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Brusaporto Under 17: intervista a Massimiliano Radici, tecnico dei gialloblù

Massimiliano Radici, Brusaporto Under 17
Non basterebbe un libro per raccontare il rapporto fra Massimiliano Radici e il calcio. Dopo aver trascorso oltre trent'anni in campo, la passione non poteva certo svanire. E così, è cominciata l'avventura da allenatore. In questa chiacchierata ha parlato del suo vissuto calcistico, dell'attualità e di quello che si aspetta dal futuro. Come si gestisce l'umore dei ragazzi in un momento così complicato? «Ho detto loro che la società ci ha dato una grande occasione, facendoci disputare un campionato Elite. Per ripagarla, il nostro obiettivo deve essere quello di farci trovare pronti qualora la situazione dovesse cambiare. Abbiamo organizzato sedute online e, a piccoli gruppi, i miei ragazzi a turno si allenano con la Juniores Nazionale». Date le lunghe soste degli ultimi due anni, alcuni ragazzi hanno pensato di smettere di giocare a calcio. Hai fronteggiato una situazione di questo tipo? «Ti racconto due episodi che ho vissuto in prima persona. Quest'anno, a Brusaporto, i ragazzi hanno risposto bene. Questo perchè hanno una prospettiva di disputare una Juniores Nazionale il prossimo anno, nonostante molti di loro rischiano di avere solo quattro partite di Allievi alle spalle. L'anno passato invece allenavo l'Under 19 regionale del San Paolo d'Argon. Avendo un futuro incerto, molti di quei ragazzi hanno deciso di smettere. Oltretutto a febbraio, con la pandemia appena scoppiata, uno dei miei ragazzi, Davide Barcella, al quale mando un caloroso abbraccio, ha tragicamente perso la vita in un incidente in moto. Questo ha inevitabilmente scosso i ragazzi, sono episodi che segnano. Insomma, la situazione era molto più complicata». Per più di trent'anni sei stato un difensore. Ti è mai capitato di fronteggiare uno stop simile? «Assolutamente no. La situazione è particolare, unica. Ho trascorso una vita sui campi, ma qualcosa del genere non l'ho mai affrontato prima d'ora». Cosa ricordi con più piacere della tua carriera da calciatore? «Ci sono stati tanti momenti belli, il calcio mi ha regalato una miriade di emozioni. Se devo sceglierne uno, dico il gol del pareggio nel secondo tempo supplementare dello spareggio per la promozione in Seconda Categoria. Giocavo a Comonte, segnai anche il rigore contro la Calcinatese». Hai svariato in tutti i ruoli della difesa. Com'è cambiato il ruolo nel tempo? «Io sono cresciuto giocando tutti i giorni sul sagrato di una chiesa. Ho imparato lì la fame, la carica agonistica e la competizione. Quando andavo in campo, il mio compito era quello di stoppare l'attaccante avversario. Ma era un calcio passivo. Ho iniziato a divertirmi quando ho cominciato a giocare in una difesa in linea e ad essere più propositivo. Un po' come i difensori moderni». Quando hai deciso che avresti allenato? «Nel 2014 mi sono infortunato al gemello. Si era aperto un corso per il patentino da allenatore dilettante. Decisi di intraprenderlo, e mi si è aperto un mondo. Ho cominciato a provare piacere vedendo i giovani crescere e maturare. L'adrenalina che avevo in campo, l'ho sentita anche in panchina. Certo, da giocatore sfoghi, da allenatore accumuli. Non ti dico i mal di testa alla domenica sera. Ma sono esperienze positive, che fanno crescere. E poi, alcune vittorie da tecnico sono veramente una goduria». Il tuo Brusaporto è la seconda miglior difesa del campionato fino ad ora. Quello difensivo è l'aspetto che curi di più? «Mi piace lavorare su tutti e tre i reparti. Poi su quello difensivo, per deformazione professionale, magari ci metto qualcosina in più». Dove ti vedi da qui a dieci anni? «Sempre con i ragazzi. Ho allenato gli Allievi e la Juniores, trovandomi molto bene. Riesco a dare continuità alla mia passione. Al momento, non ho particolari aspirazioni a prime squadre. Vorrei specializzarmi ulteriormente nell'ambito del settore giovanile, i ragazzi mi danno soddisfazione».
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