17 Maggio 2021

Leone XIII Pulcini 2011, Christian Laudicina e la sua filosofia di «Educare i bambini oltre che guardare il risultato in campo»

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Per la società Leone XIII come protagonista l’allenatore dei 2011 Christian Laudicina. Uomo da sempre dedito al calcio, in quanto questo sport è sempre stato presente all’interno della sua famiglia, racconta com’è arrivato in questa società dopo aver giocato molti anni e dopo aver intrapreso anche la strada dell’agonistica da giocatore professionista. Dal momento che la sua personale carriera si è interrotta, il tecnico non ha mai, invece, interrotto i suoi rapporti con il campo da calcio, né con la palla. Infatti, come lui stesso racconta, ha voluto intraprendere una nuova strada: quella dell’allenatore. Giunto in società da soli due anni, è già perfettamente integrato con quella che è la filosofia di gioco dei suoi colleghi più veterani e ne condivide a pieno gli obiettivi. Da quando ha incominciato questa carriera, è stato vicino ai bambini e da sempre ha cercato di far apprendere quelli che furono gli insegnamenti che lui stesso ha assorbito da ragazzo; e la sua esperienza sportiva non può che essere vincente in questa nuova squadra. La società Leone XIII è una polisportiva che è legata all’istituto scolastico vicino; quindi, il suo staff non si pone come allenatore ma, come ripetuto da Christian Laudicina, come “educatore” per i giovani atleti che si sono iscritti.

Mi racconta di come la sua famiglia le ha permesso di appassionarsi al mondo calcistico e di come questo sport sia sempre stato di casa?
«Avevo mio papà che era già nel mondo del calcio da anni, in quanto allenatore dei giovani ragazzi. Oltre loro, allenava anche mio fratello più grande, che ha proseguito poi autonomamente la sua strada sempre in questo sport. Anche io, quindi, come figlio più piccolo, ho seguito le orme di mio padre e di mio fratello, andando a giocare con loro. Ho iniziato iscrivendomi al Legnano, in quanto vivevo e sono nato lì, ma già a 9 anni sono stato selezionato per il Milan. Ho giocato in questa società per quattro anni e poi mi sono spostato per altri sei all’Inter fino ad arrivare alla Primavera. Nell’ultimo anno in questa categoria, il livello di competizione era salito molto ed ero in un’annata di giocatori che poi hanno davvero fatto carriera e quindi sono andato a giocare in prestito in serie D per tre anni. Nel frattempo ho continuato a lavorare e ho deciso di smettere di giocare all’età di 33 anni. Da lì mi è venuta la voglia di non lasciare del tutto il mio adorato campo da calcio, per cui ho studiato e sono riuscito a frequentare così il corso d’allenatore, conseguendo il patentino UEFA B. Ora è poco più di due anni che ho iniziato ad allenare: il mio percorso è stato un po’ come l’alunno che diventa insegnante, diciamo. Sono entrato nella Leone XIII proprio due anni fa: gli anni più sfortunati, se si può dire, per la mia annata. Ho preso l’anno scorso i 2011 e continuo ad allenarli quest’anno. Pensi che da dieci ragazzini, quest’anno sono ben diciassette. Ma purtroppo, a parte a settembre, abbiamo fatto un po’ poco».

Come mai ha scelto proprio di allenare i bambini?
«Amo i bambini perché sono ancora plasmabili. Con loro è ancora possibile lavorare bene e trasferire, in un certo senso, quella che poi è la mia passione. Il mio motto è proprio quello di tramandare la mia esperienza sportiva ed il mio amore per il calcio a ragazzi che ancora sono “puri”. Trasmettere gli insegnamenti indistintamente a quei bambini che sono lì solo per divertirsi, che poi è la cosa che più conta in queste categorie, fino a quelli che invece sembrano già essere più promettenti e, chi lo sa, magari un giorno il calcio diventerà il loro lavoro. Noi insegniamo a prescindere dalle loro capacità, perché sono troppo piccoli per fare distinzioni e selezioni. Sono ancora in un’età dov’è giusto che si divertano e stiano in campo con gli amici e compagni di squadra. Solo con il tempo si scoprirà se poi avranno queste velleità sbocciate che consentiranno loro di diventare campioni o meno: ma ora è troppo presto».

Cosa le preme impartire ai suoi piccoli giocatori? Quali sono i suoi insegnamenti?
«Per ora che sono solo bambini, il mio ruolo più che di vero allenatore, lo definirei di istruttore/educatore. Perché nella pre-agonistica bisogna cercare di far capire “cosa significa fare sport”, trasmettere l’importanza di essere parte di un gruppo. Proprio al giorno d’oggi, nell’era del digitale, dei videogiochi e Social Network, secondo me, far capire cosa significa stare insieme al proprio gruppo e giocare con spirito di squadra e collaborazione; stare insieme sul serio, anche tra i diverbi, è l’insegnamento più importante che si possa trasmettere in questa era in cui il contatto viene sempre meno. Nel mio caso, lo sport, il calcio, è stata una palestra di vita; per un bambino non è un lavoro, di certo, però venire al campo, stare a contatto con quelli più grandi, vedere l’allenatore… è un sacrificio di tempo per loro presentarsi qui ad ogni allenamento. Ma questo fa capire loro piano piano cos’è una metodica, una struttura, anche sociale, diversa da quella dello star da solo o semplicemente da quella dello sport singolo. Senza togliere nulla a quegli sport in cui si sta senza la squadra, non voglio dire che siamo meglio o peggio: però far parte di un collettivo ha un gran peso positivo sul bambino».

Lei che già da bambino era nel mondo del calcio (sia suo padre che suo fratello maggiore le hanno sicuramente impartito i loro insegnamenti “vecchio stile”), come vede modificato il mondo del calcio in quest’epoca moderna in cui non è più un allievo, ma sta dall’altra parte?
«Non vorrei essere banale e ripetere le cose che noi tutti di quegli anni ripetiamo sempre, ma quell’epoca, in confronto all’oggi, era un altro mondo. Diciamo che si è salvato fino agli anni 90: poi, con l’inizio dell’era digitale, tutto è cambiato. Prima si andava a citofonare all’amico per andare ai parchetti e fare due tiri in porta; ora i bambini si chiamano tra loro per invitarsi nelle rispettive abitazioni e rimanere sul divano per smanettare con i videogiochi e restano, inevitabilmente, chiusi in casa. Il bambino ha bisogno di aria, di cadere e qualche volta di farsi anche male per poter imparare a rialzarsi. Già la differenza è evidente nel campo da calcio. Ora tutto è fatto di erba sintetica; prima, quando giocavo io, no. C’era perlopiù ghiaia e se cadevi, ti facevi male, ma erano le cadute e le scivolate le cose più belle che poi ci hanno insegnato a crescere. Io giocavo in oratorio o per strada: piuttosto che stare a casa, mi divertivo con il mio gruppo stando all’aria aperta. La motoria era sempre all’ordine del giorno, anche fuori dal classico allenamento, cosa che ora i bambini fanno fatica a fare. Con l’entrata in scena di mille diversivi elettronici, il bambino si muove sempre meno e passa sempre più ore su un divano davanti ad uno schermo virtuale. Questa è una cosa molto grave soprattutto dal punto di vista sportivo perché tutto ciò che un bambino impara stando all’aperto, come noi all’epoca, deve essere ripreso in maniera importante. In realtà, all’epoca – ad 8 o 9 anni – il bambino era già “allenato” dal punto di vista fisico. Si giocava a nascondino, ci si arrampicava sugli alberi, si cadeva sul marciapiede, e tutto ciò è diverso dal bambino di oggi che al massimo cade a terra in partita su un campo sintetico, e spesso fa pure fatica a rialzarsi. Bisogna imparare anche a cadere bene per non farsi male. Ecco, tutto questo manca ai bambini di oggi. Per questo, il mio obiettivo è quello di insegnare anche questo: a saper cadere bene per non fratturarsi, a stare sempre all’aria aperta anche quando l’allenamento delle due ore è finito, a non rintanarsi a casa. La più grossa differenza è questa: io giocavo tutti i giorni, ora lo sport è diventata solo una fetta di tempo da sfruttare durante la settimana che si allinea ad un’altra serie di cose da fare».

E a livello di società, qual è la filosofia ufficiale della Leone XIII?
«Io sono un novellino qui, però in questi due anni, seppur un po’ a fatica per via della cattiva situazione, mi sono inserito al meglio e condivido tutto ciò in cui la società crede e che sponsorizza. Partendo dal presupposto che il nostro centro è all’interno di un istituto scolastico e che, in generale, è una vera polisportiva, dove non è presente solo il calcio, ma tantissime altre discipline, posso constatare che è un mondo dove lo sport è importante, il protagonista. L’istituto arriva fino alle superiori, quindi abbiamo molti giovani che si iscrivono qui per poi scegliere quale sport è più adatto a loro. La società, inoltre, organizza eventi, campus estivi e ora la proposta era quella di organizzarne uno anche in inverno, ma purtroppo abbiamo dovuto rinunciare. Con la zona rossa tutto poi si è complicato ulteriormente. Però diciamo che la nostra visione è questa: noi nasciamo come Leone Sport: quello che conta maggiormente, molto di più del gol in partita, è l’etica sportiva che si cerca di trasmettere agli allievi. Il piacere di stare insieme è quello che conta. Diamo delle basi che servono al bambino per appassionarsi. Certo, conta anche vincere, ma non si guarda solo a quello. Si cerca di far capire all’atleta come sia importante creare un gruppo ed essere uniti, sentirsi parte di qualcosa. Le faccio un esempio: i bambini fino all’Under 12 si esercitano subito dopo la scuola. Questo è importante, perché invece di farli venire la sera, soprattutto col freddo o con la pioggia, cerchiamo di offrirgli un tempio dedicato a loro in cui ci sia ancora luce ed un ambiente climatico più ottimale possibile. Queste piccole cose fanno notare come alla Leone XIII stiano a cuore i suoi bambini e cerchino sempre di farli stare in un ambiente per loro meno ostico possibile».

Come vede la presenza del genitore all’interno della vita calcistica del figlio? Parlo soprattutto dei padri che magari sono più o meno invadenti. Mi espone il suo modo di vedere le cose, lei che ha avuto anche un padre allenatore?
«Io devo essere onesto, in questi due anni sono stato fortunato. O meglio, sono riuscito a parlare con le famiglie esprimendo quello che sarebbe stato consono o meno fare. Cioè ho detto fin da subito alle famiglie che è giusto sostenere il proprio figlio senza rompere quell’equilibrio tra giocatore ed allenatore. Il momento dell’allenamento è a carico del tecnico. Va bene l’incitamento in campo, ma quando si tratta di allenare se il padre dice al bambino di fare in un modo e poi l’allenatore spiega un altro modo di comportarsi in campo, il bambino sentirà e seguirà sempre le parole pronunciate da suo papà, perché è lui la figura di suo riferimento. E questo genera confusione in una squadra. Il ruolo del dell’istruttore non deve mai mischiarsi a quello dei genitori che, com’è giusto che sia, devono seguire il bambino, ma mai imporgli le cose. Quindi io sono stato sempre chiaro con le famiglie: il bambino deve seguire la linea dell’allenatore o piuttosto la sua. Io che sono nell’ambito dell’insegnamento calcistico verso i più piccoli, penso che sia ancora presto per far apprendere troppe cose. La mia linea deve guardare il loro modo di muoversi; io do loro degli strumenti ed una gamma di esempi ed esercizi da seguire, ma la scelta è sempre dei miei atleti. Quindi se io do la scelta o il padre fa altrettanto, loro non sapranno più scegliere con la loro testa. Questo è il nostro obiettivo: dare al bambino gli strumenti da utilizzare, ma alla fine chi sceglie se farlo e come, dev’essere sempre il giovane, che deve avere un minimo di autonomia. Altrimenti lo vedrà come un lavoro, come un’imposizione, e dopo qualche anno abbandonerà lo sport del tutto».

Per concludere, lei in questi due anni ha potuto fare ben poco con i suoi giocatori per via di questa triste situazione. Come vi siete comportati, quindi, in società durante questi periodi di alti e bassi?
«Durante il primo lockdown abbiamo fatto delle lezioni virtuali anche se, ammetto, sono state molto complicate, perché secondo me il calcio va giocato sul campo con la squadra al completo. Però, naturalmente, i tempi erano, e sono ancora oggi, duri e che io sia d’accordo o no, bisogna prendere atto che è pericoloso riprendere come se nulla fosse. Quindi abbiamo cercato più che altro di farlo per i bambini, di non farli sentire soli e di non lasciarli completamente senza alcun esercizio fisico. Abbiamo fatto delle sfide, delle chiamate su Zoom, dopodiché abbiamo ripreso a luglio, per chi voleva recuperare le giornate perse e abbiamo organizzato due allenamenti a settimana per categoria, in cui si sono potuti sfogare e rivedersi tutti insieme, anche se sempre rispettando le dovute distanze. Per due settimane abbiamo dato l’opportunità di venire in campo per gli allenamenti individuali, sempre rispettando la normativa, chiudendo le docce e senza far entrare i bambini in spogliatoio, provvisti di gel e mascherine varie, gestendo le distanze. Abbiamo poi seguito lo stesso criterio quando è arrivato questo secondo semi-lockdown e abbiamo scelto la via dell’allenamento individuale. La cosa più bella è stata vedere la felicità sui volti di quei bambini, di ritrovare i loro compagni e il loro campo sportivo. Con tutte le precauzioni già descritte, i bambini comunque stavano insieme. Adesso siamo in attesa. Già è stato deludente per loro ricevere lo stop proprio la settimana prima di entrare in campionato, ma d’altra parte non è una situazione facile da gestire».

In sottofondo sento le voci dei suoi bambini: farà come suo padre ha fatto con lei? Trasmetterà l’amore per il calcio ai suoi figli?
«Ne ho due: uno di 2 anni che ora sta facendo nuoto e la femmina che ha un anno. Io mi auguro per loro che si appassionino come noi al calcio. La palla in casa c’è sempre, comunque. Già il grande me lo porto in società dove vede il papà che allena ed il nonno che è ancora sui campi, quindi è un po’ un luogo familiare per lui. Ma quello che davvero mi interessa è che si appassionino a qualcosa: che sia la musica, il canto, la pittura o un qualsiasi sport, per me va bene. Quello che manca nei bambini di oggi è proprio la passione. Ecco, per tornare alla sua domanda precedente di cosa è cambiato nel tempo: la passione e la dedizione a qualcosa. Se fosse il calcio, ovviamente, sarebbe meglio, ma che sia un qualcosa che portino avanti con il cuore e che dia tante soddisfazioni, che li faccia stare bene e smuova emozioni».

 


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