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Compie 60 anni un grande del calcio europeo: le origini italiane, 4 Mondiali giocati e i paragoni con Rivera e Platini

La genealogia calcistica di un «figlio d’Italia» che ha innervato gli Anni 80-90 e che con la sua classe resta un riferimento

INTER SERIE A - VINCENZO SCIFO

Vincenzo Scifo, classe 1966, in Italia ha giocato con le maglia di Inter (1987-1988) e Torino (dal 1991 al 1993)

Il gel brilla alla luce dei fari del Meazza. È l’autunno del 1987, e un ventunenne dal baricentro basso, lo sguardo quieto e i piedi da orologiaio si muove tra le maglie nerazzurre e le ombre d’attesa di uno stadio che non perdona. Lo chiamano «paisà», ma qui il soprannome non è folklore: è una mappa genealogica. Nato in Belgio, sangue di Sicilia nelle vene, scuola Anderlecht e destinazione Inter. Nel ragazzo c’è l’eco di due paragoni pesanti, Rivera e Platini, e la sensazione che il calcio degli Anni 80 stia per aggiungere una cadenza italiana alla sua polifonia internazionale. Ieri, 19 febbraio 2026, quel ragazzo, Vincenzo «Enzo» Scifo, ha compiuto 60 anni e rimane l’emblema più raffinato di una generazione di «paisà» che ha colorato l’Europa calcistica.

L'INFANZA SICULO-BELGA E LA BOTTEGA DELL'ANDERLECHT
Il percorso di Scifo nasce a La Louvière (Haine‑Saint‑Paul) da genitori siciliani partiti da Aragona (Agrigento) negli Anni 50, attratti dal lavoro nelle miniere del Belgio. Il talento è precoce: nell’estate 1983, a 17 anni, l’esordio in prima squadra con il RSC Anderlecht, dopo aver stregato gli osservatori nelle giovanili. In poco tempo vince tre campionati e arriva alla finale di Coppa Uefa 1984 contro il Tottenham (persa ai rigori), accreditandosi come il più brillante prospetto del movimento belga. È la «bottega» che lima i suoi gesti in un calcio di geometrie, tempi e misura.

INTER, LE ATTESE E LA MATURITÀ ALTROVE
Nell’estate 1987, la chiamata dell’Inter realizza un ritorno simbolico verso il «Paese d’origine»: il trasferimento, attorno ai 7,5 miliardi di lire, fotografa le attese di un calcio che proietta su quel dieci elegante una crescita da campione totale. La stagione milanese è più grigia che luminosa (solo 4 gol in 28 presenze di campionato), e il seguito al Bordeaux non è felice. Ma a Auxerre, con Guy RouxScifo ritrova centralità e «apprende a essere adulto»: ritmo, responsabilità, leadership. Il vero compimento in Italia arriva con il Torino: finale di Coppa Uefa 1991‑92 e Coppa Italia 1992‑93. A Monaco, poi, la Ligue 1 1996‑97 è l’ultimo titolo «straniero» prima del ritorno all’Anderlecht (scudetto 1999‑2000). Cartolina finale a Charleroi, quindi il ritiro per problemi fisici a 36 anni. Bilancio: un regista d’ordine capace di trasformarsi in mezzala d’inserimento, con sprazzi d’invenzione e un calcio di interno piede che «fa succedere le cose» senza strepito.

IL RAGAZZO DEI 4 MONDIALI E UN PREMIO CHE NON INVECCHIA
In Nazionale, Scifo debutta nel 1984 e scrive una rarità: 4 Mondiali disputati (1986, 1990, 1994, 1998), 16 presenze complessive. In Messico 1986 porta il Belgio fino alla semifinale e vince il premio di Miglior Giovane del torneo, entrando nella memoria collettiva per doti tecniche e temperamento competitivo. Agli Europei 1984, a 18 anni e 115 giorni, è il più giovane dell’intera rassegna, lasciando la sua firma nella vittoria su Jugoslavia. Curricula così «lunghi», pieni d’onore più che di clamore, spiegano perché, nel dizionario dei «paisà», Scifo resti l’icona superiore.

SCIFO A 60 ANNI, COSA RESTA DAVVERO
L’etichetta è stata, per anni, il suo più grande avversario. Non è stato Rivera, non è stato Platini: è stato Scifo. Un calciatore di «qualità funzionale», capace di innervare il gioco con tocchi brevi, aperture pulite, linee di passaggio che educano il movimento dei compagni. Le stagioni meno felici, Inter e Bordeaux, hanno insegnato gestione del peso specifico; le più floride, Auxerre, Torino, Monaco, ritorno all’Anderlecht, hanno reso evidente che il suo talento attecchiva meglio dove c’era un’architettura tattica cucita addosso. I quattro Mondiali, il premio FIFA 1986, il Pallone d’Oro sfiorato nelle liste in più edizioni, dicono di una carriera «verticale» nelle tappe decisive.

UN'EREDITÀ PER I REGISTI DI OGGI
In un calcio contemporaneo che chiede accelerazioni immediate, Scifo resta un riferimento per chi interpreta il ruolo di mezzala-regista: giocatori che leggono prima, toccano meno, pesano di più. La sua «normalità eccellente», essere spesso la scelta giusta senza teatro, è un valore formativo. A 60 anni, è la parabola di un talento «misurato» che ha segnato l’epoca dei «paisà» e che oggi parla a chi cerca di sopravvivere all’iper‑ritmo con la qualità del pensiero. Sono traiettorie oblique, con curva italiana e orizzonte europeo, e, a volte, americano. È lì che i «paisà» hanno fatto scuola.

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