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Antoniana Under 16: viaggio nell'eden di Stefano Malacrida, dai Santi Martiri a San Siro

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Da quando è l'allenatore del Bayern Monaco, in seguito all'esonero di Niko Kovac, Hansi Flick si è seduto sulla panchina dei bavaresi per ben 66 incontri. In poco più di un anno, nonostante la recente e precoce eliminazione in Coppa di Germania, l'ex assistente di Joachim Low ha conquistato più titoli (5, aspettando il Mondiale per club) che sconfitte (solamente 4). Il tecnico tedesco è riuscito a creare una corazzata con un imprinting di gioco innovativo e fresco, ma come spesso accade questi risultati sono anche il frutto di un duro lavoro condotto anche fuori dal rettangolo verde. Quando allo stesso Flick fu chiesto come i tedeschi avrebbe festeggiato il triplete, Hansi ha subito scherzato: «Non lo so ancora. Vediamo cosa dice Kathleen. Lei decide ciò che possiamo e ciò che non possiamo fare». Quella Kathleen è Kathleen Kruger, la team manager del Bayern Monaco da oltre un decennio: ritenuta dagli addetti ai lavori una delle donne più potenti del calcio, con due triplete nel palmares, il suo ruolo viene troppo spesso dimenticato. Kruger è la figura chiave all'interno dell'ambiente bavarese: si occupa di gestire i viaggi, dell'organizzazione logistica di allenamenti, tornei e attività di marketing ed inoltre ha un ruolo chiave nella gestione di ogni situazione legata alla quotidianità dei componenti dello spogliatoio. Infine, per spiegare la sua rilevanza, basti pensare che è l'unico dirigente presente all'interno della chat del gruppo squadra. Nel nostro calcio esistono tantissime figure col curriculum sportivo di Kathleen. «Nella mia carriera ho fatto di tutto, non riesco a definirmi con un unico ruolo nel calcio». Esordisce così Stefano Malacrida, oggi tecnico dell'Under 16 dell'Antoniana ma con un passato molto interessante e peculiare alle spalle, simile per certi versi a quello di Kathleen Kruger. «Ho avuto la fortuna di vestire maglie importanti e di competere in categorie prestigiose, ma col calcio giocato ho smesso abbastanza presto per via dei problemi fisici legati alla schiena. Sono tornato in Eccellenza, ma ogni volta che guardavo il borsone mi rendevo conto che il viaggio era sempre più vicino alla conclusione. Ho cominciato ad allenare, partendo dai Santi Martiri, la formazione oratoriale dove giocavo da ragazzino». Un esordio umile ma vero, che lo riaggancia alla sua terra d'origine, quasi come per riprendere il contatto con la realtà e con lo sport che più ama. Per appassionarsi nuovamente, potremmo dire. Una scelta atipica questa, che lo porterà ben presto a toccare il cielo con un dito. «Poi il percorso ha cominciato a regalarmi tante gioie: Legnano, Canazza, Pro Patria e Caronno. L'anno successivo al Triplete targato Mourinho, nel 2010/11, è arrivato il treno Inter che mi offre un posto in veste di aiuto allenatore». Il racconto potrebbe già interrompersi qui, con la storia di un ragazzo poco più che trentenne che raggiunge il massimo rango ricominciando dal campetto di provincia. Ma il viaggio riserverà ben altre sorprese a Stefano. L'Inter non è il suo ambiente: la società è fantastica, ma ci sono aspetti organizzativi che non lo soddisfano a pieno. Capita, è il gioco delle parti. Ciò che succede con meno frequenza è che quel qualcuno lasci la propria confort zone perché la propria mansione non lo soddisfa. Stefano scende dal treno e staziona ad una fermata qualunque. La sosta potrebbe essere lunga, la strada da prendere ignota. Ma a fargli tornare il sorriso arriva la chiamata del rifondato Legnano, compagine con la quale vincerà poi il campionato nel ruolo di team manager. Nel 2012 arriva la chiamata del Milan, la sua squadra del cuore. Comincia da quel momento un viaggio che durerà quanto un mandato presidenziale: ben 7 anni (dal 2012 al 2019) e 3 proprietà (Berlusconi, Yongong Li e Elliot). La società di Via Turati si affida alle sue doti organizzative: «Ho cominciato come dirigente, poi col tempo le responsabilità si sono ampliate: sono stato responsabile raccattapalle a San Siro e ho seguito la Primavera come responsabile stadio a Varese». Quello del team manager, come dicevamo al principio, è un ruolo molto complesso e poco raccontato, che richiede specifiche competenze, tanto più a grandi livelli: «E' delicato. L'ho fatto a Legnano per la prima volta. Anche se ero in Prima Categoria, in quello spogliatoio c'erano personalità da Serie D o Eccellenza. Ho capito sin da subito chi dovevo essere: la figura che deve fare da tramite tra la società e i giocatori. Sulla parte tecnica ci pensano gli allenatori, riguardo il lato mentale è tutto compito mio. L'obiettivo è fare da filtro tra due facce della stessa medaglia: ho visto problematiche pesanti, rabbia e risse. Poi quando sono arrivato al Milan ho iniziato anche ad organizzare trasferte internazionali per esempio. Devo saper anche mediare». Sono tantissime le emozioni e i momenti che Stefano Malacrida ha impressi nella propria mente, ma se gli si chiede di scegliere i più simbolici, è d'obbligo ascoltare il cuore: «Io sono un tifoso del Milan, uno di quelli che ha sempre seguito i ragazzi in curva. Ecco, vivere il derby da bordocampo, dietro ai tabelloni pubblicitari, è qualcosa che ti stordisce per qualche giorno. Mi tremavano le gambe anche se non dovevo giocare io! Oppure ricordo quando al primo anno di Milan conobbi i ragazzi che mi avevano affidato: i 2001, c'era anche Daniel Maldini. Immagina: primo giorno di raduno, si presentano i genitori per conoscere lo staff e sento: "Piacere, sono Paolo Maldini, il padre di Daniel". Ma come, penso subito, si è ribaltata la situazione. Paolo, io venivo a vederti al secondo anello blu e oggi ci presentiamo? Ero senza parole. Ricordo anche una festa di Natale nell'anno dello scudetto, quando mi confrontai con Allegri sulla posizione di Ibrahimovic in campo. Tutto così indescrivibile!» Da cosa deriva questa passione per la gestione e l'organizzazione? Anche stavolta, la risposta di Malacrida non è affatto banale e scontata: «Deriva dal mio precedente lavoro: il carabiniere. Quando ti ritrovi in certe situazioni e hai specifici compiti devi essere organizzato. Devo ammetterlo, in campo calcistico è stato abbastanza semplice inizialmente: compili qualche file, ti aggiorni costantemente. I problemi sono iniziati quando sono sbarcato in rossonero. La gestione dei viaggi all'estero, l'organizzazione della logistica di allenamenti e tornei, il ruolo di filtro tra proprietà e spogliatoio. Il tutto in tempi rapidissimi. Ho visto l'Europa e Dubai, altre realtà lontane da noi. Mi ha fatto crescere come persona». «Dopo l'esperienza al Milan qualcosa è cambiato. Dovevo rivoluzionarmi, lasciarmi alle spalle i miei compiti e capire quale fosse la mia nuova strada. Ho capito sin da subito che non avevo intenzione di chiudermi delle porte: di qualunque funzione si fosse trattato, sarei stato disponibile ad un colloquio». Nel 2019 è arrivata la chiamata dell'Antoniana, che gli ha offerto un posto da tecnico del gruppo dei 2005. «La società mi ha affidato un blocco valido con l'obiettivo di farlo crescere, devono giocare a calcio ed essere potenziali componenti della prima squadra. Sono stato riconfermato e la partenza a razzo prima dello stop è stata una verifica importante della nostra crescita. In 5/6 possono arrivare presto in prima categoria. Penso che dei miei 21, più della metà possa arrivare tranquillamente nell'Under 19. L'intento quello di fare la juniores con questi ragazzi». Ma anche Stefano, maestro dell'organizzazione, si avvale di un fidato alleato: «Riccardo Musazzi è la mia valida spalla. Anche se definirlo "spalla" è super riduttivo: con lui gestisco il gruppo dei 2005, è un lavoro tra pari, nessuno ha preminenza sulla voce dell'altro. Ci compensiamo perché io sono più cattivo in allenamento e più rilassato in gara, lui il contrario. E' una bravissima persona, abbiamo la stessa idea di calcio». Ricerca costante della semplicità e di un'atmosfera rilassata e serena in campo, ecco le chiavi del successo del duo Malacrida-Musazzi: «Sono stato in spogliatoi di livello, la differenza nel calcio giovanile e dilettantistico è proprio questa: la priorità è lasciare libertà ai ragazzi di dare vita alle loro idee in campo. Spesso a grandi livelli, in cui si curano anche i più minimi dettagli, si rischia di soffocare l'intelligenza calcistica del giocatore. In queste categorie ci piace dare solo compiti essenziali e non trasformare i ragazzi in soldatini».
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