare o creare sforzi inutili per i ragazzi. Poi se viene fuori il campione meglio per tutti. Il nostro staff, per esempio, prende solo un rimborso spese: tutti noi lo facciamo per passione».

Ci sono eventi particolari che organizzate durante l’anno?
«La nostra cittadina, pur essendo periferica, è molto tranquilla. Infatti, anche grazie agli aiuti elargiti dal Comune si sta investendo sulla creazione di alcuni palazzetti per lo sport, qui ad Opera proprio, così, anche ad allenamento finito, i bambini hanno un posto sicuro dove stare e riunirsi insieme. L’ambiente è sereno sia tra le famiglie che all’interno del nostro staff e la nostra passione ci porta ad inseguire obiettivi comuni. Siamo una Scuola Calcio riconosciuta, ad esempio, e nel futuro ci piacerebbe entrare nell’Elite. Inoltre, i ragazzi più grandi li stiamo formando per diventare aiuto-allenatori: nei momenti in cui non si allenano con la loro squadra, alcuni ci danno una mano con i bambini. Cerchiamo di creare coppia di adulto/giovane da mettere in campo con i più piccoli, così da bilanciare il modo di fare e la metodologia. Inoltre, un evento molto importante, lo svolgiamo durante il periodo di maggio: si chiama “Maggio Opere”. Questo diventa un mese dedicato a tornei in cui i nostri atleti si ritrovano a giocare, confrontandosi, con altre società – questo per tutti gli sport che abbiamo qui da noi, non solo per il calcio. Il campo ad 11 intanto sta diventando sintetico e stanno facendo dei lavori per creare un “Club House”, sempre grazie agli aiuti forniti dal Comune».

Quali obiettivi avete per il prossimo futuro?
«Quello di ripartire al più presto, ma abbiamo deciso comunque di aspettare la fine delle feste natalizie. Inoltre, abbiamo in mente di organizzare incontri con alcuni tecnici di altre società iscritte alla FIGC, in modo tale da fare qualche allenamento insieme e farci dare qualche consiglio, ricambiando poi il favore. Come ultimo sogno, abbiamo quello di organizzare qualche torneo o ritiro all’estero, presso società straniere».

Per concludere, le posso chiedere quali sono stati i suoi modelli calcistici?
«Intanto ci tengo a raccontare questa cosa, nessuno mi chiama con il mio nome di battesimo: io sono “Woll”. Questo perché all’epoca, fra i tanti bambini che c’erano in squadra, magari con lo stesso nome, era impossibile capire a chi l’allenatore volesse far riferimento; per questo venivano dati questi nomi di “battaglia”. Anche io ho lo stesso problema con la mia squadra, ed in effetti è più facile e più carino creare degli alter ego. Tornando alla domanda, da bambino ero davvero affascinato a livello tecnico dalla coppia Mazzola – Rivera: erano davvero bravi. Invece, dal lato umano, ho ammirato tanto Michel Platini: figura meno famosa, ma che giocava col cuore. Lui era capace di passare la palla così bene che tutti facevano gol grazie a lui».


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